Petrolio made in Italy, come un Paese del terzo mondo

Le dimissioni del ministro Guidi, la maledizione delle risorse e la corruzione endemica

[1 aprile 2016]

Petrolio made in Italy

Che l’ormai ex ministro Federica Guidi lasciasse intravedere la possibilità di colossali conflitti di interesse – commesse dell’azienda di famiglia, la Ducati Energia, con Enel, Poste, Ferrovie… – lo si sapeva fin dalla sua nomina nel governo del rottamatore Renzi, ma che questi conflitti di interessi sprofondassero in poco tempo dai fasti luccicanti dei convegni di Confindustria nella melma petrolifera familista che sembra già emergere dall’inchiesta sul Centro oli di Viggiano è qualcosa di sconfortante.

Che la situazione della Guidi fosse da subito insostenibile lo si è capito quando l’Unità l’ha scaricata titolando “La ministra Guidi avrebbe favorito le aziende del fidanzato grazie a un emendamento?”. Poi sono arrivate le penose e stringate dimissioni di una ministra che in questi due anni ha brillato solo per la difesa degli interessi della vecchia imprenditoria e per la caparbia guerra alle rinnovabili e alle istanze ambientaliste e del territorio. La Guidi non ha “cambiato verso”, ma ha portato ancora di più il nostro Paese verso il verso sbagliato: quello di una politica industriale fossile, antica, decotta e delocalizzatrice, tossica per l’innovazione e l’economia di un grande Paese come l’Italia.

Ma, in questo campo, la sorpresa per la corruttela dei petrolieri e il servilismo di un pezzo di classe dirigente fino ai più alti livelli di governo, è fuori luogo: petrolio e gas sono in tutto il mondo la più grande fonte di corruzione politica e in cambio, come dice il Fondo monetario internazionale – non il comitato contro le trivelle alle Tremiti – ai combustibili fossili vanno 10 milioni di dollari al minuto di incentivi e il “permesso” a devastare enormi estensioni di mare e di terra nei Paesi in via di sviluppo, come dimostrano i processi contro le multinazionali petrolifere – comprese le nostre – e i rapporti dell’Unep e di molte Ong internazionali.

Ma almeno la Total chiama Monsieur i ministri e i presidenti dei regimi dei Paesi in via di sviluppo nei quali ha in piedi affari petroliferi. Invece, dalle intercettazioni sulla concessione lucana di Tampa Rossa alla multinazionale francese emerge una confidenza e un servilismo, una complicità di elementi di governo che sembra andare oltre la corruzione, per diventare sistema che infetta i lavori parlamentari.

D’altronde, come si poteva pensare che quello che è considerato il più corrotto Paese d’Europa insieme alla Bulgaria potesse essere indenne dalla corruzione endemica che in tutto il mondo percola dai combustibili fossili, come si poteva pensare che un Paese che è considerato dai petrolieri l’Eldorado fiscale del pianeta fosse pulito, come si poteva credere che dietro le scandalose condizioni di favore che godono in Italia le concessioni per l’estrazione degli idrocarburi ci fosse un qualche interesse nazionale?

Quel maleodorante profumo che emana dalle intercettazioni della ex ministro dello Sviluppo economico (ad oggi non indagata, ma coinvolta profondamente nelle vicende in corso d’indagine) è lo stesso puzzo familistico/affaristico che si respira nei Paesi petroliferi, è il tanfo della corruzione che ammorba il pianeta e che periodicamente si fa guerra per difendere interessi colossali che vogliono tenere il mondo incatenato all’energia del passato. Interessi che finanziano da sempre la reazione, che costruiscono governi e li fanno cadere, che pagano volenterosi informatori e think tank lobbistici ecoscescettici per magnificare i combustibili fossili e la loro “inevitabilità”, che contano i barili e i metri cubi di gas in vite umane, biodiversità e salute distrutte e milioni tonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera. E’ quella che nei Paesi in via di sviluppo chiamano “la maledizione delle risorse” e che ha colpito mortalmente anche il socialismo bolivarista venezuelano e la socialdemocrazia di Lula in Brasile, sprofondandoli nella corruzione e nel clientelismo politico, trasformando la speranza in crisi e vergogna politica.

Un’infezione epidemica che è arrivata fino all’ufficio del ministro della Repubblica italiana che avrebbe dovuto garantire uno sviluppo economico diverso da quello fossile. E’è la marea nera che imbratta Confindustria proprio nel giorno dell’elezione del suo nuovo presidente, che dovrebbe – e potrebbe – invece rappresentare istanze diverse, di un’economia dell’innovazione e di uno sviluppo più verde.

L’eruzione dello scandalo petrolifero lucano non poteva avvenire in un periodo peggiore per il governo Renzi, impegnato a far saltare il quorum di un referendum sulle trivelle voluto da 7 presidenti di regione del suo stesso partito. Un referendum che, per la caparbia volontà del governo  Renzi/Guidi di tenerlo e di farlo al contempo fallire, ha assunto un aspetto che va oltre il semplice quesito e il destino delle concessioni petrolifere e gasiere entro le 12 miglia: le dimissioni di un ministro della Repubblica, l’intreccio affaristico e la svendita di risorse e territorio, ci confermano che andare a votare il 17 aprile sarà un segnale per dire che l’Italia vuole uscire dal petrolio e dall’era fossile. Perché il petrolio è il passato, un passato fatto di corruzione, intrighi, guerre e inquinamento.