L’ombra lunga di Fukushima, a 5 anni dal disastro nucleare

50 anni per terminare le operazioni di decommissioning? La grossa grana dell’acqua radioattiva

[11 marzo 2016]

Fukushima lunga ombra

Le immagini simbolo del disastro nucleare innescato dal terremoto/tsunami che colpì l’11 marzo 2011 il Giappone orientale sono probabilmente le esplosioni di idrogeno che tre giorni dopo hanno devastato i reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi 1, provocando una tripla fusione del nocciolo e la peggiore crisi nucleare del mondo dopo quella di Chernobyl del 1986.

Niente a che vedere con le terribili immagini della devastazione, con l’onda nera dello tsunami che invase le città costiere del Giappone trascinandosi via vite e cose, ma, come scrive Kazuai Nagata sull’Asahi Shimbun «Questo è stato l’inizio di una lunga lotta della Tokyo Electric Power Co. per contenere la fuoriuscita di  materiale radioattivo dai suoi reattori danneggiati, per i quali ci vorranno decenni per completare il loro  pericoloso smantellamento».

A cinque anni dal terremoto/tsunami e dalla catastrofe nucleare che rese evidente quanto fosse fragile, insicuro e pericoloso il “sicurissimo” nucleare giapponese, la Tepco ha bonificato un po’ di macerie e decontaminato una minima parte del cadavere nucleare di Fukushima Daiichi. Le condizioni in cui lavorano i “liquidatori”, terribili all’inizio, sono ancora molto pericolose e si cerca di limitare la loro contaminazione giornaliera con materiale radioattivo. Ma lo smantellamento dei reattori è ancora nella fase iniziale, un ritardo dovuto in parte alla grossa grana che la Tepco si è trovata ad affrontare: la gestione di migliaia di tonnellate di acqua radioattivai. A febbraio,  Akira Ono, che dirige i lavori di dismissione della centrale nucleare di Fukushima  Daiichi, ha ammesso: «E’ difficile dire fino a che punto siamo arrivati ​​con il decommissioning. Ma se la vetta della montagna è al 100%, penso che ne abbiamo scalato circa il 10%». Quindi, a questo ritmo,  ci vorranno almeno 50 anni per dismettere Fukushima 1.

I lavori di messa in sicurezza procedono a passo di lumaca: Nagata scrive che  «Nel 2014, dalla piscina del reattore numero 4 sono stati rimossi circa 1.500 elementi di combustibile esaurito e non utilizzati, una pietra miliare nel processo di smantellamento. Per la Tepco il grande passo successivo sarà quello di rimuovere in circa due anni le barre di combustibile esaurito dal reattore 3».

All’interno e intorno al grande cadavere radioattivo di  Fukushima Daiiki lavorano ogni giorno 7.000 “liquidatori” e la Tepco ha costruito una struttura dove possano riposarsi e mangiare pasti caldi, la decontaminazione già avviata ha permesso ai lavoratori di indossare maschere meno ingombranti e di liberarsi degli scafandri anti-radiazioni che ormai vengono utilizzati solo da chi lavora vicino agli edifici dei reattori o in altre aree dove i livelli di radiazioni sono ancora molto elevati o letali.

Per la Tepco garantire sufficientemente la salute dei “liquidatori” è sempre stata una grande sfida e non sempre l’ha vinta. Ma Ono ha minimizzato queste preoccupazioni: “Il compito del decommissioning è un nuovo business. Ci sono molte cose nuove da sviluppare per questo lavoro, quindi penso che questo sia un business che ha un futuro».

