Non solo Chernobyl, salviamo i bambini di Dubovy Log: reportage

[11 luglio 2014]

Dubovy Log è un villaggio sempre più solo, sempre più abbandonato, ma non solo da Dio e dagli uomini, ma anche a se stesso. Liquidata la biblioteca. Liquidato l’ufficio postale. Liquidata la casa della cultura. Liquidata, colpevolmente, la caserma dei vigili del fuoco. In altri termini: liquidata la vita sociale di 160 persone. Uniche presenze istituzionalizzate: il kholkos e la riserva radioattiva.

La ferrea legge dei numeri e dell’economia non conosce deroghe. Le 69 famiglie di Dubovy Log non possono avanzare pretese: hanno avuto in dotazione una casa, un orto, un lavoro nella fattoria collettiva e, soprattutto, la pace e la quiete immense e silenziose di una natura rigogliosa che offre loro frutti, legna, funghi, miele ed anche foraggio e pascoli per i propri animali. Tutto gratuito e tutto contaminato.

Un gratuità che non risparmia nessuno: dal piccolo Artjom nato l’otto aprile 2014 a Dmitri nato il 23 ottobre 1997, due dei 22 minorenni che vivono a Dubovy Log. Nel villaggio due ragazzine accompagnano una bici a mano, quasi per darsi un contegno nel vuoto assoluto che le circonda, quasi per annullare quella distanza che non riusciranno a coprire dal villaggio alla civiltà oltre la sbarra. Dall’altra parte Daria e Diana[ si sono inoltrate nei boschi per giocare, per raccogliere bacche, soprattutto adesso che il richiamo del ribes e dell’uva spina è notevole.

Dicono che in questo angolo dimenticato di Bielorussia non bisogna più avere paura: il posto di blocco con i militari e la sbarra sono solo dettagli. Poco importa se pochi chilometri più in là stanno (e solo ora!) intombando le case di Demjanki perché piene di radioattività. Ed è anche un dettaglio il fatto che i 40 Ci/km2 di 28 anni fa si siano ridotti ai “soli” 20 Ci/km2 attuali.

Tanto basta perché i problemi possano considerarsi finiti: si possono raccogliere bacche e funghi, si può usare la cenere della legna come fertilizzante, si possono pescare tinche e carassi negli stagni e nel vicino Iput’.

Forse (e lo dicono i più temerari o qualche funzionario con sensi di colpa) bisogna solo fare un po’ d’attenzione – ma, forse! – al latte prodotto nel settore privato.28 anni di radioattività, invisibile come l’aria che si respira, hanno convinto tutti che ciò che non si vede/non si sente/non si tocca non può fare paura, né tantomeno male.

E in questa coscienza incosciente, istituzionalizzata o meno che sia, i bambini di Dubovy Log stanno segnando il loro presente e marcando indelebilmente il proprio futuro: grazie alla noncuranza e alla disinformazione e grazie alla inconsapevole sfida al Cesio137 che altera e pone sotto stress le loro fibre cardiache e allo Stronzio90 che disgrega le loro ossa e le molecole del sangue. Sono solo due di quei tanti elementi che – con la complicità della disinformazione e della politica di minimizzazione dell’AIEA – agiscono subdolamente in maniera lenta, quasi a volersi fare da parte per attribuire in futuro le patologie da loro generate ad altre cause, o all’imprevedibilità e causalità della vita. I radionuclidi sono pedine di una scacchiera universale e fanno le loro mosse ad ogni latitudine: così a Dubovy Log, così in Valsesia.

I bambini che vivono a Dubovy Log sono un’offesa alla consapevolezza: una consapevolezza non solo generale, ma anche “specifica”, soprattutto per le famiglie ospitanti i cosiddetti “bambini di Chernobyl” o per chi si occupa (e non solo) di questi problemi, perché essa richiama alla necessità e all’obbligo morale di intervenire.

