Il nucleare francese travolto dai debiti. «La probabilità di un incidente non è mai stata così elevata»

Realacci: «Lo stop al nucleare ha salvato Enel. Il futuro: innovazione risparmio energetico e rinnovabili»

[26 aprile 2016]

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Secondo i no-nuke francesi di Réseau “Sortir du nucléaire“  e l’Autorité de sûreté nucléaire, a 30 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, «Un grosso incidente nucleare è possibile in Francia e la sua probabilità non è mai stata così elevata», anche perché EDF sta crollando sotto il peso dei suoi debiti atomici. Per evitare questo scenario da incubo il governo francese è corso in aiuto della compagnia elettrica – della quale detiene l’85% – con un finanziamento che copre i tre quarti della ricapitalizzazione da 4 miliardi del gigante nucleare. Liberation dice che questo «permetterà all’impresa di evitare il peggio e di assicurare le fini del mese per due o tre mesi a venire. Ma dopo? Questo piano di emergenza non risponde evidentemente a tutti gli interrogativi sullo stato di salute reale dell’impresa EDF».  E infatti EDF è crolla in Borsa a Parigi, perdendo l’11,1%,nella prima seduta dopo l’annuncio dell’aumento di capitale e il mercato ha quindi bocciato la politica del governo francese per salvare quella che ormai sembra un’industria decotta, pericolosa e costosissima da dismettere. Il gruppo guidato da Jean-Bernard Levy, che in Italia controlla Edison, è in grandi difficoltà dopo la decisione di rilevare, per circa 2,5 miliardi, le attività di progettazione e costruzione dell’altro colosso del nucleare statale Areva, anche lui nei guai per investimenti sbagliati nelle miniere di uranio.

Réseau “Sortir du nucléaire“ evidenzia: «Benché i due terzi dei reattori francesi abbiano superato i  30 anni di funzionamento e che numerose attrezzature diano dei segni di affaticamento, EDF, con l’appoggio del governo, vuole prolungare la loro durata di sfruttamento fino a 60 anni. Mentre è esploso il ricorso ai sub-appalti, la compagnia non è più nemmeno in grado di assicurare una manutenzione corretta dei suoi impianti, come ha dimostrato recentemente la caduta di un generatore di vapore di 465 tonnellate nella centrale nucleare di Paluel. Quasi in fallimento, EDF pretende pertanto di continuare la sua fuga in avanti!»

Liberation ricorda che «Appena un anno fa, EDF era ancora presentata come un’impresa tra le più solide. Sufficiente in ogni caso per essere chiamata a svolgere il ruolo di “pompiere del nucleare francese”».  Nel 2015 aveva già perdite per 5 miliardi di euro e sta soffrendo per il calo del prezzo dell’energia dovuto al crollo di quello del petrolio. Ora EDF «E’  un gruppo tra i più indebitati», come ha ammesso lo stesso Jean-Bernard Lévy.

Il problema è che il gruppo nucleare di Stato dovrebbe investire più di 100 miliardi di euro per  le sue centrali nucleari, 50 miliardi dei quali destinati al “grand carénage”, i lavori indispensabili pèer prolungare la vita delle vecchie centrali nucleari francesi entrate in servizio negli anni ’80 e che arriveranno a fine vita tra il 2019 e il 2025.  EDF deve anche trovare 23 miliardi di euro per smantella re I reattori nucleari ancora piùà vecchi, un ammontare stratosferico che però la Corte dei Conti francese ha giudicato insufficiente, stimando che il solo prolungamento della vita delle centrali costerà fino a 100 miliardi di euro, mentre la Commissione europea dice che per lo smantellamento potrebbero volerci 74 miliardi di euro, compreso lo smaltimento delle scorie radioattive.

Mentre i debiti soffocano il nucleare francese, EDF sta finanziando, per almeno 15 miliardi di euro, due nuovi reattori EPR per la centrale nucleare britannica di Hinkley Point  e i partner cinesi dell’impresa si sono impegnati a coprire solo un terzo dei 23 miliardi di un progetto e di un cantiere che potrebbe subire i ritardi e i sovra-costi dell’EPR francese di Flamanville, dove i costi sono raddoppiati a 8 miliardi di euro e il termine dei lavori previsto nel 2012 è slittato almeno 2018.

