Problemi anche per fracking, trivellazioni nell’Artico e miniere di carbone nelle terre pubbliche

Ma la grossa grana dell’oleodotto Keystone XL offusca l’impegno di Obama

[26 giugno 2013]

Lo storico discorso di Obama sulla necessità di tagliare i gas serra, regolamentare le emissioni e combattere i cambiamenti climatici, incentivando le tecnologie della green economy e il risparmio energetico, rischia di essere oscurato da un altro problema che sta molto a cuore agli ambientalisti ed all’opinione pubblica “liberal” e progressista americana: il progetto dell’oleodotto Keystone XL, che dovrebbe portare lo sporchissimo greggio delle sabbie bituminose canadesi dall’Alberta fino alle raffinerie del Midwest ed alle coste texane del Golfo del Messico ed ha detto che non approverà l’oleodotto lungo 1.700 miglia se verrà dimostrato che peggiora il global warming. Obama ha detto esattamente: «Il nostro interesse nazionale sarà garantito solo se questo progetto non aggraverà in modo significativo il problema dell’inquinamento da carbonio. Gli effetti netti dell’impatto della pipeline sul nostro clima saranno assolutamente fondamentali per determinare se questo progetto avrà il permesso per andare avanti».

Una dichiarazione ambigua, che lascia spazio a diverse interpretazioni, anche perché Obama non ha specificato quali aspetti del progetto verranno compresi per quantificare il suo impatto sul clima e cosa ritenga “significativo”.

Ma Brendan Buck, il portavoce dello speaker repubblicano della Camera John A. Boehner ha espresso un velenoso apprezzamento rivolto ad Obama, dicendosi soddisfatto che «Gli standard presentati oggi dal presidente dovrebbero  portare ad  rapida approvazione dell’oleodotto Keystone». Infatti, nella bozza di dichiarazione di impatto ambientale rilasciata a marzo, il Dipartimento di Stato Usa ha concluso che «L’impatto netto dell’oleodotto sul clima potrebbe essere piccolo, perché anche se non venisse costruito, il petrolio sarebbe ancora estratto e venduto in altri mercati».

Il Keystone XL rischia di oscurare l’impegno di Obama per tagliare i gas serra e il presidente sembra sulla difensiva quando dice che gli effetti netti dell’oleodotto sul clima saranno «Assolutamente fondamentali» per la sua decisione se approvarlo o meno. Russell K. Girling, l’amministratore delegato della TransCanada, la multinazionale che vuole costruire il Keystone XL, ha risposto che «Il progetto soddisferà facilmente i criteri di Obama. Più indagini hanno scoperto che il petrolio canadese si sposterebbe verso il mercato su camion, ferrovie o altre pipelines se il Keystone non venisse costruito, con metodi che sono meno puliti ed efficienti».

Ma gli oppositori al mega oleodotto che spezzerebbe in due gli Usa ribattono che Obama in realtà avrebbe posto altri ostacoli alla realizzazione del progetto: «Qualsiasi analisi equa e imparziale della pipeline delle sabbie bituminose dimostra che gli effetti del clima di questo progetto disastroso sarebbero significativi» ha detto Michael Brune, presidente di Sierra Club.

Phil Radford direttore esecutivo di Greenpeace Usa  ha apprezzato il discorso di Obama alla Georgetown University, ma batte anche lui sul dolente tasto del Keystone XL:  «Il presidente Obama ci ha sfidato a rispondere alla domanda essenziale per ogni futura decisione di politica energetica che abbiamo di fronte: quale sarà l’impatto netto sul clima se questo progetto va avanti? E’ stato un monumentale ed audace discorso, il migliore, non solo di questo presidente, ma il migliore da sempre di qualsiasi presidente sulla crisi climatica. I sostenitori di Greenpeace hanno detto ad Obama per anni che più lungo aspettava a prendere posizione, peggiore sarebbe stato il cambiamento climatico. Il suo discorso ha dimostrato chiaramente che è arrivato abbastanza tardi a schierarsi pubblicamente con la gente e non con l’industria dei combustibili fossili. Siamo fieri di essere a fianco del Presidente nella lotta contro l’inquinamento da carbonio, ma sappiamo che questa battaglia non sarà vinta con le sole parole».

E i fatti sono proprio i progetti delle multinazionali delle energie fossili. «All’interno di questo quadro – dice Radford –  è chiaro che non c’è spazio nel nostro futuro per l’oleodotto Keystone, il fracking, la trivellazione dell’Artico foratura, o svendere le nostre terre pubbliche a favore dell’industria carboniera. Ognuno di questi progetti avrà un significativo impatto negativo sul clima e non è nel nostro interesse nazionale».

Greenpeace Usa ricorda un rapporto di Oil Change International  che all’inizio dell’anno ha rivelato che «La Keystone XL tar sands pipeline, se approvata, sarà responsabile di almeno 181 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalenti (CO2e) ogni anno, paragonabili alle emissioni di oltre 37,7 milioni automobili o 51 centrali elettriche a carbone».  Quindi l’«Impatto sul clima» temuto da Obama sarebbe enorme.

Per quanto riguarda il fracking, la fratturazione idraulica della quale Obama è un grande sostenitore; per Radford, «Quando si tiene conto anche degli impatti di estrazione e non solo della combustione del gas naturale, l’impatto climatico dell’inquinamento da  metano dal gas naturale ha il potenziale per essere un motore per cambiamenti climatici ancora più gravi dei dell’inquinamento da carbonio del petrolio e carbone. Ciò significa che è un combustibile ponte  verso il nulla».

Poi c’è l’Artico, una delle battagli simbolo di Greenpeace, dove l’impatto climatico delle trivellazioni non è così evidente come quello sull’ambiente dei naufragi delle piattaforme petrolifere della Shell in Alaska, ma sta emergendo con sempre più forza ogni estate. «Se continuiamo ad estrarre e bruciare petrolio e gas dalla vulnerabile regione artica – dice il direttore di Greenpece Usa – la regione continuerà a scomparire ad un ritmo impressionante, cortocircuitando il sistema di raffreddamento naturale del nostro pianeta e rendendo  molto peggiore il circolo vizioso del disastro climatico».

Greenpeace mette in guardia Obama contro la svendita “for pennies on the dollar” delle terre pubbliche alle miniere di carbone- « Questa è una grande perdita climatica.. L’espansione delle esportazioni di carbone Usa  ha il potenziale di liberare molto  più inquinamento da carbonio di ogni altro nuovo progetto di combustibili fossili negli Stati Uniti».

Gli ambientalisti ricordano cosa ha detto Obama chiudendo il suo discorso: «E un giorno i nostri figli e i figli dei nostri figli, ci guarderanno negli occhi e che ci faranno riflettere: abbiamo fatto tutto quello che potevamo, quando abbiamo colto la possibilità di affrontare questo problema e lasciare loro un mondo più pulito, più sicuro, più stabile? E io voglio essere in grado di dire, sì, l’abbiamo fatto. Voi non lo volete?»

Radford risponde: «Sì, signor Presidente, noi già lo facciamo. E siamo entusiasti di sapere che Lei lo farà».