Nucleare e sicurezza alimentare. Serve minimizzare gli impatti del disastro di Fukushima?

I giapponesi assicurano che il cibo prodotto a Fukushima è meno contaminato del nostro

[23 settembre 2015]

Pesce Giappone

Si è tenuta a Milano la Fukushima – Food Safety Conference, un incontro organizzato a 4 anni e mezzo dal disastro nucleare (ancora in corso) di  Fukushima Daiichi dalla Tohoku Economic Federation, che  ha preso atto che molte questioni rimangono aperte, come  «che cosa è importante sapere sulla radioattività? I prodotti alimentari provenienti dalla zona dell’incidente sono nocivi?». Ma la conferenza puntava soprattutto a «esaminare la percezione del consumatore in termini di sicurezza alimentare per capire meglio i meccanismi che alimentano la sua fiducia».

Infatti, dopo la tragedia nucleare le esportazioni di generi alimentari dall’area di Fukushima si sono praticamente bloccate, anche per le preoccupanti rilevazioni sulla contaminazione radioattiva di pesci e alti generi alimentari.

Anche gli organizzatori dell’iniziativa sottolineano che  «Per la maggior parte delle persone, Fukushima è, ancora oggi, sinonimo della catastrofe nucleare che, l’11 marzo 2011, si verificò in seguito al potente terremoto di magnitudo 9».  Ma  assicurano che «Quasi cinque anni dopo il disastro, in quella stessa area – che ha una grandezza di circa 14.000 chilometri quadrati ed è sempre stata famosa per le sue bellezze naturali e i suoi prodotti agricoli – molte cose sono cambiate. Nonostante i 20 Km evacuati attorno alla centrale siano ancora inaccessibili, la regione ha dato significativi segni di ripresa ed è dello scorso gennaio la notizia ufficiale che, per la prima volta dal 2011, il tasso di radioattività rilevato (Cesio 134 e 137) sulla  produzione di riso del 2014 risulta inferiore ai 100 Bq/kg per unità di prodotto (Bequerel per chilo). I controlli sono stati effettuati su10.968.811 sacchi di riso e nessun di questi ha superato il limite, non solo: il valore misurato è addirittura risultato inferiore a 25 Bq/kg – per farsi un’idea, assumere per un anno giornalmente cibo con un valore di 25 Bq/Kg  equivale ad accumulare tanta radioattività quanta quella di un unico volo Roma-Tokyo di 12 ore –  mentre in Europa e negli USA il limite consentito è circa 10 volte maggiore (1.000 Bq/Kg).  La soglia di tolleranza per la radioattività decisa dal Giappone, molto più severa di quella Europea, è stata decisa per ridare fiducia ai consumatori locali e internazionali e il governo ha anche messo in atto una serie di azioni per rilanciare tutta la regione del Tohoku a livello turistico, valorizzando le bellezze naturali e le ricchissime tradizioni culturali dell’area».

Dati che differiscono da quelli registrati da associazioni ambientaliste come Greenpeace, ma Ryugo Hayano, professore di Fisica all’università di Tokyo, che nei giorni immediatamente successivi al terremoto/tsunami dell’11 marzo 2011, cominciò a diffondere attraverso il suo account Twitter informazioni tranquillizzanti, come quella che  diceva che, nei momenti immediatamente successivi al disastro, la quantità di radioattività esterna era inferiore ai tassi registrati nel 1973 in seguito agli esperimenti nucleari condotti dalla Cina. Oggi Hayano sottolinea quanto importante sia la correttezza delle comunicazione in situazioni tanto delicate: «Nonostante le misurazioni che abbiamo condotto non siano mai risultate allarmanti, il 57% delle persone che viveva in un raggio di circa 30 km attorno a Fukushima evitava del tutto gli alimenti dell’area. Esiste un aspetto sociologico e culturale del problema che è altrettanto importante rispetto a quello delle radiazioni stesse». A dire il vero i dati allarmanti e ben oltre i limiti giapponesi ed internazionali, venivano diffusi anche dal governo nazionale giapponese, dalle prefetture vicine all’epicentro nucleare e da diversi centri di ricerca scientifica e dalle stesse agenzie nucleari governative.

Ma Hayano si è dedicato far crescere nei più giovani la giusta consapevolezza sul tema della radioattività e della sicurezza alimentare ed ha portato tre studenti giapponesi dell’area di Fukushima a Ginevra e in Francia, per dare vita a un programma di scambio. La Tohoku Economic Federation  sottolinea che «Nel liceo di Fukushima vengono anche organizzati campus informativi per gli studenti provenienti dalle altre aree del Giappone al fine di far toccare loro con mano la situazione attuale e offrirgli tutti gli strumenti possibili per l’obiettività di giudizio». A quanto pare, come nel caso di altri incidenti nucleari, dopo un primo momento di smarrimento, la lobby pro-nuke è al lavoro come prima e più di prima e in un comunicato gli organizzatori della Fukushima – Food Safety Conference sottolineano che in occasione dell’iniziativa erano presenti due studenti liceali che «hanno illustrato i risultati di un progetto che ha coinvolto oltre 200 persone nella misurazione dei livelli di radioattività individuali dentro e fuori l’area di Fukushima, nonché in Europa e in Bielorussia, facendo emergere come in realtà a oggi l’area di Fukushima non soffra di valori particolarmente alti rispetto al resto dei Paesi presi in considerazione. Altre analisi effettuate dagli studenti hanno preso in esame diversi alimenti come mele, riso e altre verdure e hanno messo in luce che, a oggi, il livello di radioattività rilevato è estremamente limitato e solo lo 0,4% del pesce supera il livello di 100 Bq/kg. Nonostante questo, la fiducia verso il cibo proveniente da quell’area non è ancora stata del tutto recuperata, con ripercussioni dirette sul prezzo degli alimenti e sull’economia agricola della regione, complice anche la mancanza di un brand forte capace di identificarli».

Insomma, il pericolo è passato, non c’è praticamente più nessun problema. Bisognerebbe avvertire anche i liquidatori di Fukushima Daiichi che si ostinano a indossare i loro “inutili” scafandri protettivi ed avvertire il governo che la rimozione del suolo radioattivo dalle scuole e dai parchi delle città intorno alla centrale nucleare devastata sono state cose inutili, bastava aspettare qualche giorno in più e tutto si sistemava da sé.

E’ probabilmente vero che ci sono state affermazioni allarmistiche e che qualcuno può aver fornito dati esagerati sulla radioattività, ma è anche vero che – come dimostrano Chernobyl ed altre tragedie nucleari – minimizzare e dire che tutto è a posto è altrettanto, se non più, pericoloso, anche se lo si fa per sostenere un’economia messa in ginocchio da una tragedia e per pubblicizzare prodotti che probabilmente sono davvero sani. Fukushima Daiichi era e resta un pericolosissimo cadavere nucleare ed un pericolo sia per la Prefettura di Fukushima che per gran parte del Giappone, un cadavere dal quale continua a fuoriuscire acqua radioattiva e nel quale possono penetrare solo i robot, visto che nemmeno i liquidatori possono avvicinarsi ad alcune aree dei reattori.

Quella centrale nucleare devastata era e resterà per molti anni, forse per sempre, un pesante monito sui rischi del nucleare e minimizzarli o dire che il pericolo è passato serve a poco perché sono proprio le minimizzazioni, le assicurazioni che era tutto a posto e che il nucleare giapponese era il più sicuro ed avanzato del mondo ad aver portato ad un disastro che, da ambientale ed umano, è diventato anche economico, stendendo la sua ombra radioattiva anche sulla produzione di cibo di una bella e fertile area del Giappone.