Shell: sulle emissioni di gas serra l’opinione pubblica potrebbe perdere la pazienza

Le multinazionali petrolifere sanno di non avere più l’egemonia culturale

[13 marzo 2017]

L’amministratore delegato della  Royal Dutch Shell, Ben van Beurden, teme uno scollamento pericoloso tra la l’industria dei combustibili fossili e l’opinione pubblica: intervenendo alla CERAWeek energy conference a Houston, di fronte ai leader energetici e a molti esponenti politici di tutto il mondo,  van Beurden  ha detto: «Credo che la fiducia sua stata erosa al punto in cui  inizia a diventare un problema serio per il nostro futuro a lungo termine».

Van Beurden ha esaltato il lavoro della Shell in materia di energia low-carbon e ha ricordato che la sua compagnia preme perché venga introdotta una carbon tax, ma ha anche sottolineato che la transizione dell’attuale sistema energetico globale, dominato dai combustibili, ad uno pulito richiede un lavoro decennale, mentre l’opinione pubblica la pensa diversamente: «L’accettazione sociale del sistema energetico che abbiamo sta proprio scomparendo» e ha ammesso che per relazionarsi con l’opinione pubblica e i decisori politici sulla transizione energetica, la Shell avrebbe bisogno di un approccio «quasi da attivista».

Insomma, se non si dimostrerà di voler davvero tagliare le emuisioni di gas serra cambiare modello energetico, i cambiamenti climatici sempre più evidenti e devastanti potrebbero far perdere la pazienza a una buona pate dell’opinione pubblica, che già oggi sta mettendo in difficoltà le multinazionali petrolifere.

Secondo l’amministratore delegato Shell, è molto difficile discutere di energia nella maniera giusta e di questo hanno colpa anche le Big Oil come la sua multinazionale: «Abbiamo permesso che la discussione prendesse una stana deriva» ed ora sarebbe molto difficile farla ridiventare «razionale», almeno secondi i criteri di van Beurden  e delle multinazionali che, da opinion makers sono passate a difendersi dalle martellanti campagne delle associazioni ambientaliste e dalle organizzazioni che tutelano i diritti delle comunità locali e dei popoli indigeni.

Van Beurden è convinto che gli aggiustamenti, le ritirate (come quella della Shell dall’Artico) e le ammissioni tardive che il cambiamento climatico è reale e che è provocato dall’uomo (cioè soprattutto dalle multinazionali dei combustibili fossili) avrebbero dovuto riportare la discussione ad un livello che ritiene «più razionale», ma prende atto che ormai le cose a questo punto sono più «emotive» e che «Le scelte e gli atteggiamenti che le persone hanno siano parte integrante del loro stile di vita e non sono più  guidati da quello che è il senso comune», o almeno da quel che una mega-company come la Shell riteneva che fosse il senso comune, plasmato in anni di pubblicità, propaganda e finanziamento di gruppi di pressione conservatori e antiambientalisti.

Van Beurden e la Shell prendono atto che l’epoca d’oro dei combustibili fossili è finita e che la transizione – “emotività” o meno dell’opinione pubblica – è iniziata ed è necessaria. Ed è interessante che tutto ciò, seppur con non celata malinconia per i bei tempi andati, venga detto dal capo di una grande industria petrolifera nel Texas repubblicano e petrolifero (ma che pullula di pale eoliche), dove batte il cuore conservatore e dello scetticismo climatico dell’America di Donald Trump.