L’attacco delle trivelle all’Adriatico settentrionale, a rischio pesca e turismo

Emilia-Romagna e Marche sotto scacco delle compagnie petrolifere

[2 luglio 2015]

NO Oil Marche ER 1

Nelle sue tappe in Emilia-Romagna e nelle Marche, Goletta Verde nuovamente posto il problema della difesa del mare e delle coste dell’Adriatico dall’assalto delle compagnie petrolifere e rilanciato il manifesto internazionale #StopSeadrilling – NO OIL un impegno comune per il futuro del mare Adriatico promosso da Legambiente e sostenuto dalla coalizione ambientalista croata SOS Adriatico e da numerose altre associazioni, sigle e cittadini sia in Italia che in Croazia, Albania, Montenegro e Bosnia Herzegovina. Secondo Legambiente «E’ in corso un vero e proprio assalto al mare Adriatico da parte delle compagnie petrolifere e se da un lato il Governo evidenzia i rischi delle nuove richieste di estrazioni sul lato croato, in Italia non si ostacolano le mire espansionistiche dei nuovi cercatori d’oro (nero)».

In soli 10 giorni, da 3 al 12 giugno, i ministri dell’ambiente e dei beni e delle attività culturali e del turismo hanno firmato 10 decreti che formalizzano la chiusura con esito positivo di altrettante procedure di Valutazione di impatto ambientale (VIA) riguardanti richieste di permessi di prospezione o ricerca nel Mar Adriatico. Un gigantesco nullaosta ambientale su attività di ricerca per idrocarburi in un’area complessiva di 4.782 kmq.

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, dice che è «Una vera follia visto che le quantità di idrocarburi in gioco inciderebbero ben poco sull’economia e sull’indipendenza energetica italiana. Senza contare che mentre la maggior parte del guadagno andrebbe a compagnie private, gli eventuali e possibili danni ricadrebbero tutti sulla collettività del nostro Paese. Per questo riteniamo necessario un tavolo che coinvolga l’Italia, la Croazia e tutti i Paesi Costieri per ragionare su una scala più vasta, al di là dei limiti territoriali nazionali, su quale deve essere il futuro del Mar Adriatico, con le popolazioni locali, le associazioni ed i portatori di interessi a beneficio della collettività».

In Emilia Romagna Legambiente ha raccolto le adesioni di enti locali e pescatori ed i suoi volontari hanno esposto l’ormai notissimo striscione contro le trivelle, in prossimità delle piattaforme già presenti mentre, a bordo della storica imbarcazione ambientalista, navigavano verso Cesenatico dove lo striscione è stato nuovamente esposto con l’adesione del sindaco di Cesenatico, dei pescatori e dei balneatori.

Il Cigno Verde ricorda che «La zona dell’alto Adriatico vede, infatti, una forte attività di estrazione di idrocarburi, prevalentemente di gas. L’Emilia-Romagna non è infatti esente dall’assalto delle compagnie petrolifere. Tra le tre richieste di concessione di coltivazione, ultimo passaggio per poter avviare delle nuove estrazioni, che sono attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale, c’è quella ad esempio di cui è titolare ENI, ubicata di fronte la costa tra Rimini e Cesenatico per un’area di 103,6 kmq. Sempre in Emilia Romagna c’è anche il permesso di ricerca della Po Valley contro cui si stanno battendo le associazioni che si trova a largo tra Comacchio e Ravenna. Tra le istanze di permesso di ricerca, che si trovano tutte in fase istruttoria (l’inizio dell’iter tecnico amministrativo), c’è quella dell’Adriatic Oil a largo della costa tra Rimini e Cervia per un’area di 430,8 kmq».

Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna, spiega che «A preoccupare è anche la recentissima scelta del ministero dello Sviluppo Economico che ha autorizzato la società petrolifera Po Valley Operations ad ampliare un titolo già esistente al largo del Delta del Po, nel ravennate. Una autorizzazione già impugnata dalle associazioni ambientaliste La riperimetrazione della superficie precedentemente concessa ha portato ad una estensione dell’area di ricerca di gas e petrolio in mare da 197 Kmq a 526 Kmq e per di più entro le 12 miglia dalla costa, area vincolata e vietata per legge. Se l’ampliamento andasse in porto, a nostro avviso, si avrebbe un via libera per poter trivellare i nostri mari ovunque: a due passi dalle coste e dalle spiagge, dalle aree protette, sempre più a ridosso di luoghi ad alto valore turistico, da nord a sud. Chiediamo che la Regione prenda una posizione netta contro questi rischi. Insomma si gioca con la legge per raddoppiare l’area per le trivellazioni offshore. Nell’area dell’Alto Adriatico, particolarmente sensibile per i rischi di subsidenza, non a caso sino allo scorso anno erano vietate le trivellazioni, mentre con l’art, 38 del decreto Sblocca Italia (dl 133/2014) il Governo ha aperto a “progetti sperimentali di coltivazione” da sottoporre a VIA. La concessione alla Po Valley nel ravennate rappresenta una di queste forzature intollerabili a esclusivo vantaggio delle compagnie petrolifere. Tra i fenomeni più evidenti dei rischi ambientali c’è, come detto, quello della subsidenza che colpisce tutta la fascia costiera emiliano-romagnola. Proprio nel ravennate tra i territori più colpiti dal fenomeno di abbassamento del terreno e di erosione della costa c’è quello del Lido di Dante a Ravenna: se il litorale ravennate presenta abbassamenti generalmente fino a circa 5 mm/anno, l’area costiera compresa tra il Lido Adriano e la foce del Bevano presenta una depressione più importante, facendo registrare un abbassamento pari a 20 mm/anno proprio in corrispondenza della foce dei Fiumi Uniti. È ormai certo che l’estrazione di fluidi, dal sottosuolo – e quindi anche di idrocarburi – sia una delle cause antropiche dell’aumento della subsidenza. Per questo si chiede subito di fermare le estrazioni della piattaforma Eni a largo di Ravenna».

Anche nelle Marche cresce il fronte della protesta contro il rischio di nuove piattaforme: tra le VIA rilasciate dal governo  c’è un permesso di 138 kmq, titolare Appennine Energy, situato di fronte la costa marchigiana tra Civitanova Marche e Grottammare. Altri 14.510 kmq sono infine destinati ad attività di prospezione (richiesta della Spectrum Geo Limited) per un’area a largo della costa da Termoli a Rimini che coinvolge quindi Marche, Abruzzo, Molise ed Emilia. Per questo Goleta Verde ha inaugurare la tappa di Pesaro con un incontro che punta proseguire l’impegno per la creazione di un fronte comune che blocchi l’aggressione all’Adriatico, «Perché questa folle corsa all’oro nero rischia di compromettere per sempre il futuro delle popolazioni coinvolte da possibili incidenti che metterebbero in pericolo ambiente, turismo e pesca».  Se prima a protestare erano soltanto gli ambientalisti oggi il fronte si è allargato e in prima linea ci sono anche amministratori, enti locali, balneari, pescatori e operatori turistici. Ma anche chi sta investendo in questo territorio per proporre un futuro diverso e davvero competitivo a partire dall’utilizzo di energie rinnovabili, produzione diffusa e risparmio energetico».

