La guerra scientifica del petrolio in Basilicata. Eni diffida la professoressa di Linea Diretta

Albinia Colella difesa da associazioni, forze politiche e Medici per l’ambiente

[6 marzo 2015]

Dopo il clamore suscitato dalla puntata del 22 febbraio di Presa Diretta sull’estrazione del petrolio in Basilicata, l’Eni ha diffidato la professoressa Albina Colella, ordinario di geologia dell’Università di Basilicata, che è stata la scienziata “di riferimento” della trasmissione, a continuare «nell’attività denigratoria di Eni in qualsiasi forma e in qualunque sede».

I toni della lettera della multinazionale – inviata anche  alla ministra dell’università, Stefania Giannini, ed ampi stralci della quale sono stati pubblicati dal quotidiano   La Nuova – sono durissimi: «Nel maggio 2013, a seguito della segnalazione di un privato che, rinvenendo sul proprio terreno agricolo due polle di acqua dal colore apparentemente nerastro, chiedeva che ne venisse accertata la natura, Ella ha campionato le acque e avviato lo studio; e sulla base di primi parziali dati che pretendevano già di rappresentare il fenomeno ha cominciato a rilasciare dichiarazioni agli organi di stampa sulla plausibile origine petrolifera di tali acque.  Ciò ha avuto da subito grande risonanza a livello mediatico che, a distanza di un anno, ha creato un vero e proprio clima di allarmismo diffuso sul territorio al punto da richiedere l’intervento di ARPAB, della Regione Basilicata, del Comune di Montemurro, nonché della Magistratura». Per il «clamore mediatico» nato dalle dichiarazioni, l’Eni ha deciso di affidare a Eros Bacci (biologo, già ordinario di ecotossicologia nell’Università di Siena) l’incarico di verificare la fondatezza dello studio presentato da Albina Colella (…) Dal confronto tra la metodica di analisi da Lei dichiarata in conferenza stampa e quella adottata dal prof. Bacci appare di immediata evidenza il gap metodologico, prima ancora che scientifico». Alla Colella viene contestata la metodologia usata: »a) avrebbe dovuto esaminare alcuni campioni delle acque di strato che vengono re-iniettate in giacimento mediante il Costa Molina-2; b) la mancata ricerca del profilo isotopico di Idrogeno e di Ossigeno in grado di dire con certezza se si tratta di acque di origine fossile o meteorica; c) la verifica assente sul mescolamento delle acque che provengono dal Costa Molina-2 alle acque di contrada La Rossa». Ma è evidente che a bruciare all’Eni è che quei dati siano stati resi pubblici in maniera così clamorosa (e con immagini che sembrano inequivocabili), perciò contesta alla professoressa di «non aver avuto scrupoli nel continuare a pubblicare dati e risultati anche parziali: affermare che le acque rinvenute in contrada La Rossa sono acque di re-iniezione del pozzo Costa Molina-2 vuol dire sostanzialmente affermare che il pozzo non presenta garanzie di tenuta e che, dunque, le acque di strato, anziché tornare nella loro sede naturale e originaria, si disperdono nell’ambiente contaminando le acque superficiali. Simili affermazioni, creano allarme sociale e danneggiano l’immagine della società,  senza avere prova alcuna della provenienza delle acque dal pozzo di re-iniezione».

La geologa ha immediatamente ribattuto: «Ho già sottoposto la lettera di ENI ai miei avvocati per decidere le azioni da intraprendere. E’ importante capire chi ha deciso di divulgare la lettera destinata alla sottoscritta, violando così il diritto alla riservatezza della corrispondenza, e per questo motivo ho deciso di prendere subito le opportune iniziative. Molti sono però gli aspetti di riflessione che conseguono alla lettura dell’articolo e della lettera legale che ho ricevuto, di cui peraltro non condivido il contenuto. Per quanto riguarda i “suggerimenti scientifici” di approccio al problema delle acque di Cd. la Rossa (Montemurro), si tratta di aspetti che ho ampiamente valutato all’atto della ricerca: alcuni li ho presi in considerazione, altri li ho esclusi per una serie di valutazioni prettamente tecnico-scientifiche. I risultati di questa ricerca sono stati presentati in convegni scientifici internazionali, sottoposti alla pubblica discussione e pubblicati in riviste scientifiche. Ritengo di non aver alcun bisogno di dover rivendicare il mio diritto alla ricerca, all’opinione scientifica e alla libertà di informazione su temi di interesse pubblico, in quanto si tratta di diritti riconosciuti e tutelati dalla legge. Le informazioni ambientali che ho fornito riguardano i risultati di analisi chimiche di acque che fuoriescono dal sottosuolo sul terreno di proprietà di un privato cittadino, che appaiono anomale e che non sono mai state segnalate prima in Appennino Meridionale. Nelle mie dichiarazioni io parlo solo di dati scientifici. E per questo motivo e anche per altro che le conclusioni cui giunge la società petrolifera, che invia una diffida legale alla sottoscritta parlando di danno all’immagine, non possono essere condivise».

Alla Colella è già arrivata la solidarietà di associazioni, comitati ambientalisti e forze politiche  ed anche quella dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia che sottolinea: «La ricerca e i risultati delle evidenze scientifiche non possono mai creare “allarme” quando servono a trovare soluzioni ai problemi e alle condizioni che pregiudicano la salubrità dell’ambiente e delle popolazioni che ci vivono. Nessuno si deve sentire denigrato “in qualsiasi forma e in qualunque sede” se la propria libera iniziativa privata non si svolge in “contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, come stabilito dall’art. 41 della Costituzione. Non esiste un interesse collettivo superiore che, minando i principi della coesione sociale dei cittadini, condanni porzioni del territorio o parte dei cittadini a sopportare sacrifici e svantaggi superiori a quelli dei cittadini che abitano in altre aree del Paese».

Per i Medici pe l’Ambiente, «La Basilicata già sopporta sufficienti sacrifici e svantaggi. L’estrazione di idrocarburi gassosi e liquidi grava infatti su questa regione per il 60% e l’80% dell’intera produzione “onshore” del Paese. In questa Regione, da fonti autorevoli (INAIL, ISTAT, ISS) emergono dati preoccupanti di danno sanitario quali un incremento costante delle malattie professionali, un tasso di aborti spontanei di molto superiore alle medie delle regioni meridionali e nazionali e, in alcune aree, incrementi del tasso di ospedalizzazione per tumore in età pediatrica. Precedenti evidenze presenti in letteratura internazionale suggeriscono che il rapporto causale tra tali dati, l’intensa attività estrattiva e il conseguente degrado ambientale è probabile e meriterebbe con urgenza ulteriori approfondimenti scientifici. Proprio per questo è necessario che la ricerca, l’opinione e il dibattito scientifico siano e restino completamente svincolati da logiche legate a interessi privati, soprattutto se entrambi questi aspetti sono potenzialmente responsabili di conseguenze rilevanti sull’ambiente e sulla salute dei residenti. È auspicabile che la Prof.ssa Colella sia sostenuta e agevolata nelle sue attività di ricerca, ma anche che a queste si affianchino altri progetti scientifici indipendenti e scevri da conflitti di interesse, finalizzati a chiarire la reale entità del danno ambientale e sanitario a carico dei Lucani».