La morte di Shevardnaze chiude l’epoca post-sovietica

[7 luglio 2014]

E’ morto Eduard Shevardnaze, il primo presidente della Georgia indipendente e soprattutto l’ultimo ministro degli esteri dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, nominato nel 1985, dopo una campagna contro la corruzione dei funzionari del Partito comunista dell’Unione Sovietica al quale si era iscritto a 20 anni) e il crimine organizzato, poi protagonista della riunificazione della Germania e della caduta del muro di Berlino ed alla fine spodestato insieme a Mikhail Gorbaciov ed alla sua Perestrojka dal golpe bianco di Boris Eltsin che conquistò a cannonate il parlamento tra gli applausi dell’Occidente,.

Gli ultimi anni dell’86enno Shevardnaze sono stati amarissimi: dopo essere stato tra i pochi a resistere al putsch di Mosca  che provocò la frantumazione dell’Urss,  Shevardnaze tornò nella sua piccola Georgia, diventata indipendente, nel 1992, in piena guerra civile contro la dittatura di Zviad Gamcakhurdia, in un Paese che viveva ancora nel mito di Stalin. Abbattuta la breve dittatura di Gamcakhurdia, diventò prima “capèo di Stato” e presidente del Parlamento nell’ottobre 1992, per poi essere eletto presidente della Repubblica nel 1995  e rieletto nel 2002.

Ma questo ex medico, flemmatico e pacato, che non aveva rinunciato alle sue idee socialiste, accusato naturalmente di essere complice di Mosca nella secessione dell’Abkhazia e nel conflitto con l’Ossezia meridionale (che poi scatenò una guerra perdente con la Russia), non poteva essere più tollerato nel Caucaso del nazionalismo montante che nasconde la lotta per il petrolio e il gas e per le rotte delle pipeline che riforniscono di energia l’Europa, quindi l’opposizione della destra “filo-occidentale” organizzò per settimane manifestazioni che costrinsero alle dimissioni Shevardnaze, accusato di corruzione e frode elettorale, in quella che fu battezzata “rivoluzione delle Rose”  e che può essere considerata la prima delle “rivoluzioni colorate” che hanno portato al potere presidenti “democratici” che poi si sono rivelati dei demagoghi nazionalisti e conservatori che, come nel caso della Georgia, non si può dire certo che abbiano migliorato la situazione.

La notizia della morte di Shevardnaze è arrivata infatti proprio mentre Il Comitato antiterrorista nazionale russo annunciava l’eliminazione con un’operazione speciale di 5 combattenti islamici in Daghestan, una repubblica autonoma russa un tempo nota per la sua tranquillità e convivenza tra etnie e religioni,  e che è in corso un rastrellamento nel distretto di Untsukul.

La morte di Shevardnaze chiude quasi definitivamente il capitolo di quello che fu un estremo tentativo di salvare il “socialismo reale” riformandolo, un tentativo fallito sia perché il sistema sovietico era ormai minato dall’interno sia perché si tentò, forse velletariamente, di conciliare l’apertura con una sconfitta imperiale che si manifestò prima nello sfaldamento rapidissimo dei regimi comunisti del Patto di Varsavioa e poi con la frantumazione, in gran parte artificiale ed eterodiretta, dell’Unione sovietica che ci ha consegnato in eredità un mazzo di Paesi autoritari e di dittature che hanno solo cambiato colore ed ideologia e qualche nome alle capitali. Anche il tentativo di Shevardnaze in Georgia finì male, e forse fu l’ultima possibilità di fermare la deriva che ancora blocca il Caucaso e i Paesi dell’ex Urss.