Intanto la Tepco deve riuscire urgentemente a ridurre la crescente quantità di acqua radioattiva: la falda alimentata dalle acque delle montagne ha invaso i sotterranei e le fondamenta degli edifici dei reattori nucleari danneggiati, creando una enorme quantità di liquido radioattivo che in parte è già finito nell’Oceano Pacifico. I sotterranei dei reattori 1, 2, 3 e 4 sono inondati di acqua radioattiva prodotta dai lavori di raffreddamento dei reattori danneggiati. In questi stessi edifici si sono prodotte crepe nelle quali si infiltrano le acque sotterranee, mischiandosi all’acqua fortemente radioattiva. Dopo molti tentativi ed incidenti, alla fine Tepco e Governo giapponese hanno deciso di costruire un muro sotterraneo di ghiaccio per impedire alle acque di falda di penetrare nei sotterranei degli edifici dei reattori. Un progetto costato 35 miliardi di yen e che prevede di circondare gli edifici con un muro ghiacciato costituito da terreno congelato. Se funzionasse – ma i dubbi non mancano – laTepco potrebbe riuscire a fermare lo sversamento di acqua radioattiva entro il 2020. Asahi Shimbun sottolinea che «La tecnologia ice wall è stata utilizzata in altri progetti di costruzione, ma il muro di  1.5 km previsto per l’impianto di Fukushima è senza precedenti». Kiyoshi Takasaka, consulente per le  questioni nucleari del  governo della prefettura di Fukushima, aggiunge: «L’aumento delle acque contaminate è un problema importante. Anche se la Tepco ora sta pompando acque sotterranee dai pozzi –  un bel po’ – la cosa  è ancora in corso negli edifici dei reattori. In questo senso, la parete di ghiaccio potrebbe essere efficace».

Inizialmente si credeva che ogni giorno venissero prodotte 400 tonnellate di acque sotterranee contaminate, ma la stima è scesa a circa 150 tonnellate al giorno dopo che la Tepco ha iniziato a pompare via le acque sotterranee ed a scaricarle in mare, dopo averne controllato i livelli di radioattività, mettendo ulteriormente in crisi il fiorente settore della pesca, prima devastato dallo tsunami e poi annichilito dal disastro nucleare.

Dato che l’acqua piovana penetra nel terreno e aumenta i livelli della falda sotto e intorno alla centrale nucleare, la Tepco ha anche scavato trincee all’interno del sito per limitare questo fenomeno. Ma se il contenimento non otterrà i risultati previsti, l’acqua radioattiva potrebbe penetrare nel terreno intorno agli edifici dei reattori, contaminando ulteriormente l’ambiente e l’oceano.

«Fino ad oggi – scrive Nagata – l’acqua contaminata è rimasta in gran parte all’interno degli edifici dei reattori, perché il livello dell’acqua è inferiore rispetto al livello delle acque sotterranee esterne. Dal momento che il muro di ghiaccio bloccherà  flusso delle acque sotterranee negli edifici, si prevede che il livello delle acque sotterranee all’interno del muro di ghiaccio calerà. Tuttavia, se diventasse più bassa del livello dell’acqua contaminata, l’acqua radioattiva uscirà e si andrà a mescolare con l’ambiente sotterraneo».

Il 25 febbraio, nel corso di una conferenza stampa, il capo della decommissioning division della Tepoco, Naohiro Masuda, ha detto: «Siamo consapevoli che la più grande preoccupazione è che l’acqua contaminata potrebbe fuoriuscire dagli edifici. Non dobbiamo lasciare che accada» e ha assicurato che «Tepco monitorerà da vicino  livelli dell’acqua e se il livello delle acque sotterranee si abbasserà,  si aggiungerà l’acqua dai pozzi», facendo così in modo che l’acqua contaminata non si disperda «Per caso» come già avvenuto in frequenti incidenti che hanno costellato questi primi 5 anni del più grande  disastro nucleare dopo Cernobyl. Secondo la Tepco il muro di ghiaccio dovrebbe comunque impedire che l’acqua radioattiva finisca nell’Oceano Pacifico, confinandola a terra nell’area della centrale: «Siamo in grado di promettere che non ci siano perdite verso il mare», ha detto Masuda.

Ma la Nuclear Regulation Authority (Nra) giapponese non è mai stata molto convinta del progetto del muro di ghiaccio, anche perché inizialmente la Tepco aveva dichiarato che  voleva completare il congelamento del sottosuolo di Fukushima Daiichi, che richiederà diversi mesi, entro la fine di marzo. Dopo mesi di richieste spiegazioni, la Nra dovrebbe dare presto il via libera al piano.

Takasaka, che fa parte di un team della Nra che monitora la situazione nella centrale nucleare di  Fukushima, Daiichi è sempre più convinto che il muro di ghiaccio della Tepco potrebbe funzionare, ma dice che «Non c’è alcuna garanzia l’acqua contaminata non percolerà» e, se questo accadesse, «Tepco dovrà affrontare il compito impegnativo della raccolta e dello smaltimento del suolo radioattivo – conclude Takasaka –  Il muro sotterraneo impedisce che la contaminazione si diffonda nel Pacifico. Ma una massiccia quantità di suolo sarà contaminato e, a un certo punto, dovrà essere smaltito».