Referendum del 17 Aprile, facciamo chiarezza in 18 punti

Il referendum è inutile? Cosa succede se vince il Sì?

[6 aprile 2016]

vota si

Il contributo delle attività offshore entro le dodici miglia, pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio, risultano alquanto inutili ai nostri fini energetici. Un contributo che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto da diversi anni (-22% di gas anche se con una leggera risalita nel 2015e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni)e che nel futuro potrà essere ridotto in termini ancora maggiori grazie alla sostituzione con il biometano e agli interventi di efficienza energetica che, ricordiamolo, sono già previsti dalle Direttive europee.

  1. Il referendum è inutile?

Il referendum serve a cancellare l’ennesimo regalo fatto alle compagnie petrolifere con l’approvazione della Legge di Stabilità 2016, che  permette loro di estrarre petrolio e gas entro le dodici miglia nei nostri mari, senza alcun limite di tempo, ripristinando quanto prevedeva la norma per ogni altra concessione di ricerca ed estrazione, ovvero una scadenza temporale (6 e 30 anni a seconda delle concessioni). Il referendum del 17 aprile è stato ritenuto necessario dalle Corti di Cassazione e Costituzionale per entrare nel merito della durata delle concessioni entro le dodici miglia. Nessuna concessione di un bene dello stato infatti, può essere affidata a un privato senza limiti di tempo, fino a che convenga a quest’ultimo.

  1. Il referendum è ideologico?

Il movimento referendario ha già costretto il Governo a importanti passi indietro nella sua politica pro trivelle. Il percorso referendario si è già contraddistinto per aver portato a casa risultati concreti molto importanti. In particolare con la legge di Stabilità 2016 il Governo è stato costretto a fare dietrofront su tre aspetti molto rilevanti: le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro Paese non sono più strategiche (lo erano diventate con l’approvazione dello Sblocca Italia a fine 2014); ha ridato voce ai territori, riportando le decisioni per le attività a terra in capo alle Regioni e agli enti locali (sempre lo Sblocca Italia aveva avocato tutte le decisioni allo Stato centrale) e infine ha reso operativo il divieto al rilascio di nuovi titoli abilitativi entro le dodici miglia nel mare italiano. Un divieto previsto già dal Dlgs 128/2010 ma che i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre provveduto a smontare.

  1. Il referendum è inutile perché non ci saranno più nuove trivelle entro le dodici miglia

Attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che nell’ambito delle concessioni già rilasciate, dove il programma di sfruttamento lo preveda, siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi, come nel caso della piattaforma Vega B nel canale di Sicilia. Se vince il Si il titolo andrà a scadenza nel 2022 e la piattaforma sarà fermata, se vince il No molto probabilmente sarà realizzato anche questo secondo impianto nell’ambito della concessione esistente. La stessa situazione vale per la concessione Rospo mare di fronte le coste abruzzesi, dove nel programma di sfruttamento sono previsti nuovi pozzi. Nel caso vinca il Sì verrebbe ripristinata la scadenza del marzo 2018 e quindi non ci sarebbero ulteriori ampliamenti. Rimane infine in sospeso il caso di Ombrina mare, il progetto di una nuova piattaforma petrolifera a sole 3 miglia dalla costa che in questo momento è tenuto in sospeso fino a fine 2016.Inoltre è bene ricordare che con l’attuale formulazione della norma sono fatti salvi sine die anche alcuni titoli di ricerca che un domani potrebbero trasformarsi in nuove attività (questa ad esempio è una delle contraddizioni della durata illimitata dei titoli abilitativi già rilasciati).

  1. Se l’Italia non trivella, trivellerà qualcun altro, ad esempio la Croazia?

In Adriatico  l’Italia è l’unico paese ad avere decine di  concessioni e piattaforme in mare anche a ridosso della costa. La Croazia, l’altro Paese ad avere piattaforme installate nel mar Adriatico, ha solo 19 piattaforme per l’estrazione di gas localizzate al centro dell’Adriatico, a ridosso del confine delle acque di sua competenza. Inoltre il Governo croato ha di recente firmato una moratoria contro le nuove trivellazioni. La moratoria segue di qualche mese la rinuncia da parte di due compagnie petrolifere a proseguire le attività di ricerca di giacimenti in acque croate su 7 delle 10 aree che il Governo aveva dato in concessione. Non è l’unica rinuncia, visto che qualche settimana fa la Petroceltic ha fatto dietrofront rispetto a un permesso di ricerca a largo delle isole Tremiti e la Shell per le sue attività nello Ionio. In conclusione, sono le stesse compagnie petrolifere a non ritenere conveniente puntare su nuove attività estrattive nel mare italiano.

