La folle corsa all’oro nero nei mari italiani che arricchisce soltanto le compagnie petrolifere

Petrolio, l’Adriatico intrappolato dalle multinazionali

Da efficienza energetica e rinnovabili il sestuplo dei posti di lavoro rispetto alle trivellazioni

[13 agosto 2014]

In occasione dell’arrivo in Friuli-Venezia Giulia della Goletta Verde, Legambiente ha presentato a Monfalcone il dossier “No al rischio petrolifero in Adriatico. Si a politiche comuni di qualità ambientale e gestione economica sostenibile”, dal quale emerge che «oltre 12.290 kmq nell’Adriatico centro meridionale italiano sono interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o per nuove attività di esplorazione di petrolio che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive e da cui nel 2013 sono state estratte 422.758 tonnellate di greggio, il 58% del totale nazionale estratto dai fondali marini. Come se non bastasse sono in fase di autorizzazione due nuove piattaforme, Ombrina mare, della Medoilgas, di fronte la costa teatina in Abruzzo, e la richiesta a largo di Ortona presentata dall’Agip. Se il petrolio riguarda prevalentemente l’Adriatico centro meridionale, nell’Alto Adriatico sono attivi impianti per l’estrazione di gas, con 39 concessioni attive da cui si produce il 70% del metano estratto dal mare italiano. Un’area già oggi sottoposta a forti rischi ambientali, a partire dalla subsidenza, e proprio per questi effetti la zona è stata sin qui vietata a nuove attività di estrazione di idrocarburi che amplificherebbero il fenomeno».

Si tratta di numeri destinati ad aumentare, visto la nuova corsa all’oro nero partita recentemente lungo le coste croate, dopo le rilevazioni eseguite dalla Spectrum su commissione del governo di Zagabria. «15 lotti  dall’ampiezza di 2000 kmq che dovrebbero andare a gara entro la fine del 2014, per iniziare le attività di ricerca e di estrazione già dal 2015 – spiegano gli ambientalisti –  Una chiamata a cui stanno rispondendo compagnie europee , tra cui anche italiane, americane e russe. A questo si deve aggiungere anche il rischio proveniente dall’intenso traffico di navi mercantili e petroliere, dal momento che Trieste e Venezia rappresentano i principali porti petroliferi italiani con migliaia di tonnellate di greggio movimentate ogni anno».

Ai governi e all’unione europea sembra importare poco che Comuni, Regioni e cittadini sono contrari a svendere il loro mare per pochi spiccioli e il Dossier sottolinea che «Anche sulla questione occupazionale, spesso sbandierata per giustificare questa scellerata scelta, il confronto con altre fonti di energie non regge.  Investire oggi in efficienza energetica e fonti rinnovabili porterebbe, infatti, nei prossimi anni i nuovi  occupati a 250 mila unità. Ossia più di 6 volte i numeri ottenuti grazie alle nuove trivellazioni».

Il Cigno Verde chiede, non solo a Governo e Parlamento, di «Rivedere le scellerate scelte politiche in materia energetica che ogni Governo che si sta succedendo sta portando avanti con insolita determinazione, ma soprattutto si ricostruisca una collaborazione importante fra tutti i Paesi costieri. Serve il concorso di tutte le realtà istituzionali, politiche ed economiche delle sue coste, per avviare una collaborazione che porti alla rinascita dell’intera area».

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente Nazionale, ricorda che «Se non bastassero le, motivazioni ambientali, a ribadire l’assoluta insensatezza del rilancio del petrolio sotto il mare italiano ci sono gli stessi dati di Assomineraria relative alle riserve certe presenti sui fondali che abbiamo oggi a disposizione in Italia, che sarebbero sufficienti per appena 8 settimane, stando ai consumi attuali. Anche sul fronte croato la quantità reale di petrolio disponibile è ancora da verificare con indagini più approfondite. Per questo siamo convinti che continuare a rilanciare l’estrazione di idrocarburi nel mare Adriatico e, più in generale nel Mediterraneo,  è solo il risultato di una strategia insensata che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese e nemmeno per le altre nazioni costiere. Occorre abbandonare questa politica energetica miope orientata sulle fonti fossili e spostare l’attenzione sulle risorse rinnovabili, efficienza e risparmio, investendo su una politica energetica basata su fonti pulite, facendo scelte lungimiranti, e facendosi promotori di politiche internazionali di tutela di tutto il mar Mediterraneo e l’Adriatico, piuttosto che seguire le scelte petrolifere degli altri Paesi. Su questo l’Italia può e deve giocare la sua capacità competitiva internazionale».

Tutto questo in un ambiente, quale quello adriatico, estremamente fragile per le caratteristiche proprie di “mare chiuso” che definiscono un ecosistema molto importante e già messo a dura prova. La fragilità del suo equilibrio ecologico è aggravata dalla scarsa profondità e dal modesto ricambio delle acque. Per questo un eventuale sversamento di petrolio deve fare i conti con la scarsa, se non nulla, possibilità di dispersione con conseguente inquinamento delle coste e dell’ecosistema marino.

Per Elia Mioni, presidente di Legambiente Friuli-Venezia Giulia, «Più che fare a gara a chi rilascia prima i permessi di estrazione, sarebbe bene che i Paesi costieri che si affacciano sull’Adriatico tengano in maggiore considerazione le esigenze delle comunità locali, delle associazioni di categoria e dei cittadini, e si incontrino per discutere dell’applicazione delle norme e degli accordi internazionali per la tutela e il corretto uso del mare  e all’interno di questa logica si orientino a governare eventualmente assieme la gestione dell’insieme delle risorse naturali. Proprio Legambiente ha chiesto da anni un impegno maggiore e unitario su alcuni punti a partire dall’istituzione di un’area sensibile nell’alto e medio Adriatico che possa dare un quadro di certezza e di norme agli interventi necessari per la tutela e la valorizzazione di questa grande risorsa. Questo è quanto prevedono le direttive comunitarie sul mare e sulla qualità delle acque, nonché le convenzioni internazionali sulla valutazione dell’impatto ambientale transfrontaliero. Occorre lanciare una vera e propria vertenza ambientale dell’Adriatico, che affonda le sue radici nella storia di una civiltà che ha visto il mare come elemento comune delle popolazioni costiere, anche perché dopo un periodo di decadenza, guerre, marginalizzazioni e degrado ambientale, oggi c’è la possibilità di investire per un grande futuro per il bacino adriatico con la conquista di una nuova centralità, la valorizzazione dei tesori ambientali, territoriali ed economici presenti sulle sue coste».

Zampetti conclude: «Gli annunci di disponibilità per 700 milioni di tonnellate presenti nel versante croato dell’Adriatico sono stime a nostro avviso particolarmente elevate, e da verificare effettivamente, se si pensa che ad oggi le riserve certe sotto tutto il mare italiano sono di appena 9,7 milioni di tonnellate e nei fondali adriatici di fronte le coste di Marche, Abruzzo e Puglia si stima siano presenti 5,4 milioni di tonnellate di greggio. Ma sono bastati questi annunci per far scattare, anche nel nostro Paese, in primis da parte del Governo e del ministro dello Sviluppo economico in particolare, proclami e annunci in favore del rilancio delle attività petrolifere in mare seguendo il principio, alquanto discutibile, che è inutile fermare le attività estrattive nel nostro mare se tanto partono le trivellazioni nelle acque di competenza degli altri Paesi costieri. Quando invece sarebbe molto più logico lavorare per avviare delle serie politiche di tutela, a livello internazionale, di un bacino, quale è quello adriatico, particolarmente delicato e già oggi sotto pressioni ambientali molto elevate».