Il progetto “Il doposcuola di Dubovy Log” è un piccolo tentativo di risposta: reale, concreto.
Il progetto si pone l’obiettivo di ricostruire a Dubovy Log un angolo e un momento di socialità riaprendo, anche solo per poche ore, la casa della cultura, riattrezzata all’uopo.

I bambini di Dubovy Log in età scolare, nel loro continuo oltrepassare la sbarra in andata e ritorno per frequentare la scuola nel capoluogo di Dobrush, tornano finalmente a casa dove li aspetta un’atmosfera sospesa nell’irreale e segnata, il più delle volte, dall’assenza dei genitori: o perché fisicamente assenti in quanto impegnati nel lavoro nei campi o nella fattoria o perché semplicemente (e maledettamente!) – e, in questo caso, fisicamente ingombranti – in preda all’alcol, assenti a se stessi e a ciò che li circonda.
In questo posto, dimenticato da Dio e da Lukashenko, le alternative e gli svaghi sono nulli.

Per tradizione, e per basso costo, la vodka diventa uno dei più fedeli compagni…nonché un ottimo antidoto.
Se qualche “sovversivo” osasse sollevare il problema della radioattività o se – in ogni caso – il tema dovesse essere sollevato, quale migliore risposta se non il ricorso ai benefici preventivi dell’alcol? Nessun grado di prevenzione può reggere a quelli della vodka: l’alcol è la prevenzione assoluta!

A Dubovy Log si trovano e concentrano tutti gli stereotipi correlati alla situazione radioecologica e alla povertà. Un mix che ha generato una nuova categoria: gli “schiavi della radioattività”, a cui spetta in premio una casa e un orto gratis come “paga” per il lavoro prestato al kholkos: il tutto arricchito con un premio di produzione equivalente ad una spruzzata costante di radionuclidi…questi esentasse!
Solo la consapevolezza, da qualsiasi parte essa provenga, può spezzare questa prigionia: ed è questo l’intento primario de “Il doposcuola di Dubovy Log”.

Infatti, al ritorno dalla scuola e per almeno tre ore, i bambini del villaggio saranno seguiti presso la casa della cultura – appositamente aperta – da uninsegnante/animatore: potranno giocare assieme, studiare, fare i compiti, esercitarsi al computer, essere informati sulle regole base della radioprotezione. In tal modo, e poco per volta, prenderà nuovamente forma il centro di aggregazione del villaggio: un nuovo punto di riferimento che dai bambini potrà trasferirsi alle famiglie di Dubovy Log spezzando la monotonia del circolo vizioso casa/kholkos/alcol, oltre che l’oppressione dell’isolamento sociale e culturale.…Ma non solo!
Nel “Doposcuola di Dubovy Log” i bambini potranno contare su un pasto “pulito”], sottraendo una quota parte dell’alimentazione al consumo dei cibi radioattivi prodotti o somministrati nelle loro case.
La sfida del progetto é triennale, il tempo ritenuto sufficiente per fare nascere un barlume di nuova consapevolezza e consolidare le condizioni e le modalità per una crescente autogestione.

Con tutti i limiti legati ad una realtà di contaminazione che urla la necessità di evacuare le persone: vale per Dubovy Log e vale per la realtà che da Dubovy Log, a raggiera, si espande sul 23% del territorio della Bielorussia contaminato dal 70% del fallout di Chernobyl. Al di là di una recinzione ideale che contorna tutta la riserva radioattiva bielorussa non ci dovrebbe abitare nessuno. Impresa titanica ed inattuabile, oltre che osteggiata dal governo che, per impossibilità economica e per la scelta energetica del nucleare (ad Ostrovets ai confini con la Lituania – in un paese che era denuclearizzato e che è stato il più colpito dalle ricadute di Chernobyl – è stata costruita una centrale nucleare) deve fare dimenticare le conseguenze ancora terribilmente presenti e attive dei miasmi sollevatesi il 26 aprile 1986; impresa ciclopica di fronte alla potenza economica dell’AIEA che impegna tutte le sue forze per minimizzare – in accordo con l’OMS – i rischi del nucleare: scelta cinica e criminale che si basa sulla certezza che questo sforzo economico é decisamente inferiore rispetto all’eventualità di dovere indennizzare (come sarebbe giusto!) tutte le vittime dei fallout nucleari.

