Cinque Paesi chiedono un intervento armato sotto l’egida delle Nazioni Unite

Onu: «La Libia verso una guerra totale». In fiamme terminal e depositi petroliferi

Dopo il fallimentare intervento della Nato arriva lo Stato Islamico. Il caos a pochi chilometri dall'Italia

[30 dicembre 2014]

Secondo Ali Al-Hassi, portavoce delle milizie che controllano Al-Sedra – uno dei più importanti terminal petroliferi della Libia – da ieri sarebbero ormai 5 grandi i grandi depositi petroliferi in fiamme, in seguito ai combattimenti tra le forze governative e gli islamisti.

L’incendio del terminal di Al-Sedra, nell’est della Libia, è stato innescato dai razzi lanciati tra il 25 e il 27 dicembre dai miliziani di Fajr Libya (Alba della Libia) che hanno colpito tre depositi di uno dei tre terminal della regione petrolifera di Croissant, un tecnico di Waha, la compagnia petrolifera libica, ha detto che in tutto nel terminal di Al-Sedra ci sono 19 depositi con una capacità di stoccaggio di 6,2 milioni di barili, 1,63 milioni dei quali sono s andati in fumo nell’incendio.

La United Nations Support Mission in Libya (Unsmil) ha condannato l’attacco ad Al-Sedra e in un comunicato ha detto che «il petrolio della Libia  appartiene a tutti i suoi cittadini  e costituisce una risorsa vitale per il Paese. Oltre al suo impatto negativo sull’economia, l’escalation di violenze nel Croissant petrolifero indeboliscono gli sforzi condotti per organizzare un dialogo politico». Ma la Libia, ormai uno Stato fantasma, è “governata” da due Parlamenti e da due governi – uno vicino alle milizie islamiche e l’altro riconosciuto dalla comunità internazionale – che si disputano il potere mentre le tribù hanno costituito s aree “indipendenti” e diverse milizie si sono dichiarate fedeli allo Stato Islamico/Daesh.

La guerra di liberazione petrolifera dichiarata dall’Occidente e dalle Monarchie assolute del Golfo contro Gheddafi sembra aver distrutto un Paese ed il petrolio sul quale si voleva mettere le mani brucia ed ormai la Libia produce circa 350.000 barili di greggio al giorno contro gli 800.000 del 13 dicembre scorso, quando Fajr Libya ha scatenato l’offensiva contro I terminal petroliferi del Croissant.

Ora il ministro “ufficiale” dell’interni chiede l’aiuto straniero, mentre l’Unsmil, al quale la Nato ha lasciato in mano la patata bollente libica, chiede alle forze che si scontrano ad Al-Sedra di cooperare per spegnere l’incendio che hanno appiccato…

Ma l’impotente Unsmil ha condannato anche i raid aerei dell’aeronautica militare libica che il 28 dicembre hanno colpito la città occidentale di Misurata, sottolineando che «Questi ultimi ed altri attacchi non faranno che aggravare la situazione della sicurezza del Paese senza contribuire a mettere fine ai combattimenti. L’Unmisil chiede a tutte le parti di operare per una de-escalation del conflitto e le invita a prendere delle iniziative coraggiose per fermare il ciclo della violenza che, se proseguirà, condurrà il Paese al caos e ad una guerra generalizzata».

Ormai dal 2011 la Libia è devastata da una interminabile ed intricata guerra civile che viene praticamente ignorata da coloro che la hanno voluta e provocata – italiani compresi – mentre militari, milizie islamiche e signori della guerra tribali si spartiscono il traffico di carne umana verso l’Europa e si scontrano sul terreno per impossessarsi del petrolio e del gas. La democrazia promessa dagli occidentali non esiste e nelle montagne di Nafusa sono in corso combattimenti con decine di morti che hanno costretto ala fuga 120.000 persone che ora sono senza cibo e cure mediche. A Bengasi i combattimenti iniziati ad ottobre hanno fatto almeno 450 vittime e 90.000 profughi che non hanno accesso a cure mediche.

