La Rainbow Warrior a Fukushima. Greenpeace analizza la radioattività del mare

L’ex premier Kan: «Sul nucleare ho cambiato idea. Le energie rinnovabili più sicure e meno costose»

[25 febbraio 2016]

Fukushima Greenpeace 1

Si avvicinano l’11 marzo e il quinto anniversario del disastro nucleare di Fukushima e Greenpeace Giappone annuncia di aver avviato un’indagine sulla contaminazione radioattiva  delle acque dell’Oceano Pacifico causata della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. L’associazione ambientalista spiega che «L’analisi viene condotta da una nave di ricerca giapponese con un dispositivo unico nel suo genere: si tratta di un ROV (Remotely Operated Vehicle), equipaggiato con uno spettrometro in grado di rilevare la presenza di raggi gamma e un dispositivo per la campionatura dei sedimenti».

Le indagini di Greenpeace proseguiranno per tutto marzo e si svolgeranno lungo le coste della prefettura di Fukushima, in un raggio di 20 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.  Il team sta collaborando con scienziati del laboratorio indipendente Chikurin-Sya di Tokyo e da quello francese ACRO. L’indagine sulla radioattività è la 25esima ricerca sugli impatti dell’incidente nucleare di Fukushima condotta da Greenpeace dal marzo 2011.

Anche l’ex premier giapponese Naoto Kan, che presideva un governo egemonizzato dal Partito democratico giapponese all’epoca del disastro nucleare, si è unito all’equipaggio della Rainbow Warrior, la nave ammiraglia di Greenpeace, e ha lanciato un appello per l’abbandono totale dell’energia nucleare.  «Credevo che l’avanzata tecnologia giapponese potesse impedire il verificarsi di un incidente nucleare come quello di Cernobyl. Ma è successo. E mi sono trovato di fronte all’eventualità di dover evacuare circa 50 milioni di persone, a rischio per l’incidente nucleare di Fukushima Daiichi. Da quel momento, ho cambiato idea. Non dobbiamo correre un rischio così grande. Dovremmo invece muoverci verso energie rinnovabili più sicure e meno costose, che rappresentano opportunità economiche per le future generazioni».

Fino ad ora, nel cadavere radioattivo di Fukushima Daiichi, per cercare di raffreddare le centinaia di tonnellate di combustibile del reattore fuso nelle unità 1, 2 e 3 della centrale, la  Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha prodotto più di 1,4 milioni di tonnellate di acqua radioattiva. Greenpeace evidenzia che «Oltre all’iniziale rilascio di elementi radioattivi in acqua durante le prime settimane dall’incidente e il continuo rilascio dalla centrale ogni giorno, la contaminazione radioattiva è entrata anche nel terreno, in particolare nelle foreste e nelle montagne di Fukushima, e continuerà a permanere nell’Oceano Pacifico per almeno 300 anni. Non si intravede ancora una fine della vicenda per le comunità locali di Fukushima, molte delle quali non possono fare ritorno a casa a causa della contaminazione radioattiva. Solo tre dei cinquantaquattro reattori nucleari esistenti in Giappone nel marzo 2011 sono attualmente in funzione. Il governo giapponese ha fissato l’obiettivo, irrealistico, di riportare 35 reattori in funzione entro il 2030, nonostante i numerosi problemi tecnici e le cause legali intentate dai cittadini stiano mettendo in seria discussione il ritorno della produzione nucleare in Giappone»».

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, conclude: «Il disastro di Fukushima è stato il più grande episodio di rilascio di radioattività nell’ambiente marino della storia. C’è un urgente bisogno di comprendere l’impatto che questa contaminazione sta avendo sull’oceano, come la radioattività vada diffondendosi e allo stesso tempo e riconcentrandosi lungo la catena alimentare, e le relative implicazioni»,