L’antidoto era la solidarietà e l'impegno civico del movimento operaio

La pesante “impronta” psicologica lasciata dalla rivoluzione industriale nelle popolazioni odierne

Nelle aree che dipendevano dal carbone ci sono tratti di personalità più "negativi"

[11 dicembre 2017]

Lo studio “In the Shadow of Coal: How Large-Scale Industries Contributed to Present-Day Regional Differences in Personality and Well-Being”, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology  da un team di ricercatori della Queensland University of Technology, dell’Universita del Texas, dell’università di Cambridge e della Duale Hochschule Baden-Württemberg, ha determinato che «Le persone che vivono nelle ex aree industriali dell’Inghilterra e del Galles sono più predisposte a emozioni negative come l’ansia e gli stati d’animo depressivi, sono più impulsive ed è più probabili che abbiano problemi con la pianificazione e l’auto-motivazione».

Lo studio, frutto dell’elaborazione di 381.916 test della personalità realizzati in Inghile terra e Galles tra il 2009 e il 2011 e che fan parte del BBC Lab’s online Big Personality Test, rivela che  ancora dopo che sono passate generazioni dal boom della rivoluzione industriale e dal declino delle miniere di carbone, le popolazioni che vivono nelle aree nelle quali nel XIX secolo predominava l’industria carbonifera «mantengono “un’avversità psicologica”» che sarebbe «Il prodotto ereditato dalle migrazioni selettive durante l’industrializzazione di massa, aggravato dagli effetti sociali del lavoro e delle condizioni di vita pesanti».

Lo studio sostiene che «La dannosa eredità cognitiva del carbone è rafforzata e amplificata dalle più ovvie conseguenze economiche dell’elevata disoccupazione che vediamo oggi», confermata anche da «una soddisfazione per la vita significativamente più bassa in queste aree». Sono però gli stessi ricercatori ad aggiungere che, mentre questo studio si è concentrato sull’impronta psicologica negativa del carbone, «La ricerca futura potrebbe esaminare possibili effetti positivi a lungo termine in queste regioni nati dalle stesse avversità, come la solidarietà e l’impegno civico testimoniati nel movimento operaio». Un “antidoto” al veleno dell’industria capitalistica che è però sempre meno disponibile e attivo con la trasformazione dei lavoratori in consumatori di massa.

I risultati dello studio, che riguardano il Regno Unito, dove la rivoluzione industriale è iniziata, sono supportati da un “robustness check” effettuato nell’America del Nord, con dati meno dettagliati ma che suggeriscono gli stessi modelli personalità postindustriali.

Uno degli autori dello studio, Jason Rentfrow del Dipartimento di psicologia di Cambridge, spiega che «I modelli di personalità e benessere regionali possono avere le loro radici in importanti cambiamenti sociali avvenuti  decenni o secoli prima e la rivoluzione industriale è stata senza dubbio una delle epoche più influenti e formative della storia moderna, Coloro che vivono in un territorio post-industriale lo fanno ancora all’ombra del carbone, sia internamente che esternamente. Questo studio è uno dei primi a dimostrare che la Rivoluzione Industriale ha un’eredità psicologica nascosta, che è impressa nella composizione psicologica di oggi delle regioni dell’Inghilterra e del Galles».

Il team internazionale ha analizzato i punteggi dei test analizzando i “big five” tratti della personalità: estroversione, amicalità, coscienziosità, nevroticismo e apertura all’esperienza. I risultati sono stati ulteriormente incrociati con altre caratteristiche quali l’altruismo, l’autodisciplina e l’ansia. I dati sono stati anche suddivisi per regione e contea e confrontati con diversi dataset su larga scala, incluse le mappe dell’industria del carbone e un censimento dell’occupazione maschile nel XIX secolo, ottenuti  attraverso i documenti di battesimo nel quali il padre dichiarava quale lavoro facesse.

Il team ha controllato una vasta gamma di altre possibili influenze: dai fattori economici concorrenti nel XIX secolo e in precedenza, fino a analisi sull’attuale situazione in materia di istruzione, ricchezza e persino clima.  Ne è venuto fuori che restano ancora significative differenze nella personalità tra coloro che attualmente vivono nelle aree nelle quali un gran numero di uomini lavorava nelle industrie carbonifere dal 1813 al 1820, mentre la rivoluzione industriale era al culmine.

I ricercatori dicono che «La nevrosi era, in media, del 33% più alta in queste aree rispetto al resto del paese. Nei “big five” dei modelli di personalità, questo si traduce in una maggiore instabilità emotiva, nell’essere più incline a sentimenti di preoccupazione o rabbia, nonché a un maggiore rischio di disturbi mentali comuni come la depressione e abuso di sostanze».

Infatti, approfondendo ulteriormente le analisi, queste aree post-industriali hanno mostrato un 31% in più di  le tendenze all’ansia e alla depressione. Tra le aree con il più alto livello di nevrosi figurano Blaenau Gwent e Ceredigion nel Galles meridionale e Hartlepool in Inghilterra.

In media, nelle ex aree industriali la coscienziosità era del 26% inferiore. Nel modello “big five”, questo si manifesta con comportamenti disordinati e meno orientati all’obiettivo, con difficoltà nella pianificazione e a risparmiare denaro. Approfondendo, in queste aree la sottocategoria “ordine” era inferiore del 35%.

Le tre aree con il livello di coscienziosità più basso erano tutte in Galles (Merthyr Tydfil, Ceredigion e Gwynedd), seguite da aree inglesi come Nottingham e Leicester.

Negli ex centri industriali  la soddisfazione della vita è è risultata in media inferiore del 29%.

I ricercatori dicono che ci sono molti fattori alla base della correlazione tra i tratti della personalità e l’industrializzazione storica, ma quelli che sembrano i più consistenti sono la rimozione e la socializzazione (comportamento appreso).  «Le persone che migrano nelle aree industriali lo fanno spesso per trovare un impiego nella speranza di sfuggire alla povertà e alle angoscianti situazioni di depressione rurale: sono  coloro che sperimentano alti livelli di “avversità psicologiche”. Tuttavia, le persone che in seguito hanno lasciato queste aree, spesso erano probabilmente quelle con più alto grado di ottimismo e resilienza psicologica. Questo “afflusso e deflusso selettivo” può aver concentrato i cosiddetti tratti di personalità “negativi” nelle aree industriali: tratti che possono essere tramandati per generazioni attraverso combinazioni di esperienza e genetica. Gli effetti migratori sarebbero stati esacerbati fin dall’infanzia dalla “socializzazione” del lavoro ripetitivo, pericoloso ed estenuante –  riducendo il benessere e aumentando lo stress – combinati alle dure condizioni di sovraffollamento e alle atroci condizioni igieniche durante l’era del vapore».

Gli autori dello studio sostengono che le loro scoperte hanno importanti conseguenze per i politici odierni che amministrano la sanità pubblica: «Il declino del carbone nelle aree dipendenti da tali industrie ha causato persistenti difficoltà economiche e una più alta disoccupazione – conclude il tedesco Michael Stuetzer della Duale Hochschule Baden-Württemberg – E’ probabile che questo abbia contribuito alla linea di base delle avversità psicologiche che la Rivoluzione industriale ha impresso su alcune popolazioni.

“Questi livelli regionali delle personalità possono avere una lunga storia, risalire alle fondamenta del nostro mondo industriale, quindi sembra sicuro poter presumere che continueranno a modellare il benessere, la salute e le traiettorie economiche di queste regioni».