  1. Se vince il Sì, si perderanno molti posti di lavoro?

Nessun posto di lavoro è a rischio per colpa del referendum. A mettere in pericolo quei posti di lavoro, semmai, sono la crisi del settore, la riduzione dei consumi nazionali di gas (-21,6%) e petrolio ( -33%) e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Inoltre se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Si ripristinerà quindi la durata della concessione sottoscritte da Governo e compagnie petrolifere. Inoltre, lo smantellamento delle piattaforme potrà creare nuova occupazione.

Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra attività a terra e a mare, dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti di lavoro in meno e  la Filctem Cgili sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero . Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Elemento quest’ultimo molto importante. A dimostrarlo i rapporti del settore degli ultimi anni a livello nazionale e internazionale o il tavolo di crisi aperto presso la regione Emilia Romagna, già prima dell’istituzione del referendum . Ad esempio secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere a causa del crollo del prezzo del petrolio è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Al contrario, il settore delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro:100mila al2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolicoe10mila in tutto il settore.

  1. Se vince il Sì, il nostro paese aumenterà l’importazione di petrolio e gas e il traffico marittimo?

Difficilmente chiudendo queste attività, che comunque arriverebbero al termine previsto dalla concessione come prevedeva la normativa fino a fine 2015, ci sarà un incremento di traffico di navi per il trasporto di idrocarburi. Il totale del petrolio oggi estratto da queste piattaforme corrisponde al carico di tre navi petroliere in un anno. Il gas viene trasportato (importato o esportato) prevalentemente attraverso i tubi dei gasdotti e non via mare. Infine già oggi il petrolio estratto dalle piattaforme (presenti prevalentemente entro le dodici miglia marine) viene trasportato a terra tramite oleodotti e da qui, il più delle volte, caricato sulle petroliere per essere trasportato agli impianti di raffinazione e trattamento. Tutto questo traffico sarebbe, al contrario, eliminato grazie al Si al referendum.

  1. Le piattaforme sono sicure e non ci espongono a rischi ambientali?

Nessuno può garantire che non si verifichino incidenti, come è successo ultimamente in Tunisia, nel Mar Caspio e nel Golfo del Messico, con un danno ambientale incalcolabile e irreversibile. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente –nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio –sarebbe fonte di danni smisurati. In particolare, è importante sottolineare come secondo il “Piano di pronto intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze nocive causati da incidenti marini” di Ispra, le tecniche di rimozione delle sostanze sversate consentirebbero di recuperare, al massimo, il30% del totale.

  1. Le piattaforme oggetto del referendum non inquinano e non hanno impatto sull’ambiente?

Le piattaforme sono delle attività industriali a tutti gli effetti con tutti gli impatti e i rischi connessi. Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. A prescindere che siano di gas o petrolio, possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema, come oli, greggio, metalli pesanti o altre sostanze contaminanti, con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Anche la ricerca del gas e del petrolio che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide  sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca, che potrebbe registrare una diminuzione del pescato fino al 50%. Infine, non bisogna sottovalutare anche il fenomeno della subsidenza. L’estrazione di gas sotto costa non è l’unica causa ma resta il principale fenomeno antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superficie topografica. La subsidenza aumenta inoltre l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche. Una conferma arriva dall’ordine del giorno appena approvato dal Comune di Ravenna che chiede all’Eni di fermare prima del tempo l’attività della piattaforma Angela Angelina, molto vicina alla costa di Lido di Dante, proprio a causa dell’elevata subsidenza riscontrata nella zona.

  1. Le piattaforme oggetto del referendum non estraggono petrolio?

Le piattaforme soggette a referendum oggi producono il 27% del totale del gas e il 9% di greggio estratti in Italia. In particolare il petrolio viene estratto nell’ambito di 5 concessioni che comprendono 11 piattaforme dislocate tra Adriatico centrale – di fronte a Marche e Abruzzo – e nel Canale di Sicilia).  Il 72% del petrolio estratto in mare nel 2015 deriva dalle aree marine più vicine alla costa.

  1. Se vince il SI, non si potranno più sfruttare giacimenti di petrolio e gas ancora attivi?

Gli impianti non saranno dismessi il 18 aprile ma arriveranno alla loro scadenza, cosi come previsto dal loro contratto di concessione (30 anni). Si tratta comunque di attività già di per sé in forte calo dopo il picco raggiunto negli anni ‘80-‘90. La produzione del gas è diminuita del 43% negli ultimi 10 anni e anche il petrolio è in fase discendente come produzione, con un picco raggiunto nel 1988, e oggi stabilizzata a livelli 4 volte inferiori a tale valore.

La produzione delle piattaforme attive entro le 12 miglia nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standardmetri cubi) di gas; i consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate) e quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%).

Per il gas i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale.

