Le schiave sessuali yazide pronte a vendicarsi delle violenze dello Stato islamico

Le yazide alla guerra contro il Daesh per salvare le donne e le ragazze violentate e vendute

[17 febbraio 2016]

yazide

Molte delle donne yazide  che i miliziani neri dello Stato Islamico/Daesh hanno utilizzato come schiave sessuali  si sono arruolate nella milizie kurde irakene o dl Rojava Siriano per partecipare alla riconquista di Mossul, la città a nord dell’Iraq che è uno dei principali capisaldi del Daesh e dove presto arriveranno un migliaio di soldati italiani con il compito ufficiale di difendere i lavori di consolidamento di una grande diga.

Donne yazide combattono già nelle formazioni femminili (le YPJ) delle forze di autodifesa progressiste dei kurdi del Rojava (YPG), ma secondo diverse fonti altre donne yazide, un centinaio, avrebbero raggiunto i peshmerga kurdi irakeni e starebbero già combattendo contro il Daesh, mentre altre 500, di un’età che varia dai 17 ai 37 anni, si stanno addestrando a combattere.

Nell’agosto 2014 lo Stato Islamico catturò circa 2.000 donne yazide a Sinjar, nel nord dell’Iraq, una città da poco liberate dalle truppe irakene appoggiate dai peshmerga kurdi e dell’YPG/YPJ.

Una combattente yazida, Khatoon Khider, racconta che durante la fuga, prima di essere salvate dalleYPG/YPJ, «Le donne lanciavano i loro bambini dalla montagna e poi saltavano anche loro perché era il modo più rapido per morire». Molte delle donne yazide che si sono arruolate nelle milizie kurde sono scappate dalla prigionia ed hanno preso le armi proprio per vendicarsi dei loro aguzzini. La maggior parte di loro è fuggita da Mosul dove erano detenute e schiavizzate, ma n molte donne sono ancora nelle mani degli jihadisti. La Khider conferma: «Abbiamo molte delle nostre donne detenute come schiave a Mosul. Le loro famiglie le aspettano. Noi le aspettiamo. La liberazione della città potrebbe aiutarle a ritornare alle loro case».

Prima dell’invasione dello Stato Islamico Daesh, in Iraq vivevano circa 650.000 yazidi, considerati dai musulmani adoratori del diavolo e che in realtà professano una delle religioni più antiche del mondo, precedente al monoteismo. Gli Yezidi in realtà sono kurdi che nel VI secolo aC  si sarebbero rifiutati di convertirsi allo zoroastrismo, la religione che allora era predominante nell’attuale Kurdistan.

I miliziani neri del Daesh  puntano a sterminare chiunque non professi la loro versione wahabita dell’Islam e per questo hanno barbaramente ucciso almeno 20.000  yazidi, mentre gli altri hanno dovuto abbandonare le loro terre. Le donne catturate sono state costrette a convertirsi all’Islam ed a sposare i jihadisti. Se si rifiutavano venivano violentate e poi vendute come schiave sessuali.

Una ex concubina di un miliziano del Daesh, Nadia Murad Basee Taha, che attualmente vive sotto protezione in Europa, ha raccontato il genocidio degli yazidi davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu ed è stata candidata al Premio Nobel per la Pace. Questa ragazza yazida di 21 anni ha raccontato al giornale russo Novaya Gazeta che in realtà i kurdi irakeni non difesero gli yazidi, che infatti furono salvati sulle montagne dalle YPG/YPJ che attraversarono apposta il confine siriano durante l’offensiva del Daesh che il 3 agosto 2014 portò lo Stato Islamico a conquistare Sinjar e molti villaggi yazidi, tra i quali Korju dove viveva Nadia. «I ribelli hanno aperto il fuoco. Quel giorno sono morte 3.000 persone, uomini, donne e bambini, sono morte – ricorda  Nadia – Dopo la liberazione di Sinjar, a Sinjar e nei dintorni sono state ritrovate 16 fosse comuni».

Nadia Murad Basee Taha ha raccontato come il Daesh impone l’islamizzazione forzata: «Giovedi 14 agosto, il loro emiro è arrivato nel villaggio, si chiamava Abu Hamza Al-Hatuni… L’emiro è venuto per vedere il nostro capo-villaggio e gli ha detto: “Avete tre giorni. O vi convertite all’islam o vi uccideremo”».

