Per l’Amazzonia è già effetto Bolsonaro. Greenpeace: un Paese più sporco e minacciato

Deforestazione a più 13%. Distrutti 7.900 km2 di vegetazione, abbattuti circa 1,8 miliardi di alberi

[26 novembre 2018]

Secondo l’Instituto nacional de pesquisas espaciais (Inpe), tra agosto 2017 e luglio 2018, la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana ha registrato un aumento del 13,7% e, valutando il numero di concessioni e sequestri avvenuti durante lo stesso periodo, nell’ultimo anno il Brasile ha perduto un’area totale di foresta si 7.900 km2, equivalente a 987.500 campi di calcio e a 5,2 volte la superficie occupata da una megalopoli come São Paulo. Se si considera che in Amazzonia in un ettaro ci sono in media 15.000 alberi, nell’ultimo anno di governo para-golpista di centrodestra che ha aperto la strada all’elezione del neofascista Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, sono stati abbattuti qualcosa come 1.185.000.000 (un miliardo e 185 milioni) di alberi.

Greenpeace Brasil si chiede perché e dice che «Gran parte delle risposte stanno a Brasilia. E’ dal centro del potere che emana lo stimolo costante al crimine ambientale ai quattro angoli dell’Amazzonia. La bancada ruralista, con l’appoggio di una parte del governo, ha presentato una serie di proposte che avranno un impatto diretto sulla protezione delle foreste, sui popoli e sul clima del pianeta»  Gli ambientalisti citano la Legge Grilagem,ce rende più flessibili le autorizzazioni ambientali in Brasile, attacca i diritti e dei quilombolas, e rinvia il Cadastro Ambiental Rural (CAR), i tentativi di riduzione delle aree protette e la paralizzazione della demarcazione delle Terras Indígenas,

Romulo Batista, della Campanha da Amazônia di Greenpeace, spiega che «Questo insieme di proposte va a beneficio di chi vuole abbattere le foreste, scavare i territori e rubare il patrimonio naturale dei brasiliani. Le conseguenze di tutto questo sono le numerose distruzioni dell’Amazzonia. Inoltre, mette addirittura a rischio il contributo del Paese all’Accordo di Parigi»

Dopo un calo della deforestazione tra il 2004 e il 2012, ottenuta grazie all’azione dei governi a guida Lula e della mobilitazione della società civile, delle comunità indios e degli ambientalisti per salvare le aree protette e le Terras Indígenas, il vento è cambiato e nuove leggi e i potenti interessi della soia e del bestiame hanno  provocato la ripresa del disboscamento dell’amazzonia.

Greenpeace Brasil è molto preoccupata: «Secondo il governo di Jair Bolsonaro, le previsioni per l’Amazzonia (e per il clima) non sono buone. Il presidente eletto ha promesso di attaccare esattamente quelllo che ha fatto diminuire la deforestazione. Pretende di liberalizzare lo sfruttamento delle Terras Indígenas e delle Unidades de Conservação e di  indebolire il potere di controllo dell’Ibama (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis, ndr). Tutto quel che funzionava nella lotta alla distruzione forestale è sotto minaccia. Se concretizzate, queste proposte porteranno a un’esplosione di violenza sul campo e metteranno a rischio la speranza climatica del pianeta».

Batista aggiunge: «Non sono solo gli alberi a cadere, perché la deforestazione dell’Amazzonia è sempre accompagnata da violenza e conflitti sociali. Non c’è da stupirsi se, secondo un’indagine di Global Witness, il Brasile guida la classifica dei Paesi più pericolosi per i difensori dell’ambiente, con 57 dei 207 assassinati nel 2017».

Greenpeace Brasil sottolinea che «L’Amazzonia è fondamentale per mantenere l’equilibrio del clima globale  e la maggior parte delle emissioni brasiliane di gas serra provengono dalla devastazione delle foreste.   La foresta è anche responsabile della regolamentazione del regime delle piogge che cadono in altre regioni del Paese, come il Centro-Oeste, base dell’agro-business nazionale. Gli studi indicano che è possibile raddoppiare la produzione agricola brasiliana senza disboscare nemmeno un palmo di terra. Oltre a mantenere i mercati, la deforestazione zero è uno stimolo allo sviluppo di altre alternative economiche in armonia con la foresta e le sue popolazioni».

Intanto Greenpeace Brasil guarda con preoccupazione alle notizie che arrivano sulla pianificazione enegetica: a ottobre l’Empresa de Pesquisa Energética (Epe) ha presentato il Plano Decenal de Expansão de Energia 2027 (Pde 2027) ed oggi scadono i termini per presentare le osservazioni pubbliche. Gli ambientalisti fanno notare che , anche se nel Pde 2027 c’è un intero capitolo dedicato alla questione socio-ambientale, questa preoccupazione «non si riflette in un futuro più pulito e socialmente giusto. Secondo Greenpeace Brasil, il Pde parte da premesse macroeconomiche sbagliate e poi sovrastima la crescita media del Pil in 2,8% all’anno per i prossimi 10 anni, inoltre non considera a riduzione delle emissioni nell’industria energetica e, al contrario, indica un  aumento delle emissioni, andando in controtendenza sia con il Rapporto speciale Ipcc sugli 1,5° C che con gli impegni presi dal Brasile con l’Accordo di Parigi.

Il Piano prevede addirittura l’aumento delle centrali elettriche a carbone, sia con l’avvio di un nuovo impianto che con il potenziamento di quelli vecchi, e un incremento di 17 mila MW nella fornitura di impianti termoelettrici a gas (dall’8% nel 2018 al 16% nel 2027), mentre la quota di energia eolica, già più economicamente sostenibile del gas, è stimata a solo il 12% nel 2027.

Inoltre, per le fonti pulite e rinnovabili, vengono imposti limiti contrattuali annuali che ne limitano la crescita. Pur indicando il minimo di 1000 MW/anno in più di solare fotovoltaico, si prevede un massimo di 2000 MW/anno sia per il solare che per l’eolico a partire dal 2023, inibendo così di fatto la crescita delle energie rinnovabili in Brasile.

Nel Pde 2027 ci sono anche vincoli per  la generazione distribuita di rinnovabili che sembrano fatti apposta per non farla decollare sfruttando la vertiginosa riduzione dei prezzi dei sistemi fotovoltaici degli ultimi due anni.

Per Greenpeace, «Il piano minaccia le popolazioni tradizionali e gli ecosistemi sensibili. Quasi tutto il potenziale idroelettrico di medie e grandi dimensioni è in Amazzonia e il 98% della sua espansione interferisce con le aree protette dalla legge, come terras indígenas (TIs) e unidades de conservação (UCs). Proponiamo quindi che i piani di costruzione di grandi progetti energetici in ambienti socialmente e ambientalmente sensibili – come nel caso di UHE Bem Querer/RR e da UHE São Luiz do Tapajós/PA – vengano tolti dal POde 2027. Anche la produzione di petrolio e gas onshore minaccia aree sensibili in Amazzonia. I criteri di esclusione per motivi di restrizione ambientali citati nel piano, stranamente, non includono i blocchi di esplorazione di Bacias do Solimões, di Parnaíba, della Foz do Amazonas e della médio Amazonas – tutte le zone vicino ad aree protette legalmente. Per questo, quindi, anche queste esplorazioni devono essere rimosse dal Piano. La crescita della domanda futura di energia pone sfide di pianificazione, ma dovrebbe essere vista come un’opportunità per migliorare e ripulire la nostra matrice energetica e ciò che leggiamo nel Pde PDE 2027 è l’opposto: mancanza di visione strategica, ambizioso e arretramento».