L’ideale sarebbe costruire una nuova vita oltre la recinzione della Bielorussia e, nello specifico, dare nuove possibilità di vita agli abitanti di Dubovy Log “al di qua” della sbarra. La realtà impone, invece, la necessità d intervenire – seppur limitatamente, ma con coerenza e coscienza – direttamente nel villaggio: “Il doposcuola di Dubovy Log” porta all’interno della riserva radioattiva del Selsoviet “Rassvet”, un intervallo di tempo che per alcune ore abbatte la barriera della sbarra e riunisce – almeno idealmente – i bambini e le loro famiglie a quell’immensa moltitudine che vive “dall’altra parte”.

Ed è già tanto. “Oltre la sbarra” non si va senza l’autorizzazione delle istituzioni e “Il doposcuola di Dubovy Log” crea malumori perché in parte è una sfida controcorrente che sconfessa le politiche locali e ne mette in evidenza l’incoerenza. Ma, per fortuna, è gestibile e – con intelligenza – lo sarà anche in futuro. Perdere questa possibilità significa passare dalla concretezza alle teoriche dissertazioni, il più delle volte evocatrici di un atteggiamento svicolante e svincolante dall’assunzione di responsabilità e dalla capacità e volontà di mettersi in gioco, oltre le parole.

Andare “oltre la sbarra” significa andare ”oltre le parole”.

E andare oltre le parole, a sua volta, significa comprendere che un anno scolastico del progetto “Il doposcuola di Dubovy Log” costa, per ogni bambino, 1.000 euro (compenso insegnante, pasti giornalieri, attrezzature e sussii didattici, cancelleria, riscaldamento, spese vive).

ADOTTIAMO UN BAMBINO DI DUBOVY LOG

Sarebbe bello, all’insegna della consapevolezza e della condivisone responsabile, potere contare su 22 soggetti adottanti (associazioni, enti, privati) per ogni singolo bambino. Nel progetto sono inclusi tutti 22 i minorenni del villaggio, perché “Il doposcuola di Dubovy Log” non sarà solo lo spazio fisico della casa della cultura rimessa in attività, ma soprattutto l’idea e la creazione di un supporto sociale esteso a tutta la comunità, compresi quindi anche i bambini in fascia non scolare che, come gli altri, potranno contare su un pasto “pulito” e, inoltre, su un follow up sociale direttamente nelle famiglie di provenienza.
Impresa impossibile?

No, soprattutto se ci sarà la consapevolezza collettiva che non si tratterà solamente di prendersi cura di un problema altrui, ma di un problema proprio: una presa di coscienza che travalica i confini della Bielorussia e che riguarda una eredità comune non relegata solamente a questo paese dello spazio post sovietico; una presa di coscienza che – di fronte a questa comune eredità – non erge o fa valere atteggiamenti difensivi di inconfessata paura, scaramanzia, indifferenza, sottovalutazione, strabismo culturale o di responsabilità non piena.

L’universalità e l’ubiquità dei radionuclidi impongono, invece e purtroppo, la necessità di non sottovalutare e di indagare quelli dietro casa propria.

Alla fin fine il progetto richiama e riconduce ad un vero e proprio “do ut des” da cui, responsabilmente, dovrebbe dipanarsi – senza nodi o artefatti culturali e disinformativi – il filo rosso della migliore sicurezza possibile per il nostro futuro e, soprattutto, per quello delle prossime generazioni. Così in Bielorussia, così in Italia, così in tutto il mondo.

Massimo Bonfatti Presidente di Mondo in cammino

Riflessioni dalla missione a Dubovy Log per gentile concessione a greenreport.it

Per ulteriori informazioni “Il doposcuola di Dubovy Log”
Per contatti e collaborazioni: info@mondoincammino.org