Nel 2019 EDF dovrà risparmiare un miliardo di euro rispetto al 2015, e ridurrà i suoi investimenti di 2 miliardi di euro e cederà azioni per 10 miliardi. Intanto ha già annunciato che entro il 2018 licenzierà 3.500 lavoratori su 67.000, ma i sindacati dicono che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi, mentre i consumatori pensano che i debiti del gigante nucleare se li ritroveranno in bolletta, con aumenti del 2 – 3 % all’anno. Quella che era definita orgogliosamente “l’équipe de France du nucléaire” è diventata un grosso problema per la Francia e per i francesi.

Ha più che ragione il presidente della Commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, Ermete Realacci, quando, ricordando il trentennale di Chernobyl, sottolinea che «Saggiamente da allora l’Italia ha fermato il nucleare, il futuro dell’energia infatti non è nell’atomo ma nel risparmio energetico, nella ricerca, nell’innovazione, nelle fonti rinnovabili.  Questo anniversario è un momento per ricordare le vittime, le persone che hanno sviluppato neoplasie in seguito all’incidente e quelle che ancora oggi vivono nelle zone contaminate. Il 26 aprile rappresenta inoltre uno spartiacque: quel giorno l’energia nucleare ha mostrato tutta la sua pericolosità per l’ambiente, la sicurezza e la salute dei cittadini. Una pericolosità purtroppo confermata nel 2011 dall’incidente di Fukushima che, oltre a morte e distruzione, ha paralizzato per mesi una delle economie più importanti del pianeta come quella giapponese. Vanno ringraziati ancora una volta gli italiani, che con lungimiranza hanno fermato il ritorno del nucleare in Italia con il referendum del giugno 2011, che hanno evitato ancora una volta che il Paese prendesse una strada vecchia, sbagliata e antieconomica – come dimostrano i ritardi e i costi esorbitanti accumulati delle centrali nucleari in costruzione in Europa, da Flamanville a Olkiluoto».

Realacci evidenzia anche che grazie ai referendum antinucleari italiani ed al boom delle rinnovabili non ci siamo trovati nelle stesse situazioni dei francesi con EDF: «Anche l’Enel fortunatamente non zavorrata dal nucleare ha potuto scegliere il futuro, rinunciando al carbone a Porto Tolle, annunciando la chiusura di altre 22 centrali, le più vecchie, più costose e inquinanti e intraprendendo la strada del risparmio energetico, dell’innovazione, delle rinnovabili. Se oggi fosse impegnata nella costruzione di nuove centrali nucleari nel Paese correrebbe il rischio di essere una bad company. All’epoca della tragedia di Chernobyl  la reazione dell’Italia fu molto forte e tempestiva: sebbene sul nostro territorio fossero attive poche centrali nucleari, avevamo già un forte movimento di ambientalismo scientifico. Nel 1986 ero segretario generale di Legambiente, che promosse per il 10 maggio una grande manifestazione a Roma con lo slogan  ‘Stop al nucleare’ alla quale parteciparono oltre 150 mila persone e il 10 ottobre organizzò una giornata di blocco pacifico dei cantieri delle centrali nucleari in costruzione. Fummo l’unico Paese a farlo, così come fummo l’unico Paese a dire no al nucleare con il referendum del 1987  e quello che negli anni successivi, grazie anche all’impegno di Legambiente, ha accolto più bambini provenienti dalle zone contaminate. È un’Italia che ci rende orgogliosi, che non si occupa solo di se stessa ma che pensa al futuro preoccupandosi anche del benessere degli altri. I 30 anni di Chernobyl siano anche un’occasione per guardare avanti e preparare il futuro del settore energetico investendo sulla ricerca, sul risparmio energetico, sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili. Tutti campi in cui l’Italia può dare molto e che possono rappresentare il vero futuro per il nostro Paese».