I consumi di gas negli ultimi dieci anni sono diminuiti del 21,6%, passando dai 86.171 milioni di metri cubi del 2005 ai 67.523 del 2015mentre il petrolio ha subito una riduzione del 33% passando da 85,2 a 57,3 Mtep ed è previsto un ulteriore abbattimento dei consumi nei prossimi anni. Infine, è utile rimarcare la totale insensatezza di puntare sull’estrazione di gas e petrolio e su questi giacimenti per garantire la nostra indipendenza energetica. I dati forniti dall’Unmig, l’ufficio minerario per gli idrocarburi e le georisorse del MISE, e da Assomineraria, stimano infatti riserve certe sotto i fondali italiani che sarebbero sufficienti (nel caso dovessimo far leva solo su di esse) a soddisfare il fabbisogno di petrolio per sole 7 settimane e quello di gas per appena 6 mesi.

  1. Il nostro paese può contare sulle sole energie rinnovabili?

Il 40% di energia prodotta da fonti rinnovabili ha fatto crollare il prezzo come mai al mercato dell’energia e dovremmo ringraziarle per questo. Oggi il solare potrebbe andare avanti anche senza incentivi (che in Germania ci saranno fino al 2024) basterebbe aprire all’autoproduzione e alla distribuzione locale da FER, che però in Italia sono, rispettivamente, penalizzata e vietate. Inoltre, le rinnovabili oggi sono sempre più efficienti, mature e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Non solo il solare ha ridotto il costo ad un decimo di dieci anni fa, ma nei prossimi anni è previsto che si ridurrà ancora, insieme al costo delle batterie per l’accumulo di elettricità. E se non fosse matura e affidabile, sarebbe difficile comprendere perché Enel sta investendo sul solare in tutto il mondo.

Negli ultimi dieci anni infatti, le fonti rinnovabili hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Complessivamente coprono il 40%dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il16% dei consumi energetici finali(quando nel 2005 eravamo al 5,3%). Oggi l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici(ad Aprile 2015 oltre l’11%), e si è sfatata così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe creato rilevantissimi problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città. Attraverso il contributo di questi impianti e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia elettrica.

  1. Le attività di estrazione di petrolio e gas ostacolano il turismo?

Si stima che le presenze complessive nelle destinazioni marine italiane siano state circa 253 milioni nel corso del 2013, con un impatto economico stimato inoltre 19 miliardi e 149 milioni di euro. Secondo il rapporto “Impresa Turismo 2013” (Unioncamere) il patrimonio naturalistico delle nostre destinazioni balneari è la prima motivazione di visita per i turisti stranieri (il 30% dei turisti), ed è il secondo motivo di scelta, invece, (24,9%) dei turisti italiani. Un patrimonio importantissimo per l’economia italiana e degli altri Paesi adriatici, il cui motore principale sono le bellezze naturali dei luoghi. Categoria in cui di certo non rientrano le piattaforme.

  1. Il referendum farà chiudere le piattaforme e i pozzi,che resteranno in mezzo al mare, anche se inattive?

Le compagnie che estraggono petrolio e gas hanno l’obbligo di legge di provvedere al decomissioning e quindi allo smantellamento delle piattaforme, dei pozzi e delle infrastrutture connesse con la loro attività. Se vince il Sì abbiamo molte più garanzie che ciò avvenga, perché le compagnie allo scadere delle concessioni sono obbligati al ripristino dei luoghi. Se vince il No invece, visto che le attività andranno avanti fino a quando di fatto lo vorranno loro (fino a vita utile del giacimento),rischiamo di trovarci le strutture in mare ancora per tantissimi anni, perché a quel punto potrebbero sempre dire che non hanno ancora finito di sfruttare il giacimento e lasciarle lì. Il Sì serve anche ad avere garanzia e controllo su questo aspetto.

  1. Le entrate derivanti dalle royalties sono in calo per colpa del referendum?

La normativa italiana prevede l’esenzione dal pagamento di aliquote per l’estrazione, per ogni concessione, delle prime 20mila tonnellate di petrolio estratte in terraferma e le prime 50mila tonnellate estratte in mare, così come per i primi 25milioni di Smc di gas estratti in terra e i primi 80milioni estratti in mare. Addirittura sono gratis le produzioni in regime di permesso di ricerca. A questo si aggiungono le detrazioni fiscali che le compagnie hanno sulle royalties versate alle Regioni. Delle 26 concessioni oggetto del referendum che sono state produttive nel 2015, solo 5 concessioni di gas e 4 di petrolio hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto un quantitativo minore della franchigia prevista dalla legge e quindi non hanno versato nulla.