In questo disastro che fa rimpiangere la dittatura di Gheddafi suona patetica la dichiarazione dell’Unsimil che ammonisce militari “regolari” e miliziani islamici e tribali sul fatto che chi punta ad un escalation militare (che è nei fatti e sul terreno) «Ostacola attivamente una soluzione politica consensuale all’attuale crisi libica» e ricorda che «Le loro azioni costituiscono ad una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza relative alla Libia», quello stesso Consiglio di sicurezza che non è riuscito ad impedire un intervento armato occidentale che ha aperto il vaso di Pandora libico ed ora guarda distrattamente i demoni che ha scatenato.

Tra questi demoni ci sono sicuramente le milizie dello Stato Islamico/Daesh che il 27 dicembre hanno rivendicato un attentato con un’auto-bomba a Tripoli. Così il Daesh, in difficoltà nel suo califfato siriano-irakeno, ha messo un’altra testa di ponte in Africa dopo aver incassato la fedeltà di bande di tagliagole come Boko Haram in Nigeria e dei Soldats du Califat in Algeria. Ma quello di Tripoli è il primo attentato rivendicato ufficialmente dall’IS/Daesh in terra africana.

Ormai la nostra ex colonia – lo “scatolone di sabbia” di Mussolini – è diventato un gigantesco campo di addestramento per i jihadisti di ogni tendenza, e il giornale tunisino la Presse la paragona ad uno «Stato degno di quello che è stato teorizzato nel Leviatano da Thomas Hobbes. Dato che i microbi si sviluppano in un terreno favorevole , tutti i Paesi dello spazio  sahelo-sahariano possono dire: l’IS bussa alle nostre porte».

La guerra civile libica potrebbe davvero diventare il detonatore per far esplodere la bomba islamista in un terreno favorevole, segnato da miseria e da un diffuso analfabetismo, milioni di giovani che non hanno nulla da perdere e che vedono nel disastro libico l’ennesima dimostrazione dei danni di un neocolonialismo crudele. L’intervento Nato ha dato all’estremismo islamico – le migliori possibilità per espandersi. La situazione è così pericolosa che la Presse scrive: «E’ per questo che l’idea di un intervento armato in Libia patrocinato dall’Onu, progettato attualmente da alcuni Paesi africani, è una buona iniziativa che deve essere tradotta urgentemente in atti».

A chiedere un intervento armato dell’Onu sono il Ciad, la Mauritania, il Niger, il Mali ed il Burkina Faso, che intanto stanno unendo le forze per mettere in sicurezza il confine con la Libia. Ma alla lotta contro l’IS/Daesh in Libia è chiamata anche l’Algeria, che di lotta al terrorismo se ne intende. Ma La Presse avverte: «Una cosa è sicura: se non si fa niente, l’IS, come Ebola, infetterà e colpirà tutti i Paesi africani in generale ed i Paesi del Sahel in particolare. E la riposta, se vuole essere efficace, dovrà essere data a livello mondiale. Ma bisogna anche che sia multidimensionale».

Il disastro libico (e afghano, irakeno, siriano, yemenita…) ha almeno insegnato che un intervento in Africa non può essere declinato solo in termini militari, ma che le dittature e la minaccia jihadista si battono solo sconfiggendo ignoranza e sottosviluppo e che non basterà sventolare lo spauracchio dello Stato Islamico/Daesh per far dimenticare la vergogna di interventi armati occidentali che hanno distrutto interi Stati consegnandoli a quel terrore che si diceva di voler combattere.

La Presse conclude: «E questo messaggio che deve essere decriptato dall’occidente in particolare, ispirandosi all’insegnamento di Bernard Poulet secondo il quale “Tutti i movimenti si levano contro quel che per loro è la più inquietante delle evoluzioni: la nascita della democrazia. Perché la democrazia non è solo tolleranza, ma, in sostanza, la fine delle certezze delle verità rivelate ed eterne”».