Centrali nucleari e a carbone obsolete, nel 2020 a rischio più del 35% dell'energia di Bulgaria e Romania

Le “isole energetiche” dell’Europa al tempo della guerra in Ucraina e di South Stream

Ora per la Commissione Ue gli accordi bilaterali con Gazprom «violano la legislazione europea»

[11 febbraio 2015]

Nel bel mezzo della crisi ucraina e dopo che la Russia ha messo la parola fine al progetto di gasdotto South Stream, il documento di orientamento per quella che è destinata a diventare l’Unione dell’energia dell’Ue rivela tutta la preoccupazione della Commissione europea per l’isolamento energetico in cui si trovano i Paesi dell’Europa del sud-est.

Il documento interno per “un dibattito orientativo” della Commissione Ue, che avrebbe dovuto rimanere riservato, afferma infatti che «le isole energetiche continuano ad esistere e numerosi mercati, come quelli del sud-est dell’Europa, non sono correttamente connessi ai loro vicini». E proprio in tal senso si parla di “isole energetiche”. Il “dibattito orientativo”, che è gestito dal vice-presidente de la Commissione Ue Maroš Šefčovič, punta a realizzare la futura Unione energetica, e in queste “isole” trova un bel problema.

Le isole energetiche in Europa sono diverse e comprendono la Grecia, la Bulgaria e la Romania, ma anche i Paesi candidati a entrare nell’Ue come l’Albania e quelli della ex Yugoslavia: Serbia, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Bosnia Erzegovina, mal integrati al resto dell’Europa. Ma il fenomeno si estende a un’area più vasta che comprende Ungheria, Croazia, Slovenia, Slovacchia, e anche alla ricchissima Austria.

In quasi tutti questi Paesi le imprese di distribuzione dell’elettricità operano spesso in regime di monopolio e parlare di regolatori indipendenti è quasi uno scherzo. Come spiega EurActiv in un approfondimento sul tema, nella Grecia ereditata dal governo Tsipras, la società statale distribuisce quasi il 100% dell’elettricità; in Bulgaria, tre fornitori – CEZ, E.on ed Energo Pro – grazie al governo di destra si sono divisi il mercato del Paese, e ognuno esercita il completo monopolio sulla sua zona di influenza; in Romania la Commissione Ue ha aperto inchieste sulle tariffe preferenziali accordate dal governo ad Hydroelectrica, il produttore di energia idroelettrica controllato dallo Stato, e a diversi produttori e negoziatori di elettricità.

Secondo l’inchiesta di EurActiv, «l’elettricità, paragonata agli altri Paesi membri dell’Ue, non costa cara nella regione. Tuttavia, gli standard di vita poco elevati classificano questi Paesi nella categoria degli Stati dell’Ue nei quali un’importante percentuale della popolazione (tra il  20% e il 30%) non può riscaldare correttamente le loro abitazioni».

Da un recente studio dell’Ong E3G, Delivering a resilient energy Union: six principles for success, risulta che bisognerebbe fare investimenti considerevoli per abbattere gli ostacoli esistenti. L’European Network of Transmission System Operators for Electricity conferma che, entro il 2010, nella regione dovrebbero essere investiti almeno 10,8 miliardi di euro nei progetti di trasmissione di elettricità. Il problema è che in molti Paesi ci sono centrali nucleari e a carbone obsolete, e che nel 2020 più del 35% della capacità produttiva di energia di Bulgaria e Romania potrebbe non essere più utilizzabile.

Il disastroso conflitto ucraino e l’annullamento di South Stream – che avrebbe dovuto collegare proprio queste “isole energetiche” – hanno dato il colpo di grazia, e la Commissione Ue ora suggerisce ai Paesi dell’Europa sud-orientale di fare come l’Europa del nord: realizzare hub per il gas liquido e moltiplicare i loro fornitori. Una strategia all’interno della quale anche l’Italia, com’è noto, cerca da tempo di imporsi.

Ma la Russia è di diverso avviso e ha fatto sapere che chi vuole accedere al gas che avrebbe dovuto fornire South Stream potrà farlo rifornendosi a un terminal gasiero che verrà realizzato alla frontiera greco-turca: Atene sembra già più che interessata, ma la Commissione Ue ha avvertito che i futuri accordi intergovernativi realizzati dagli Stati membri, così come «tutti gli altri tipi di contratti» conclusi con i Paesi esportatori saranno sottoposti a un esame preliminare per assicurarsi che le regole del mercato interno dell’Ue e i criteri di sicurezza dell’approvvigionamento siano rispettati. E’ chiaro che nel mirino ci sono i Paesi europei che hanno già concluso accordi bilaterali con la Russia nel quadro della costruzione del gasdotto South Stream, infatti il 4 dicembre scorso la Commissione europea si è accorta che gli accordi fatti sotto l’egida di  Gazprom violano la legislazione europea, e dovranno essere integralmente rinegoziati.

EurActiv è entrato in possesso anche di una lettera inviata dalla Commissione Ue al governo bulgaro – datata 14 agosto  2013 –  nella quale si accusa  Sofia di voler accordare un regime fiscale preferenziale a Gazprom (o alle società affiliate al gigante gasiero russo) per la costruzione del gasdotto.

«L’European Network of Transmission System Operators for Electricity and gas (Entso- E/G) dovrà essere migliorato e dovranno essere creati dei centri operative regionali  al fine di gestire meglio i flussi di gas e di elettricità transfrontalieri», si legge nel documento della Commissione Ue, che prevede anche «un rafforzamento della regolamentazione». Lo scontro con la Russia sull’Ucraina ha evidentemente sopito gli spiriti animali della deregulation, ben presenti quando Mosca faceva grandi affari con l’Ue e la considerava un partner strategico, mentre le multinazionali energetiche Italiane – Eni compresa – partecipavano a quegli accordi con Gazprom che ora la Commissione europea si accorge che «violano la legislazione europea e dovranno essere integralmente rinegoziati». E’ proprio vero: il liberismo politico è molto flessibile.

Stando così i fatti, e vista la «particolare vulnerabilità» dell’Europa centrale e sud-orientale, adesso la Commissione Ue pensa a nuovi format di cooperazione che il documento cita sotto il nome di «forum energetico dell’Europa centrale e del Sud-Est (Secef o Cesec)».

Il 9 febbraio, in un meeting presieduto Maroš Šefčovič, si sono già incontrati i ministri di Austria, Bulgaria, Croazia, Grecia, Romania, Slovenia, Slovacchia e Ungheria. La riunione, svoltasi a porte chiuse, puntava a chiedere il sostegno della Commissione europea, ma anche a capire cosa pensa il commissario Šefčovič in merito alle riforme da fare in questi Paesi. Per ora il riserbo dei risultati di questo meeting è totale, ma sul futuro energetico dell’Europa sud-orientale risuonano le cannonate della vicina Ucraina.