L’Iraq vuole indietro i giacimenti petroliferi di Kirkuk conquistati dai peshmerga kurdi

Deciderà un referendum? Intanto Iraq e kurdi irakeni si accordano con la Turchia

[13 settembre 2016]

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Il ministero del petrolio iracheno ha detto di voler riprendere il pieno controllo di tutti i giacimenti petroliferi della regione di Kirkuk, che è stata conquistata dai peshmerga kurdi irakeni durante la guerra con lo Stato Islamico/Daesh e che il recente aumento delle esportazioni petrolifere da Kirkuk fa parte di un vecchio accordo con il governo regionale del Kurdistan (Krg). In un comunicato emesso il 9 settembre, «Il ministero del Petrolio ribadisce che il vecchio accordo resta nella stessa situazione di quando è stato preso in considerazione nel bilancio fiscale degli ultimi due anni e in quello del 2017. Quello che è successo è  che, a causa di sabotaggio contro l’oleodotto che attraversa la Turchia il ministero ha bloccato le esportazioni di petrolio di Kirkuk attraverso pipeline». Secondo Bagdad sarebbero state apportate modifiche al contratto del dicembre 2014, che hanno provvisoriamente risolto l’annosa controversia sul petrolio tra governo iracheno e Krg, il ministero ha detto che «La ripresa delle esportazioni di petrolio attraverso il porto turco di Ceyhan porterà a un’entrata supplementare che coprirà i costi di funzionamento della Nord Oil Company (Noc) e fornirà una propria quota di petrodollari a Kirkuk».

La provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, è una delle aree più contese tra governo regionale del Kurdistan e governo centrale irakeno di Baghdad. Come spiega bene Ekurd.net, «I kurdi stanno cercando di integrare la provincia di Kirkuk nella regione semi-autonoma del Kurdistan, sostenendo che è storicamente una città kurda. La popolazione è un mix fatto di una maggioranza kurdi e minoranze di arabi, cristiani e turcomanni.

I kurdi hanno un forte attaccamento culturale ed emotivo a Kirkuk, che chiamano “la Gerusalemme kurda”. I kurdi la vedono come la capitale legittima e perfetta di uno Stato autonomo del Kurdistan».

I peshmerga kurdi hanno conquistato completamente Kirkuk nell’agosto 2014, dopo che l’esercito irakeno si era dato alla fuga di fronte all’avanzata dello Stato Islamico/Daesh che conquistò quasi un terzo dell’Iraq, fermandosi ai confini della Kgr ad est e fermato a nord dalle milizie progressiste Ypg/Ypj kurdo-siriane e del Pkk  che evitarono il completo genocidio degli yazidi. I combattenti delle Ypg/Ypj e del Pkk hanno partecipato – accanto ai peshmerga e alle truppe irakene – anche alla liberazione di altre città e villaggi dell’Iraq settentrionale.

Intanto il presidente del governo regionale del Kurdistan irakeno, Massoud Barzani  – che i kurdi del Rojava siriano e il Pkk accusano di aver fatto un accordo con la Turchia e di averli traditi per qualche barile di petrolio – ha detto in un’intervista a  France 24 che il Kurdistan e il governo centrale iracheno hanno raggiunto un accordo sul futuro di Kirkuk e che la riconquista di Mosul avverrà in coordinamento con Bagdad e grazie al sostegno militare francese.

Il problema è cosa succederà dopo che quest’area dell’Iraq da sempre rivendicata dai kurdi verrà liberata dalle milizie nere del Daesh. Barzani ha sottolineato «La necessità di preparare il periodo post-liberazione. E’ una provincia multi-etnica e multi-religiosa che ha conosciuto delle catastrofi per i cristiani e gli yazidi. Voglio evitare a ogni costo che si riproducano dei massacri come fu il caso  contro la popolazione yazida nel 2014 durante la conquista del monte  Sinjar da parte dei jihadisti del Daesh». Barzani ha detto che la questione dell’annessione dei territori liberati al kurdistan irakeno verrà risolta con un referendum dopo averne discusso con Bagdad e che alla popolazione locale verrebbe permesso di scegliere o meno di aderire alla regione autonoma del Kurdistan.

Ma subito dopo il ministero del petrolio iracheno ha sottolineato la sua intenzione di riprendere «il pieno controllo di tutti i giacimenti petroliferi di Kirkuk che erano amministrati dalla Noc prima che le bande terroristiche si infiltrassero nei territori iracheni e prima che le forze peshmerga occupassero alcuni pozzi petroliferi durante il governo precedente». Il 29 agosto, una delegazione kurda di alto livello, guidata dal premier della Krg Nechirvan Barzani, è andata a Baghdad per incontrare il primo ministro irakeno Haidar Abadi e per discutere proprio la produzione e l’esportazione di petrolio.

L’esportazione di greggio da Kirkuk è cresciuta a fine agosto, dopo che è stato revocato il divieto riguardante  diversi giacimenti petroliferi della provincia, portando così l’export totale del greggio a quasi 300.000 barili al giorno, il doppi dei precedenti 150.000 barili al giorno. In un’intervista concessa il 30 agosto a Rudaw, Saad Hadisi, il portavoce del governo iracheno a maggioranza sciita, ha descritto la visita dei kurdi come «Un grande inizio» e «un passo importante verso la soluzione della maggior parte dei problemi finanziari tra Erbil e Baghdad. Questo nuovo passo diventerà un punto di partenza per l’attuazione del nuovo accordo e per farlo rispettare».

L’11 marzo l’Iraq North Oil Company (Noc) aveva bloccato le esportazioni da tre pozzi petroliferi di Kirkuk: Baba Gurgur, Khabaza e Jambouri, che producono 150.000 barili di petrolio al giorno. In base ai termini dell’accordo del 2014 tra Erbil e Baghdad, la Noc esporta solo parte del suo petrolio attraverso gli oleodotti kurdi fino al porto turco di Ceyhan, in cambio la Krg  amministra grandi quote della produzione di petrolio della provincia. Ma secondo le nuove disposizioni, quasi tutto il petrolio prodotto a  Kirkuk sarà esportato attraverso l’oleodotto del Kurdistan, per un totale di ricavi per 75.000 barili al giorno che andranno al ministero irakeno e il resto alla Krg.

Il ministero curdo delle risorse naturali ha annunciato che ad agosto ha sportato oltre 12 milioni di barili di petrolio al giorno, per un valore stimato in 350 milioni di dollari, che finiscono in gran parte ingoiati dalla guerra contro il Daesh e dalla corruzione.

E’ chiaro che, per quanto riguarda le esportazioni attraverso la Turchia, tutto questo avviene con il necessario beneplacito di Ankara, che in cambio pretende che Iraq e governo autonomo kurdo voltino la faccia dall’altra parte quando l’esercito turco attacca i kurdi del Rojava, bombarda i militanti del Pkk asserragliati sulle montagne del Kurdistan irakeno o massacra i militanti kurdi nelle città della Turchia sud-orientale.