Lo stesso governo ha ammesso più di 1.600 decessi attribuibili alla catastrofe nucleare

Profughi nucleari, l’eredità di Fukushima: 25mila persone non potranno mai più tornare a casa

Aree così tanto contaminate dalla radioattività da essere interdette per più di 100 anni

[14 ottobre 2014]

«Almeno 25.000 persone evacuate dopo l’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone, non saranno mai in grado di tornare a casa. Una larga fascia di territorio sottovento ai quattro reattori di Fukushima Daiichi distrutti da uno tsunami di 15 metri nel marzo 2011 è così contaminata dalla radioattività che ufficialmente non sarà sicuro di tornarci per più di cento anni».

È quanto rivela il settimanale britannico Sunday Herald, che ha pubblicato l’inchiesta “Fukushima legacy… 25,000 who cannot go home again”.  A questi 25.000 profughi nucleari si aggiungeranno le altre decine di migliaia di persone che hanno abbandonato le loro case anche se sono fuori dalla zona “vietata” ma che temono comunque di essere contaminati.  Rob Edwards, che si è spostato nelle zone intorno alla centrale nucleare di Fi ukushima Daiichi insieme ad un team di Green Cross International, l’associazione fondata dall’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, ha intervistato un’anziana signora, Rumyko Kobayashi, che ha dovuto abbandonare Tomioka, dove viveva da sempre la sua famiglia: «Dato che la radiazione è così alta, non posso portare i miei nipoti a casa e io non voglio vivere in un posto dove non posso vedere i miei nipoti. Sono molto, molto dispiaciuta per i miei antenati che vivevano lì da molto tempo come famiglia, una catena di generazioni. Sono molto dispiaciuta per i miei figli e nipoti perché non possono tornare a vivere nella nostra amata casa. Mi sento in colpa, come se fossi stata io a far esplodere la centrale nucleare».

Ci sono queste tragedie umane dietro gli oltre 2 milioni di richieste di risarcimenti, che messe insieme fanno  diversi miliardi di dollari, dietro le cause legali che dureranno decenni e la paura di ammalarsi.

Edwards ricorda che «Più di 30.000 chilometri quadrati nel nord del Giappone sono stati contaminati dalle  enormi nuvole di radioattività che sono state emesse nell’aria durante l’incidente. Oltre 80.000 persone sono state costrette ad evacuare dalle aree più vicine a Fukushima Daiichi e si conta che almeno altre  80.000 abbiano deciso volontariamente di abbandonare le loro case».

La zona ufficiale di evacuazione è costituita da tre aree, il governo giapponese spera di far ritornare presto 32.900 persone a vivere in quella meno contaminata. Ma nella seconda area la contaminazione radioattiva è due o tre volte più alta e non consente un ritorno degli ex abitanti, solo dopo un costoso e lun go lavoro di decontaminazione e di decadimento radioattivo naturale il governo spera di riportarci a vivere 23.300 persone negli anni a venire. Nella terza zona, quella più vicina alla centrale nucleare, i livelli di radioattività  sono così alti che ci vorranno più di 120 anni prima che si possa anche solo pensare di ripopolarla in qualche modo. «Questo significa – scrive impietosamente il Sunday Herald –  che i 24.700 che ci vivevano saranno tutti morti prima di poter tornare a casa».

Molti tra quelli che secondo il governo giapponese potrebbero già ritornare, molti non ci pensano nemmeno: un sondaggio tra gli ex abitanti di Katsurao, un centro abitato nell’area di evacuazione, ha rivelato che il 60% degli ex residenti non vuole ritornare nella vecchia casa e tra questi i più contrari al ritorno sono le famiglie con bambini piccoli, terrorizzate dal “rischio invisibile” delle radiazioni.

Secondo la direttrice di Green Cross International, l’italo-svizzera Maria Vitagliano, «Almeno 25.000 persone non saranno mai in grado di tornare a casa e questo avrà conseguenze traumatiche, prolungate e diffuse. In Giappone la catastrofe continua. Tre anni dopo, è impossibile calcolare le piene dimensioni di questo disastro e le sue terribili conseguenze per le persone. Si tratta di una catastrofe che provocherà sofferenze indicibili per i decenni a venire».

Lo stesso governo giapponese ammette che ci sono stati più di 1.600 decessi attribuibili alla catastrofe nucleare, soprattutto tra gli anziani sfollati a causa dello stress acuto, suicidi o carenza di cure mediche. Ma quello che fa più paura sono i danni alla salute a lungo termine prodotti della contaminazione radioattiva che si presenteranno tra molti anni, chiedendo un pesantissimo conto sociale ed economico.

Per Ikuko Hebiishi, consigliere verde di Koriyama, una città a 55 Km da Fukushima Daiichi, «Si tratta di un tragico disastro che sta peggiorando, Le evacuazioni hanno lacerato famiglie e diviso le comunità, rendendo la gente depressa e malata. Il prossimo disastro tipo Fukushima potrebbe accadere ovunque e in qualsiasi momento in Giappone finché nel nostro Paese esistono centrali nucleari. La coesistenza dell’energia nucleare e degli esseri umani è del tutto impossibile».

Dopo il disastro nucleare di Fukushimsa Daiichi il Giappone ha chiuso tutti i suoi 48 reattori nucleari per controlli e per vedere se fossero in grado di resistere a un forte terremoto/tsunami, una decisione obbligata ma che ha dimostrato che il Paese può fare a meno del nucleare, ma il nuovo governo di centrodestra vuole riaprire le centrali anche se i sondaggi dimostrano che il 60% dei giapponesi è contrario. Infatti due reattori a Sendai, nel Giappone meridionale, a settembre hanno l’autorizzazione a riprendere l’attività, ma i problemi politici e tecnici non mancano e gli stessi parlamentari liberaldemocratici invocano il rispetto dei nuovi standard di sicurezza.

Un atteggiamento ondivago, che va dall’“ora non possiamo rinunciare al nucleare” al “va bene riaprire i reattori ma non nel mio collegio elettorale” e che non piace a gran parte dell’opinione pubblica giapponese e soprattutto a chi, come Yoshiko Aoki gestisce i centri comunitari per gli sfollati di Fukushima Daiichi, e che ha detto a  Rob Edwards: «Quello che mi fa arrabbiare è che non rimpiangono quello che è successo. Sono i singoli abitanti che se ne pento, il che mi fa molto arrabbiare. Hanno tutti paura dei pericoli. Non hanno un futuro e non vedono  la possibilità di andare a casa.  Il problema non è stato lo tsunami, il problema più grande è la catastrofe nucleare, che non è solo un nostro problema. E’ un problema per le generazioni future e per tutto il mondo».