Bonafé: «Gli Stati saranno obbligati a seguire un quadro legislativo univoco e condiviso»

Il Parlamento Ue approva «in via definitiva» il pacchetto normativo sull’economia circolare

Ma senza toccare il tema rifiuti speciali. Legambiente: l’Italia dovrà puntare sulla «semplificazione delle procedure autorizzative per promuovere il riciclo»

[18 aprile 2018]

Dopo oltre 28 mesi di lavori da quando il piano d’azione sull’economia circolare è stato presentato dalla Commissione europea guidata da Juncker (e ancor prima proposto da Barroso), oggi il Parlamento europeo ha tagliato il traguardo finale: il pacchetto legislativo, composto da quattro atti, è stato adottato «in via definitiva» a Strasburgo. Prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea adesso manca solo l’approvazione formale del Consiglio Ue, col quale il Parlamento ha già trovato l’accordo sui testi lo scorso dicembre.

«Con questo pacchetto – spiega la relatrice, l’italiana Simona Bonafè – l’Europa punta con decisione a uno sviluppo economico e sociale sostenibile, in grado di integrare finalmente politiche industriali e tutela ambientale. L’economia circolare, infatti, non è solamente una politica di gestione dei rifiuti ma è un modo per recuperare materie prime e non premere oltremodo sulle risorse già scarse del nostro pianeta, anche innovando profondamente il nostro sistema produttivo. Per la prima volta – conclude l’Eurodeputata – gli Stati membri saranno obbligati a seguire un quadro legislativo univoco e condiviso. Un piano ambizioso, con dei paletti chiari e inequivocabili».

Con la speranza che l’Italia sappia tradurre in modo altrettanto chiaro le indicazioni europee, un obiettivo finora spesso mancato – ad esempio introducendo nella normativa nazionale l’obiettivo di raccolta differenziata (65%) anziché di riciclo, confondendo dunque un mezzo col fine da raggiungere – sono molte le novità introdotte dall’Ue.

Entro il 2025, ad esempio, almeno il 55% dei rifiuti urbani (domestici e commerciali) dovrà essere riciclato; l’obiettivo salirà al 60% nel 2030, e al 65% nel 2035. Il 65% dei rifiuti da imballaggio dovrà essere riciclato prima, entro il 2025, raggiungendo il 70% entro il 2030. Il pacchetto legislativo limita inoltre la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035: nel 2016 l’Italia ha sotterrato circa il 25% dei propri rifiuti urbani, mentre già nel 2014 «Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato praticamente alcun rifiuto in discarica», unendo ad alti tassi di avvio a riciclo altrettanto alti tassi di incenerimento con recupero energetico per quei rifiuti non riciclabili. Tutti target che potranno essere rivisti, sperabilmente in meglio, nel 2024.

Con le nuove norme europee cambierà anche il modo di fare la raccolta differenziata: i prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici (come vernici, pesticidi, oli e solventi) dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, così come i rifiuti biodegradabili (per quanti ancora non li differenziano). In linea con gli obiettivi Onu per lo Sviluppo sostenibile, nel pacchetto è previsto anche una riduzione degli sprechi alimentari lungo la catena di produzione, distribuzione e consumo del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030. A tal fine i Paesi Ue dovrebbero incentivare la raccolta dei prodotti invenduti e la loro ridistribuzione in condizioni di sicurezza, e puntare anche sul miglioramento della consapevolezza dei consumatori circa il significato dei termini “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”.

«L’accordo tra il Consiglio e il Parlamento europeo approvato oggi – commenta il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – è un importante passo avanti rispetto all’attuale quadro normativo, che accelera la transizione verso l’economia circolare in Europa. Abbiamo insistito nei mesi scorsi sulla necessità di un quadro normativo ambizioso sulla riforma della politica europea dei rifiuti; questo risultato è stato raggiunto grazie alla determinazione del Parlamento, e in particolare della sua relatrice Simona Bonafè, a non cedere alle forti pressioni dei governi nazionali, a partire da quello tedesco».

Rispetto a questo quadro l’Italia, secondo Legambiente, può posizionarsi ai primi posti nell’Europa dell’economia circolare. Può infatti già «avvalersi di tante esperienze di successo praticate da Comuni, società pubbliche e imprese private, che fanno della penisola la culla della nascente economia circolare europea. Dovrà, tuttavia, rivedere nei modi e nei tempi giusti la propria legislazione in materia: dalle norme sulle materie prime seconde, a quelle sul cosiddetto ‘end of waste’ e sulla semplificazione delle procedure autorizzative per promuovere il riciclo di quello che viene raccolto in modo differenziato ed evitare la beffa che parte di questi flussi tornino in discarica», aumentando la qualità dei rifiuti differenziati dai cittadini.

Senza dimenticare però che dalle successive fasi industriali di riciclo esisteranno nuovamente altri rifiuti (a questo punto rifiuti speciali), che sarà necessario saper gestire (magari tramite recupero energetico). I soli scarti da riciclo sono stimati in almeno 2,5 milioni di tonnellate/anno in Italia, e aumenteranno man mano che gli ambiziosi obiettivi europei di riciclo verranno raggiunti.

Ma il quadro sarebbe in realtà molto più ampio. Secondo il Rapporto ambiente redatto dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), nel 2016 la produzione italiana di rifiuti urbani è pari a 30,1 milioni di tonnellate (+2,5% sul 2015, in linea con l’andamento degli indicatori socio-economici in barba ad ogni velleità di disaccoppiamento), mentre la ben più ampia produzione di rifiuti speciali si attesta (nel 2015) a 132,4 milioni di tonnellate (2,4%). La proporzione in Europa è simile anche se, purtroppo, neanche l’Ue in questo nuovo pacchetto normativo vi si dedica, concentrando la totalità dell’attenzione sui rifiuti urbani.

Da dove arrivano questi rifiuti speciali? Se la prima voce è quella del settore “costruzioni e demolizioni” col 41,1% di tutti i rifiuti speciali, segue a ruota il comparto “attività di trattamento rifiuti e di risanamento” con il 27,1% del totale, ovvero oltre 35,8 milioni di tonnellate: sono i rifiuti dell’economia circolare che non vogliamo vedere, forse perché ci ricordano che nessun pasto è gratis.