Petrolio, è boom tra Iran e Cina: almeno 420.000 barili al giorno

Le sanzioni occidentali fanno perdere posizioni all’Italia, e Pechino ne approfitta

[19 marzo 2014]

La Cina nel 2012 consumava circa 10 milioni di barili al giorno, una buona parte proviene dalle importazioni e, secondo gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di statistica dell’Iran, «la Repubblica Islamica esporta 420.000 barili al giorno verso Pechino». Dati che secondo i russi sono prudenziali, visto che già nel 2011 i barili di petrolio che Teheran invia in Cina sarebbero stati 543.000 al giorno.

Che il boicottaggio economico dell’Iran decretato da Usa ed Ue non funzioni, lo spiega anche il fatto che  negli ultimi anni la Cina è diventata uno dei principali esportatori di beni e servizi verso l’Iran. Come sottolinea oggi la radio internazionale iraniana Irib, «Pertanto i rapporti economico-commerciali tra Iran e Cina negli ultimi dieci anni si sono intensificati sensibilmente. L’avvicinamento tra i due paesi asiatici deriva dalla loro comune visione strategica nell’area mediorientale e soprattutto da un interesse economico reciproco. La Cina è il secondo più grande consumatore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti d’America, mentre l’Iran, in quanto uno dei principali produttori ed esportatori del medesimo negli anni, è divenuto per la popolazione cinese uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche».

La Repubblica popolare cinese è il primo importatore di petrolio in Asia e l’Iran, dopo Arabia Saudita ed Angola, è il terzo esportatore di petrolio verso la Cina. All’inizio del 1997, con il governo del presidente riformista Seyyed Mohammad Khatami, le importazioni iraniane dalla Cina erano a circa 396 milioni di dollari, nel 2005, alla fine dei due mandati di Khatami erano salite a 2.2 miliardi di dollari all’anno.

Ma il vero boom commerciale tra i Cina ed Iran è avvenuto dal 2005 al 2013, durante i due governi del presidente conservatore ed integralista Mahmoud Ahmadinejad, schizzando fino a circa 45 miliardi nel 2011, con ben 7 miliardi di importazione di beni e servizi cinesi.

Come sottolinea Irib: «L’inasprimento delle sanzioni economiche ingiuste nei confronti dell’Iran, deciso nel febbraio 2012 da una parte degli Usa e dei suoi alleati occidentali, ha favorito indirettamente, e in particolar modo sul piano economico, la Cina: dal momento in cui l’esportazione del petrolio verso i Paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a conseguire negli ultimi due anni una posizione di privilegio come partner commerciale iraniano. Così, da un lato la Cina ha avuto un accesso quasi monopolistico al petrolio iraniano. Dall’altro lato, invece, le limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran che rendono i trasferimenti di valuta, i pagamenti e altre operazioni finanziarie quasi impossibili, ha offerto la possibilità a Pechino di pagare una buona parte del petrolio importato dall’Iran con beni, servizi e investimenti. Pertanto sebbene l’ammontare del commercio tra i due paesi nel 2012, a seguito delle nuove sanzioni, sia calato dai 45 miliardi del 2011 ai 37 miliardi attuali, la Cina ha avuto comunque importanti vantaggi dalle sanzioni, andando a sostituire il denaro che avrebbe dovuto pagare per l’energia con l’esportazioni di beni — spesso di seconda o terza scelta — servizi o investimenti sul posto (per esempio nel settore degli impianti petroliferi, nelle costruzioni autostradali e nella costruzione di dighe, la Cina è intervenuta anche in qualità di investitore in Iran)».

Se i cinesi con le sanzioni occidentali ci hanno guadagnato e conquistato nuovi mercati, a rimetterci sono stati Paesi come l’Italia e la Germania che, durante gli anni ’80, ’90 e 2000  avevano un forte ruolo nell’economia iraniana e che ora te hanno perso diverse posizioni.

Irib fa un’analisi lucida, diremmo “laica” della situazione: «Chiaramente il posizionamento anti-americano della Repubblica Islamica all’interno dello scenario strategico mondiale, la porta ad assumere una collocazione più vicina alla Cina, principale competitore economico di Washington. Per la Cina infatti un’alleanza politico-economica con Teheran, oltre all’enorme ricavo economico, permette di mantenere una certa influenza nell’area mediorientale e caucasica. La Cina, in questi ultimi tre anni, è riuscita infatti ad accedere a basso costo al petrolio iraniano, rendendo la propria macchina produttiva e industriale ancor più forte ed efficace, mentre il fronte europeo ha avuto un ulteriore indebolimento sotto il profilo economico-finanziario. Le nuove aperture del governo Hassan Rohani in Iran verso il fronte occidentale potrebbero pertanto cambiare la geopolitica economica della regione. Così le imprese italiane potrebbero accrescere la propria presenza economica in Iran. Molto dipenderà nei prossimi mesi dall’esito delle trattative attualmente in corso sul nucleare: ci sarà una effettiva apertura tra Teheran e il fronte occidentale, oppure l’Iran continuerà a rimanere in stretta alleanza con i cinesi favorendo di fatto, come successo fino ad ora, Pechino nella nuova soft war contro Washington che si gioca in diverse zone del pianeta, a partire dall’Africa fino appunto all’intera area del Medio Oriente e all’Asia centrale?».