Il dossier “NO OIL – Stop Sea drilling – un impegno comune per il futuro del mar Adriatico” evidenzia che «Ad oggi tra le Marche e la Puglia sono attive 21 concessioni di estrazione di idrocarburi (gas e petrolio). Di queste quelle da cui si estrae petrolio sono 3, per un totale di 1.127 kmq di estensione, 8 piattaforme e 34 pozzi produttivi: per le Marche i titoli appartengono all’Edison (BC7LF di fronte alle coste di Porto S. Elpidio che ha prodotto 67.218 tonnellate di petrolio – il 9% della produzione a mare e l’1% della produzione totale, con un decremento di produzione dal 2004 al 2014 di 26.727 tonnellate di greggio all’anno). Per quanto riguarda la ricerca di idrocarburi oggi ci sono otto in totale 8 permessi già rilasciati, di cui uno di fronte le coste marchigiane di estensione pari a 529,30 kmq, il cui titolo è di Enel Longanesi. Ci sono inoltre 20 istanze di permesso di ricerca – a diversi stadi dell’iter amministrativo – che incombono sulle coste italiane adriatiche. Di queste 9 istanze riguardano le coste marchigiane, per un totale di 3670 Kmq (conteggiando anche le istanze che ricadono tra Marche e Abruzzo). Per finire sono le 3 istanze di permessi di prospezione che, come si è detto, hanno appena ottenuto il nullaosta ambientale dal Ministero dell’Ambiente».

La presidente di Legambiente Marche, Francesca Pulcini, è convinta che «Per rendere le Marche più competitive e capaci di futuro, la scelta delle trivellazioni non solo è sbagliata ma fortemente dannosa. La Regione Marche ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro l’art. 38 del decreto Sblocca Italia tenendo presente la svolta energetica che il nostro Paese sta vivendo, Marche comprese. E’ necessario puntare sulle energie rinnovabili, sulla produzione diffusa e sul risparmio energetico, solo così potremmo affrontare con forza e decisione le nuove sfide. Siamo inoltre convinti che il futuro di questo territorio sia fatto di qualità ambientale per la crescita dell’economia, del turismo, dell’agricoltura di qualità e delle produzioni tipiche. Buone pratiche già presenti nelle Marche e oggi abbiamo voluto mettere insieme per ribadire qual è la nostra idea di futuro: un territorio deciso ad abbandonare pratiche ormai anacronistiche e poco promettenti per la propria crescita e pronto al cambiamento. Per questo chiediamo alla Regione di fare pressione sul Governo Italiano affinché si faccia promotore di un’azione a difesa del Mare Adriatico».

Ma il Governo italiano non sembra voler tener conto del  calcolo costi-benefici dell’impatto economico, sociale e ambientale, dell’l’inquinamento sistematico e del rischio di incidente in aree di pregio naturalistico e paesaggistico, il tutto per cercare e estrarre risibili quantità di gas e petrolio. Infatti turismo e pesca saranno direttamente coinvolti dalle conseguenze delle attività estrattive.  Alcuni studi del Norvegian Institute of Marine Research calcolano una diminuzione del pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun. Questa insensata corsa all’oro nero rischia di essere letale per il settore turistico, un patrimonio importantissimo per l’economia di quest’area, che potrebbe subire un notevole impatto negativo dal moltiplicarsi degli impianti estrattivi presenti e in arrivo nel mar Adriatico.

Serena Carpentieri, portavoce di Goletta Verde, conclude: «Nell’anno della Cop21, dove si giocherà la partita del nuovo protocollo per combattere il cambiamento climatico, queste forzature del Governo hanno una drammatica valenza simbolica per tutto il Paese, in assoluto contrasto con ogni strategia che voglia lottare contro i cambiamenti climatici. Un ennesimo tentativo della vecchia economia novecentesca basata sulle fonti fossili., che mette a rischio tutta l’economia sana della zona, invece di difendere l’interesse pubblico ad uno sviluppo economico sostenibile. Finora a lottare contro le trivelle c’erano solo gli ambientalisti, oggi invece, come testimoniamo qui da Cesenatico, ci sono oggetti anche molto diversi tra loro, dai pescatori ai balneatori, agli operatori del settore turistico, che dimostrano come la contrarietà alle trivellazioni nasce dalla richiesta di un futuro ambientale, economico e sociale diverso da quello il Governo nazionale ha deciso di mettere in campo».