  1. I soldi degli idrocarburi servono per sviluppo, ricerca e rinnovabili?

Oggi il settore degli idrocarburi riceve sussidi diretti e indiretti dallo Stato per circa2,1 miliardi di euro all’anno e gode di privilegi che non sono dati ad altri comparti industriali (esenzioni, agevolazioni fiscali, canoni irrisori, royalties molto vantaggiose). Oltre all’esenzione dal pagamento (vedi sopra) ci sono le irrisorie royalties previste per trivellare, che sono pari al 10%per il gas e del 7% per il petrolio in mare. Tanto vantaggiose da attirare appunto le compagnie straniere che vengono a svolgere la loro attività in Italia. Al contrario, in questi anni, nulla è stato fatto per promuovere le fonti rinnovabili che –ribadiamo -sono state ostacolate nel loro sviluppo, portando alla perdita di almeno 10mila posti di lavoro nell’ultimo anno. Basti pensare che tra il 2011 e 2014  le installazioni di solare fotovoltaico e eolico, sono passate da 10.663 MW a 733 MW.

Per il solare fotovoltaico le barriere sono cominciate nel 2013, con il Governo Letta, che ha cancellato gli incentivi in conto energia (che in Germania invece sono ancora in vigore) togliendoli perfino per le famiglie e per la sostituzione dei tetti in amianto. Per le altre fonti rinnovabili i tagli sono cominciati nel 2012 (Governo Monti) e allora non vi è stato un solo provvedimento da parte dei vari Governi italiani che ne abbia aiutato lo sviluppo. Il Governo Renzi addirittura ha prodotto il decreto “Spalma incentivi” intervenendo in maniera retroattiva sugli incentivi, con nuove tasse per l’autoproduzione da fonti rinnovabili, regole penalizzanti per gli oneri di dispacciamento giustificate con la non programmabilità delle energie pulite: un nuovo decreto di incentivi alle rinnovabili non fotovoltaiche che, ancora prima di entrare in vigore, ha già determinato uno stop degli investimenti, grazie alle scelte che prevede.

  1. Le rinnovabili sono belle ma aumentano troppo il costo dell’energia?

Le rinnovabili non sono belle e gli incentivi alle rinnovabili pesano per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana contro il 5,2% di incidenza della spesa per il riscaldamento. Inoltre il 40% di energia elettrica e il 17% di energia primaria prodotta da fonti rinnovabili sta contribuendo a cambiare modello energico, dove le fonti fossili entrano in sofferenza, con una contrazione dei prezzi del 67% per il petrolio e una forte riduzione degli investimenti. Metà della nuova potenza elettrica mondiale è venuta da eolico e fotovoltaico. Nel 2015 gli investimenti in fonti rinnovabili sono stati6 volte quelli del 2004è la crescita è continuata nonostante4 fattori che l’hanno frenata: il crollo dei prezzi delle energie fossili, la riduzione dei costi del fotovoltaico, che fa scendere gli investimenti a parità di installato, la ripresa del dollaro e il rallentamento dell’economia europea.

  1. La costruzione entro le 12 miglia è vietata per legge dal 2006?

Non è vero che le nuove attività sono vietate dal 2006. La Legge 152/2006 è stata modificata nel dicembre 2015.Ed il divieto entro le dodici miglia è stato posto per la prima volta da un decreto del 2010 (Dlgs 128/2010) e non nel 2006, poi rimosso dal decreto sviluppo (cosiddetto decreto Passera) nel giugno 2012 (in particolare a rivedere il vincolo è l’articolo 35), quindi reso vigente e attuato (per le nuove attività e le richieste in corso) solo con la modifica alla legge di stabilità 2016). Il divieto è quindi vigente dal 1 gennaio 2016 a tutti gli effetti e solo grazie alla pressione del movimento referendario.

  1. Abbiamo veramente bisogno di quel gas? Sarebbe uno spreco lasciarlo lì (serve un periodo di transizione)?

Nelle piattaforme oggetto del referendum viene estratto gas e petrolio pari al 3 e all’1% del nostro fabbisogno nazionale. Una quantità irrisoria ai nostri fino energetici, considerando il calo dei consumi di gas del 21,6% e di petrolio del 33% negli ultimi anni.

Non solo. Già oggi in Italia si produce elettricità con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi, e il potenziale per il biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è di oltre 8miliardi di metri cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum.

Gli investimenti in questo settore però sono bloccati da barriere assurde e la più incredibile riguarda il fatto che il biometano non può essere immesso nella rete Snam. Da anni, infatti, si attende l’approvazione di un decreto che dovrebbe permettere qualcosa di assolutamente scontato e nell’interesse generale. Uno stop che ha come unica motivazione quella di non aprire alla concorrenza nei confronti di quei gruppi che distribuiscono gas, come Eni, che sono proprio coloro che possiedono larga parte delle concessioni di gas nei nostri mari.