Le grandi dighe nei Paesi in via di sviluppo non sono sostenibili

Molti grandi progetti idroelettrici realizzati in Europa e negli Usa sono stati disastrosi per l'ambiente

[6 novembre 2018]

Lo studio “Sustainable hydropower in the 21st century” pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori del Department of Earth and environmental sciences della Michigan State University, da fragione ai popoli indigeni e alle comunità locali che si battono contro le grandi dighe. Il nuovo studio, che parte dall’analisi delle grandi dighe idroelettriche realizzate in Europa e negli Stati Uniti,  evidenzia che si sono rivelate disastrose per l’ambiente e che ogni anno dozzine di queste dighe  vengono smantellate perché giudicate pericolose e antieconomiche.

Me gli autori dello studio temono che la natura insostenibile di questi grandi progetti idroelettrici non sia riconosciuta dai governi dei Paesi in via di sviluppo. E, se si guarda a quel che è successo e succede in grandi Paesi come Cina, India e Giappone, ma anche in altri Paesi africani e sudamericani o nel sud-est asiatico è difficile dar loro torto.

Il problema è che l’energia idroelettrica rappresenta in tutto il mondo il 71% delle energie rinnovabili  e ha svolto un ruolo importante nello sviluppo di molti Paesi, anche se molti scienziati e le associazioni ambientaliste non considerano più da tempo il grande idroelettrico un’energia pulita e sostenibile. I ricercatori statunitensi sono d’accordo con i critici  ed evidenziano che negli Usa e nell’Unione europea, dove la costruzione di dighe ha raggiunto il picco negli anni ’60 da allora è in declino, con più dighe che attualmente sono in fase di smantellamento che in costruzione e ormai negli Usa l’energia idroelettrica fornisce solo circa il 6% dell’elettricità. Negli Usa viene abbattuta più di una diga a settimana . Per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo il problema secondo i ricercatori è che «I governi sono stati accecati dalla prospettiva di un’elettricità a basso costo senza tenere conto dei costi ambientali e sociali di questi impianti».

Ma anche il costo economico non scherza: più del 90% delle dighe costruite dal 1930 si sono rivelate più costose del previsto e hanno danneggiato l’ecologia fluviale, hanno costretto milioni di persone ad abbandonare i posti dove vivevano e hanno contribuito al cambiamento climatico liberando gas serra con la decomposizione dei terreni e delle foreste allagati.

Il principale autore dello studio, Emilio Moran  ha detto a BBC News che i governi «Fanno un quadro roseo dei benefici, che poi non vengono soddisfatti, e i costi vengono ignorati e scaricati sull’intera società molto più tardi».

Il rapporto fa l’esempio di due dighe sul fiume Madeira in Brasile (dove il novo presidente Jair Bolsonaro vorrebbe riempire di dighe l’Amazzonia) , che sono state completate solo cinque anni fa e che, a causa dei cambiamenti climatici, si prevede che produrranno solo una minima parte dell’energia prevista».

Attualmente nei Paesi in via di sviluppo sono in fase di progettazione e costruzione circa 3.700 dighe, grandi e piccole e il team della Michigan State University  sostiene che «La nostra grande preoccupazione è che molti dei progetti più grandi porteranno danni irreparabili ai principali fiumi su cui probabilmente saranno costruiti».

Il progetto Grand Inga, sul fiume Congo, dovrebbe produrre addirittura più di un terzo dell’energia elettrica attualmente generata in Africa, ma il nuovo studio evidenzia che  l’obiettivo principale del gigantesco impianto da 80 miliardi di dollari sarà quello di fornire elettricità all’industria. Moran spiega: «Oltre il 90% dell’energia di questo progetto andrà in Sudafrica per l’estrazione mineraria e la popolazione del Congo non otterrà quell’energia.  Tra le popolazioni che studio in Brasile, la linea elettrica passa sopra le loro teste e va a 4.000 km dall’area e nessuna energia viene data loro a livello locale. Il piacevole obiettivo dell’elettrificazione rurale è stato completamente sovvertito da interessi su vasta scala che stanno spingendo questa tecnologia e i  governi sono disponibili a farsi convincere che questa è la strada da percorrere».

Il rapporto  conferma che le grandi dighe sui grandi fiumi distruggeranno le fonti di cibo, con 60 milioni di persone che vivono di pesca lungo il corso del Mekong che probabilmente perderanno i loro mezzi di sussistenza, con un danno economico valutabile in oltre 2 miliardi di dollari. Moran e il suo team sono convinti che le dighe distruggano e distruggeranno migliaia di specie uniche che vivono in questi hotspot della biodiversità.

In Brasile, che ottiene il 67% della sua energia elettrica dall’ energia idroelettrica, la risposta alla riduzione della capacità idrica a causa dei cambiamenti climatici è quella di costruire più dighe. Con l’elezione alla presidenza di un eco-scettico e di un negazionista climatico come Bolsonaro verrà probabilmente raottamata al più presto la moratoria temporanea sulla costruzione di nuovi progetti idroelettrici e nel Paese sono già pronti progetti per costruire altre 60 dighe.

Gli autori dello studio denunciano che sui governi di molti Paesi poveri c’è un’enorme per portare avanti lo sviluppo delle energie rinnovabili, e viene loro detto che «un mix di fonti energetiche che include l’energia idroelettrica è l’approccio più sostenibile».

Ma per Moran, «Il grande idroelettrico non ha un futuro, questa è la nostra schietta conclusione. Per mantenere l’energia idroelettrica come parte del mix nel XXI  secolo dovremmo combinare più fonti di energia rinnovabile, Dovrebbero esserci maggiori investimenti nel solare, nell’eolico nelle biomasse e nell’ idroelettrico quando appropriato, a patto che si mantenga su standard rigorosi in cui i costi e i benefici siano veramente trasparenti».