Petrolio offshore in Croazia: affondano nell’Adriatico i piani fossili di Zagabria

Greenpeace: «Ormai resta solo Renzi a volere le trivelle dei nostri mari»

[30 settembre 2015]

CRoazia Petrolio

Il sogno (per qualcuno l’incubo) dell’estrazione di petrolio e gas nell’Adriatico croato sembra già svanito dopo un anno: «L’assalto del governo di Zagabria ai propri mari alla ricerca di petrolio – dice Greenpeace – ha infatti subito in questi giorni una chiara battuta d’arresto, dato che i contratti con le compagnie petrolifere assegnatarie dei “lotti” di estrazione predisposti dal governo guidato da Zoran Milanovic non sono stati firmati. L’intero progetto di sfruttamento intensivo delle risorse di idrocarburi offshore croate è dunque rimandato, almeno sino all’elezione di un nuovo governo, prevista nei prossimi mesi. Diversamente da quanto annunciato, nella sua ultima riunione prima dello scioglimento del Parlamento l’esecutivo croato non ha affrontato la questione trivelle, né avviato un nuovo round per ricevere nuove offerte dalle compagnie petrolifere per lo sfruttamento degli altri lotti disponibili».

Ogni nuova ricerca ed estrazione di idrocarburi, soprattutto quelle offshore in aree ambientalmente delicate e dove esiste una forte opposizione sociale,  deve fare i conti un prezzo del petrolio basso e così, negli ultimi mesi, alcune compagnie petrolifere he avevano avuto in concessione 10 delle 29 aree nelle quali è suddiviso il piano croato hanno fatto marcia indietro. «Sette di quei lotti erano stati assegnati a un consorzio che includeva la Marathon Oil e la OMV – spiega ancora Greenpeace – Queste compagnie hanno rinunciato definitivamente alle aree opzionate, mancando persino di “congelare” le concessioni ottenute, che sono state quindi rimesse. Si fanno inoltre sempre più insistenti le voci che vorrebbero anche la INA – una delle altre aziende interessate – in procinto di ritirarsi da questa impresa. Dei dieci lotti già assegnati, l’unico che al momento manterrebbe qualche chance di sfruttamento in futuro sarebbe quello assegnato a un consorzio formato dall’italiana ENI e dalla MedoilGas, la stessa compagnia responsabile del progetto Ombrina Mare in Abruzzo».

Andrea Boraschi, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia, «Siamo davanti a un fallimento clamoroso della strategia fossile croata, che fa venir meno lo sciocco mantra del “se lo fanno i nostri vicini, perché non farlo anche noi?”, ripetuto in questi mesi dalle lobby petrolifere e dal governo italiano», «Il tutto avviene per giunta nei giorni in cui anche la Shell interrompe le sue attività petrolifere nell’Artico. In vista della Conferenza sul Clima di Parigi, le grandi superpotenze mostrano segnali inediti di impegno per la riduzione delle emissioni e le compagnie petrolifere arretrano. A non accorgersi della direzione in cui vanno l’industria energetica e il mondo restano solo Renzi e il suo esecutivo».

Greenpeace è convinta che cxi siano anche importanti segnali di indebolimento del piano fossile italiano: «Sono già otto i consigli regionali che – avvalendosi per la prima volta di questa facoltà prevista dalla Costituzione – hanno votato per indire un referendum sullo Sblocca Italia e sul Decreto Sviluppo, i congegni normativi che oggi accelerano e facilitano l’avanzata delle trivelle nei nostri mari. Al momento vi sono sul tavolo le sorti di ben 88 procedimenti per il rilascio di nuove concessioni. Tra l’altro, l’avanzata delle trivelle si regge su fragili presupposti: le compagnie petrolifere sono ‘invitate’ a estrarre nei nostri mari, a fronte del versamento di royalties tra le più basse al mondo, con la garanzia di procedimenti di analisi delle loro istanze indeboliti, di iter di approvazione ultrasemplificati e valutazioni ambientali che ignorano i rischi peggiori di questi impianti. Diversamente, le misere e qualitativamente povere riserve di petrolio e gas sotto i nostri fondali non varrebbero un piano di investimenti, né la realizzazione di infrastrutture energetiche».

Boraschi conclude: «La strategia energetica del governo Renzi è sbagliata e procede in direzione ottusa e contraria. Non genera ricchezza, né occupazione, né tanto meno ridurrà la dipendenza energetica dell’Italia. Le trivelle uniscono tantissimi cittadini, movimenti, associazioni e governi locali in un secco ‘no’: è ora che, almeno per pudore della democrazia, Renzi li ascolti»