I fatti possono distruggere i nostri raziocinii, se ci accordiamo su come misurarli e valutarli

Il linguaggio dell’esperienza: l’eredità di Volta nel tempo della post verità

Il lascito dello scienziato italiano va al di là delle batterie elettriche, ma ci ricorda l’importanza dell’attenzione al fatto sperimentale

[12 maggio 2017]

«Giudicherete Voi, Signore, se il completo successo in tutti i miei esperimenti non debba essere sufficiente: e di conseguenza, fino ad ora io non definirò la mia spiegazione altrimenti che come plausibile, e che possa ben essere smentita da altri fatti».

È il 1776 quando Alessandro Volta, filosofo naturale comasco (1745-1827), scrive al direttore del Journal de Physique presentandogli la sua scoperta di una nuova “aria”, da lui definita “aria infiammabile tipica delle paludi” e oggi conosciuta universalmente come “metano”. Le parole di Volta sono quelle di un moderno uomo di scienza e di un eminente sperimentatore: i fatti, fino a quel momento, danno ragione alla sua spiegazione e questa è quindi plausibile, ma è allo stesso tempo falsificabile, nel momento in cui dovessero accumularsi prove ad essa contrarie.

La modernità dell’inventore della pila, che si muove in un periodo storico cruciale per la nascita delle moderne discipline di chimica e fisica, sta anche nel suo approccio eminentemente sperimentale: «I fatti – scrive Volta – possono distruggere i nostri raziocinii, e non viceversa».

Per “fatti” Alessandro Volta intende i risultati delle sue “sperienze mille e variate”: lo sperimentatore comasco, che si cimentava nel terreno allora avventuroso e oscuro dello studio dei fenomeni elettrici e di quello, ad esso legato, della combustione delle arie, insiste inoltre nell’affermare che, prima di dare per “spiegato” un fenomeno naturale, le esperienze debbano essere molte e variate. È caratteristicamente voltiano l’impiegare pagine e pagine di descrizione certosina di metodi e procedure sperimentali, e il riempire liste e tabelle di valori sperimentali (gradi, quantità, angoli) per indagare le relazioni esistenti, ad esempio, tra aumento della temperatura ed espansione di un gas, o tra numero di dischetti metallici impilati e vigore del “fluido elettrico”. Lo stile voltiano e l’enfasi data alla sperimentazione resero riproducibili ovunque i suoi esperimenti, e permisero la diffusione in primo luogo della sua invenzione rivoluzionaria, la pila elettrica, il primo apparecchio in grado di immagazzinare e mettere a disposizione dell’umanità una delle interazioni fondamentali della natura, la forza elettrica.

Pur nella sua adesione convinta alla visione sperimentale della scienza, Volta stesso non è immune a visioni non prettamente galileiane: trovandosi suo malgrado protagonista nella disputa sull’esistenza del flogisto, il fluido imponderabile che era considerato il principio dell’infiammabilità delle sostanze, il filosofo naturale comasco prese dapprima le parti di Joseph Priestley (1733-1804), chimico, teologo e pedagogista inglese, convinto assertore dell’esistenza del pur “non pesabile” principio, proprio in ragione dell’eminenza del chimico inglese e del suo ruolo come padre putativo della chimica del tempo. Volta, pur non potendo osservare direttamente il flogisto, ritenne che Priestley ne avesse dimostrato l’esistenza, e dapprima mal sopportò le illazioni “rivoluzionarie” di un attento sperimentatore francese, Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), che a Volta stesso chiese supporto nel suo rifiuto dell’esistenza del flogisto e nella sua fondazione della moderna chimica degli elementi.

Sarà la stessa pila di Volta a provare definitivamente l’inessenzialità dell’esistenza di un principio di infiammabilità per spiegare la combustione delle “arie” (oggi diremmo “dei gas”). Occorre però sottolineare che i fatti che Volta osservava e concepiva come tali, naturalmente, non potevano che essere concepiti e osservati secondo la visione scientifica del suo tempo, e attraverso le apparecchiature tecnologiche del tempo: il fluido elettrico non è visibile se non attraverso le sue scintille, e non è in senso materiale “pesabile”, ed è dunque un imponderabile tanto quanto un eventuale principio di infiammabilità; dell’infiammabilità, così come dell’elettricità, gli scienziati dell’epoca vedevano chiaramente e misuravano gli effetti e non era dunque illegittimo ipotizzare l’esistenza di principi responsabili dell’uno e dell’altro fenomeno.

I fatti possono dunque distruggere i nostri raziocinii, laddove ci accordiamo su come misurare e valutare i fatti stessi. E i fatti possono diventare più chiari e leggibili attraverso nuove capacità tecnologiche: la pila di Volta aprì la strada, oltre che a tutta la moderna scienza elettrica, alla scoperta di moltissimi elementi chimici fondamentali e alla sostanziale e moderna unificazione di fisica e chimica, dal magnesio al cloro, dal potassio all’alluminio, oltre a permettere l’idrolisi, ossia la scissione nei suoi elementi fondamentali dell’acqua.

Il lascito di Volta va al di là delle batterie elettriche, ma ci ricorda l’importanza dell’attenzione al fatto sperimentale, della falsificabilità di una tesi, e la relativizzazione delle conclusioni che si possono trarre qui e ora in ragione di quello che possiamo e siamo in grado di vedere. Volta inoltre ci ricorda di diffidare di soluzioni semplici per problemi complessi: lo scienziato comasco si rifiutò dapprima di vedere l’acqua come composta di idrogeno e ossigeno, ma vide (e non poté fare a meno di vedere), l’acqua come elemento semplice incluso nell’idrogeno e nell’ossigeno; il suo ravvedimento fu lento e doloroso, ma completo, e il suo atteggiamento fu quello dello sperimentatore umano e emozionato, ma sempre curioso e critico: «Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono alle promesse».