L’emiro del Daeshj è tornato quasi subito a Korju insieme a 2.000 jihadisti che hanno circondato il villaggio impedendo a chiunque di fuggire. I 1.700 yazidi che vivevano a Korju sono stati riuniti di fronte alla scuola e alle donne e ai bambini è stato ordinato di salire al primo piano dell’edificio. Poi i jihadisti hanno spogliato uomini e donne di tutti i loro beni e soldi. Solo dopo la rapina hanno chiesto che si voleva convertire all’Islam di uscire dalla scuola, ma nessun uomo e nessuna donna di Korju ha voluto farlo,  «Nessuno è uscito – spiega Nadia –  Dopo i ribelli hanno caricato gli uomini su dei pick-up e li hanno portati a 200 metri dal villaggio per fucilarli. Le donne sono state “selezionate” dai ribelli: le donne anziane di più di 40 anni così come le donne incinta sono state separate. Noi, le ragazze da 9 a 25 eravamo 150. Siamo state portate in un cortile. Le 80 donne anziane sono state fucilate, i ribelli non hanno voluto prenderle come concubine. Erano tutte del mio villaggio. Mia madre era tra loro».

Uno dei comandanti jihadisti,  Hadji Salman de Mossul, ha preso n Nadia con se e la teneva prigioniera in un edificio sorvegliato da 6  guardiani, uno dei quali ha insegnato il Corano alla giovane yazida. Solo dopo  Salman ha portato Nadia nella sua camera e le ha chiesto  di convertirsi all’Islam, ma la ragazza ha detto che lo avrebbe fatto a condizione di non dover andare a letto con lui. Il comandante jihadista le ha risposto: «Tu sarai la nostra donna, è per questo che ti ho scelta». Nadia ha replicato: «Allora non mi convertirò all’Islam». Hadji Salman le ha rivelato che aveva ucciso tutti i suoi parenti perché erano degli infedeli  e che avrebbe fatto la stessa fine.

Quindi Nadia si è dovuta  vestire completamente di nero ed è stata portata al tribunale dello Stato Islamico a Mosul, dove ha visto migliaia di donne vestite di nero e con la testa coperta ed ognuna di loro era accompagnata da un jihadista. Il cadi, il giudice musulmano, ha letto ad alta voce il Corano e ha fatto ripetere le stesse parole alle donne perché si convertissero. Dopo ad ogni donna è stata scattata una foto che poi è stata affissa al muro con scritto accanto un numero che corrispondeva al loro “proprietario”.

«I  ribelli vanno al tribunale e guardano quelle foto – spiega Nadia – Se una donna gli piace, possono chiamare quel numero per noleggiarla. Dopo l’accordo, pagano il noleggio con denaro o beni. Possono affittarci, comprarci o riceverci in dono».

Fortunatamente, Hadji Salman ha lasciato Nadia al Tribunale per andare a comprare un altro vestito per venderla meglio e la ragazza è riuscita a fuggire ed ha avuto la fortuna di trovare una famiglia con bambini che, nonostante fosse povera, si è impietosita per la storia della giovane ed è riuscita a chiamare per telefono uno dei fratelli di Nadia che si era messo in salvo nascondendosi un campo di rifugiati in Kurdistan. Il capo della famiglia  ha scritto su Viber al fratello di Nadia che sua sorella era nella lista dei ricercati e che mandasse i soldi necessari per fala fuggire da Mosul. Quando i soldi sono arrivati Nadia è stata caricata sulla macchina dell’uomo, coperta con un burka che la nascondeva completamente e dei documenti di identità appartenenti a un’altra donna hanno fatto il resto: nonostante i posti di blocco, Nadia è riuscita ad arrivare sana e salva nel Kurdistan irakeno.  Intanto la sua foto segnaletica senza velo era stata affissa a tutti i posti di frontiera. Due sorelle di Nadia sono diventate schiave sessuali dei miliziani del Daesh e sono state  noleggiate e comprate diverse volte prima che un loro parente pagasse un riscatto. Ora una vive in Germania e l’altra nel Kurdistan irakeno.

Nadia è sconvolta dalla ferocia di questi uomini che comprano e vendono donne “infedeli”, ma sottolinea che «Se i cristiani è gli sciiti vengono maltrattati, gli yazidi sono fatti oggetto di un odio particolare. Le donne vengono vendute e violentate, gli uomini uccisi».

Da quando il Daesh ha invaso le terre yazide, vitali per il contrabbando di petrolio e per rifornire i combattenti islamisti,  sono scomparsi 3.500 yazidi, tra i quali donne, ragazze e bambini e nessuno sa più niente di loro, nessuno li cerca e nessuno ne parla. «Attualmente, tutto il mondo vede ciò che rappresenta il Daesh – conclude Nadia – Nello stesso tempo, in questo preciso momento, delle ragazze e delle donne vengono violentate. La coscienza dell’umanità non si è ancora risvegliata e non c’è nessuno per salvare queste donne».

Forse è per questo che le donne yazide hanno imbracciato il kalashnikov per farlo da sole.