Principe saudita annunciato quotazione in borsa per Aramco, colosso petrolifero statale

L’Arabia Saudita lascia indietro l’oro nero: «Nel 2020 potremo vivere senza petrolio»

Il Paese si prepara a diversificare gli investimenti con un fondo sovrano da 2mila miliardi di dollari

[26 aprile 2016]

principe arabia saudita Mohammad bin Salman Al Saud

Il principe Mohammad bin Salman Al Saud (nella foto), secondo nella linea ereditaria dell’Arabia saudita, ha annunciato riforme economiche radicali volte a ridurre la dipendenza del Paese dai profitti del petrolio. Bin Salman ha detto che «l’obiettivo è quello di uscire dalla dipendenza dal petrolio a diventare un centro di investimento globale entro il 2020».

Il principe Mohammed è molto potente: figlio del re, è ministro della Difesa e capo del Consiglio economico dell’Arabia Saudita; è considerato l’ispiratore della guerra contro lo Yemen e anche della guerra economica-petrolifera contro l’Iran e contro il fracking Usa, e non nasconde le sue ambizioni di succedere al trono. Bin Salman, accusato di aver provocato la crisi economica (legata al crollo dei prezzi petroliferi) che sta colpendo la monarchia assoluta saudita, ha sottolineato durante un’intervista ad al-Arabiya: «Credo che entro il 2020, se il petrolio subirà uno stop, potremo sopravvivere. Ne abbiamo bisogno, ma penso che – ha sottolineato – nel 2020 potremo vivere senza petrolio».

Sembra l’annuncio di una vera rivoluzione, visto che l’Arabia Saudita è uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio, che fornisce quasi l’80% delle entrate del regno. Ma dopo il calo dei prezzi petroliferi, innescato proprio dalle politiche saudite, l’Arabia Saudita ha varato  il piano economico Vision 2030, e ha appena annunciato che collocherà in Borsa il 5% circa dell’azienda petrolifera di Stato Aramco, che complessivamente vale 2mila miliardi di dollari. Questa è solo una parte del cambiamento disegnato per il Paese: grazie anche ai proventi derivanti dall’operazione Aramco, il regno saudita si doterà di un fondo sovrano d’investimento dalla portata di fuoco (a regime) proprio di 2mila miliardi di dollari, più del doppio rispetto al celebre omologo norvegese. oggi il più grande al mondo.

Quindi l’Arabia Saudita sta utilizzando gli introiti petroliferi per prepararsi un’uscita dall’era del petrolio e  Bin Salman  ha spiegato che «i dati iniziali ci dicono che il fondo avrà il controllo su oltre il 10% della capacità di investimento globale. Il regno si è impegnato nelle  riforme previste, che andranno avanti, anche se i prezzi del petrolio saliranno di nuovo.  La Vision non ha nulla a che fare con i prezzi del greggio. Se il prezzo del petrolio risale sosterrà molto la Vision, ma non se non lo fa non abbiamo bisogno di prezzi elevati. Siamo in grado di trattare con i prezzi più bassi possibili», forti della disponibilità di greggio ancora facilmente estraibile di cui gode il Paese.

Il principe è convinto che la diversificazione dell’economia saudita avverrà attraverso investimenti nell’industria mineraria, nella produzione militare e con l’introduzione di tasse sui beni di lusso e le bevande zuccherate. Inoltre, il principe ha annunciato che l’Arabia Saudita introdurrà un nuovo sistema di visti che permetterà agli immigrati arabi e musulmani di lavorare per più lunghi periodi nel regno.

Nonostante questi concreti slanci verso un’economia post-petrolifera, l’Arabia Saudita è uno dei pochi Paesi a non aver firmato all’Onu il 22 aprile l’Accordo di Parigi sul clima per ridurre le emissioni di gas serra e durante i negoziati dell’Unfccc i sauditi sono stati accusati di sabotare i colloqui  per proteggere la loro economia dipendente dal petrolio. Ora sembra che la svolta annunciata nei giorni scorsi sia più fondata e l’Arabia Saudita, Paese petrolifero per eccellenza, si prepara ad abbandonare il petrolio entro il 2020 mentre da noi qualcuno continua a dire che la transizione sarà molto lunga, che del petrolio ce ne sarà bisogno per molto tempo e che le energie rinnovabili appartengono a un futuro remoto.