Il petrolio dei terroristi islamici finisce sul mercato dell’Unione europea?

Petrolio, lo Stato Islamico incassa 3 milioni di dollari al giorno con il contrabbando

Il calo dei prezzi del greggio è un’arma economica saudita contro Russia ed Iran?

[20 novembre 2014]

Secondo il rappresentante permanente della Russia all’Onu, l’ambasciatore Vitali Tchurkin, «La vendita di petrolio porta circa 3 milioni di dollari al giorno alle organizzazione terroristiche in Iraq e in Siria. Le entrate dei terroristi suscitano la nostra preoccupazione».

Tchurkin ha lanciato l’allarme direttamente in una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu dove ha sottolineato che «I jihadisti sfruttano una decina di giacimenti petroliferi in Siria, dove il gruppo Stato Islamico (EI) produce 30.000 barili di petrolio al giorno. In Iraq, l’EI controlla 14 giacimenti e produce tra i 50.000 ed I  60.000 barili di petrolio al giorno».

Ma l’ambasciatore russo all’Onu se l’è presa anche con la coalizione occidentale che sta contrastando l’avanzata delle truppe dello Stato Islamico/Daesh: «Gli  attacchi aerei che gli Stati Uniti ed i loro alleati portano contro i siti dell’infrastruttura petrolifera irakena e siriana non hanno quasi nessun effetto sul volume delle vendite. Non fanno che complicare la vita degli abitanti di quelle regioni».

Tchurkin  ha ricordato ai suoi colleghi che «La risoluzione 2170 del Consiglio di sicurezza che chiede di porre rimedio a questo problema non è stata rispettata». Poi ha evidenziato ce «L’Unione europea ha autorizzato l’acquisto di petrolio presso agenti non ufficiali dal 2013» e l’ambasciatore russo ha accusato l’Ue: «Così ha indirettamente contribuito al rafforzamento finanziario dell’EI e del Front al-Nosra. Bruxelles deve rendersene conto».

Accuse gravissime perché, a quanto dicono i russi nel maggior consesso mondiale, con una mano l’Unione europea manda i suoi aerei a bombardare le milizie islamiste e con l’altra compra il petrolio dello Stato Islamico che con tutta probabilità viene contrabbandato attraverso la Turchia, Paese Nato e che ha una procedura di adesione in corso con la stessa Unione europea.

Già il 5 novembre il direttore del Servizio federale di sicurezza (Fsb, l’erede dl Kgb), Alexandr Bortnikov,   aveva detto che «Il mercato nero degli idrocarburi in Medio Oriente è diventato una delle principali fonti di finanziamento dei gruppi terroristi legati al movimento Stato Islamico». Bortnikov, intervenendo al summit dei servizi segreti della Comunità degli Stati indipendenti ad Astana, la capitale del Kazakistan, ha tracciato il quadro criminale e geopolitico nel quale si muovono le milizie islamiste:  «Lo Stato Islamic diventa sempre più indipendente finanziariamente grazie al sostegno dei regimi fondamentalisti, alle entrate provenienti dal traffico di droga, dalla tratta di esseri umani e da altre attività criminali, ma anche e soprattutto dall’estrazione illegale di petrolio».

Secondo il capo del Fsb, «La situazione in Medio Oriente è esplosiva, il mercato parallelo degli idrocarburi è in realtà i una delle principali fonti di finanziamento del terrorismo».

I russi sembrano sempre più propensi a credere che dietro il contrabbando di greggio e il calo dei prezzi del petrolio ci sia la lunga mano dell’Arabia Saudita che opera in accordo con gli Usa. Un complotto energetico  che punterebbe a destabilizzare sia la Russia che l’Iran e che è stato rilanciato dalla Reuters che scrive: «I mercati energetici si interrogano: perché l’Opec non impedisce la caduta del prezzo dell’oro nero, che ha raggiunto il suo minimo in questi ultimi anni? Questo significa che l’Arabia Saudita persegue dei fini economici e forse geopolitici?»

Secondo la Reuter, che riporta quattro fonti  commerciali e diplomatiche,  i leader sauditi a settembre ed ottobre hanno organizzato riunioni segrete dell’Opec a New York e Riyadh ed hanno fatto notare che i Paesi Opec hanno abbastanza riserve monetarie per non preoccuparsi  per tariffe tra i 70 e gli 80 dollari per barile per circa un anno. Uno dei partecipanti a queste riunioni ha detto alla Reuters che i sauditi hanno due obiettivi: vincere la concorrenza con il petrolio statunitense del fracking, che è tornato ad essere più caro, e soprattutto punta a far male a Russia ed Iran che sostengono il nemico mortale dell’Arabia Saudita in Medio Orinte, il regime nazional-socialista del presidente siriano Bashir al Assad.

Secondo un’altra versione la cosa sarebbe concertata tra statunitensi e sauditi per indebolire Vladimiri Putin ed i suoi alleati mediorientali. La pensa così Nicolas Maduro il presidente del Venezuela, un Paese che fa parte dell’Opec.

Sentito su questo tema dalla Reuter il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha risposto sibillino  «Le autorità saudite sanno perfettamente fino a che punto sono in grado di influire sulle tariffe mondiali del petrolio».

Ma l’atteggiamento della petro-monarchia assoluta saudita sta irritando gli altri Paesi Opec che vogliono un prezzo del petrolio più alto per rimpinguare i loro bilancio, ma non possono ridurre la produzione di greggio perché darebbero un colpo alla crescita economica in Cina ed alla stagnazione dell’Unione europea.

La riunione annuale dell’Opec, che si terrà a  Vienna il 27 novembre, si annuncia molto calda e i Paesi dell’organizzazione petrolifera dovranno decidere se ridurre la produzione in un quadro di diminuzione dei consumi petroliferi nel mondo che però vede la crescita della produzione di greggio Usa.

Certo che visto dalle stanze dell’Opec, ed ancor più dai lussuosi palazzi della famiglia reale saudita, il contrabbando di petrolio dei tagliagole del Daesh assume tutto un altro aspetto…