Referendum del 17 aprile: «Smontiamo le balle dei petrolieri»

Boraschi risponde alle bugie messe in giro da chi sostiene le lobby fossili

[7 marzo 2016]

Trivelle Greenpeace

Da alcuni giorni circola in rete questo “contributo”, una curiosa somma di mezze verità, inesattezze e, più spesso, di falsità: per fare disinformazione e tenere a casa i cittadini il 17 aprile prossimo, quando si terrà un referendum sulle trivelle.

Vediamo una per una le bugie messe in giro da chi sostiene le lobby fossili.

Questo il testo con le mie note. Comincia così:

Un po’ di corretta informazione al di fuori di slogan e demagogia:

1 – il referendum non deciderà nulla sulle nuove “trivelle” (si chiamano in realtà correttamente nuove perforazioni) ma riguarda la durata delle concessioni già in essere, quindi aree del mare entro le 12 miglia dalla costa dove ci sono già piattaforme di estrazione di gas metano in alcuni casi da più di 30 anni.

Mezza verità – E’ vero, ma solo in parte. In termini strettamente legislativi il merito del referendum riguarda la durata delle concessioni entro le 12 miglia dalla costa. Ma è altresì chiaro a tutti che questo voto ha una valenza politica più ampia: gli italiani hanno la possibilità di dire al governo che non vogliono le trivelle nei loro mari. Si tratta di dare un indirizzo generale alla nostra strategia energetica, che ha molto a che fare con il modello di Paese che vogliamo realizzare.

2 -il referendum, qualora si raggiungesse il quorum, andrebbe a determinare la cessazione immediata delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni, tipicamente di durata trentennale, anche qualora sotto ci sia rimasto ancora un ingente quantitativo di gas metano.

Falsità – Dopo 30 anni o più (gli impianti possono ottenere proroghe per altri 15) di upstream, non ci sono più ingenti quantità da estrarre. Oggi la gran parte delle piattaforme offshore italiane estrae nulla o poco più. Sono impianti praticamente inutili ma ancora dannosi, e più invecchiano più sono a rischio incidente. Se non si riesce in 30 anni ad esaurire un giacimento vuol solo dire che non si è stati capaci di sfruttarlo. Ma è in pratica una situazione che non si verifica.

3 – in pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica.

Falsità (in quantità industriale) – Le piattaforme che chiuderemmo – non immediatamente, ma solo al termine della loro concessione così come previsto dalla legge fino a due mesi fa e mai contestato dai petrolieri – non rappresentano affatto il 60-70% della produzione di gas in Italia. Stiamo parlando di molto molto meno. Ma il dato fuorviante è un altro: che, pur ammesso fosse vero, quel 60-70% di cui si parla equivale in realtà, in termini di consumo, al 4% circa del fabbisogno nazionale. In realtà parliamo dell’1-2% massimo. Gocce.

4 – il referendum non fermerà le “trivelle” nelle tremiti, non ci sono e mai ci saranno trivelle nelle tremiti. Si trattava di un permesso di prospezione e studio, ben oltre le 12 miglia dalle tremiti e comunque non più in vigore vista la rinuncia della compagnia interessata.

Falsità – Più di una perizia ha mostrato come quella concessione fosse entro le 12 miglia. E le prospezioni non si fanno per hobby: se si trova qualcosa, dopo gli airgun arrivano le trivelle.

5 – il referendum non fermerà la “petrolizzazione” dell’Italia come qualcuno vuole far credere, riguarda infatti le aree marine entro le 12 miglia dalla costa dove geologicamente si sono accumulati solo giacimenti di gas metano, quello che, ricordate, ci da una mano, perché tra i combustibili fossili quello meno inquinante e recentemente riconosciuto dall’unione europea il BRIDGE ovvero quello che ci porterà avanti nella transizione verso le rinnovabili per i prossimi 30 anni. Quindi non sarebbe uno STOP al petrolio, che in Italia viene estratto quasi esclusivamente a terra, in Basilicata, ma uno stop al gas, ovvero a quella fonte energetica pulita la cui introduzione ha portato storicamente alla riduzione dell’uso del carbone.

Falsità – Entro le 12 miglia c’è petrolio e gas. Il progetto Ombrima Mare, recentemente bloccato dai provvedimenti presi dal governo per disinnescare l’iniziativa referendaria, era petrolio. Ugualmente dicasi per il campo oli Vega, nel Canale di Sicilia, dove entro le 12 miglia doveva sorgere la piattaforma Vega B. Si può concordare sull’utilità del gas come fonte di transizione, è in tutti gli scenari energetici di Greenpeace. Ma c’è modo e modo di estrarlo, semmai: e in Italia lo facciamo molto male. In questo studio Greenpeace svela l’inquinamento delle piattaforme a gas:http://www.greenpeace.org/…/re…/2016/Trivelle_Fuorilegge.pdf . Si tratta di dati sin qui inediti, ufficiali (la fonte è il Ministero per l’Ambiente), il cui senso è univoco: le piattaforme italiane non riescono a rispettare i limiti di legge.

6 – Le trivelle (impianti di perforazione) non uccidono il turismo. La maggiore concentrazione di piattaforme in Italia si ha davanti alla riviera romagnola che storicamente è anche la zona con maggiori presenze turistiche; estrazione di gas e sviluppo della costiera romagnola sono andati avanti di pari passo dagli anni 60 ad oggi. Viceversa regioni senza” trivelle” e che si preoccupano tanto delle “trivelle” hanno spiagge fatiscenti, depuratori non funzionanti e discariche abusive nel bel mezzo dei parchi naturali. Farebbero bene a preoccuparsi di quello.

Introduciamo una nuova categoria: Comicità – Le piattaforme attraggono il turismo! Lo avevamo previsto con la nostra campagna Trivadvisor (http://www.greenpeace.org/…/Cosa-puoi…/partecipa/trivadvisor)… ma credevamo di stare usando ironia. Invece, secondo chi scrive no: ai turisti le piattaforme piacciono davvero e c’è persino una correlazione tra attività di estrazione e spiagge pulite, depuratori efficienti, buona gestione del ciclo dei rifiuti. Consigliamo a tutti i turisti delle aree menzionate di leggere bene questo rapporto (http://www.greenpeace.org/…/re…/2016/Trivelle_Fuorilegge.pdf), per avere un’idea degli impatti sul mare delle trivelle in quelle zone.

7 – L’estrazione di gas dal mare adriatico non provoca terremoti, c’è un rapporto ufficiale ISPRA (Istituto Superiore Protezione Ambiente) che lo certifica. Chiunque afferma diversamente afferma il falso e non conosce la geologia del mare adriatico. Infatti nel nostro mare i sedimenti, sabbie ed argille, in seguito all’estrazione del gas, si deformano plasticamente, e la deformazione plastica è l’esatto opposto dei meccanismi di rottura dei terremoti.

Mezze verità, inesattezze e OMISSIONI – Greenpeace non ha mai parlato di terremoti connessi all’attività estrattiva in Adriatico. La scienza oggi non esclude che alle attività di perforazione ed estrazione possano essere associati fenomeni di sismicità indotta. In ogni caso il referendum non riguarda solo l’Adriatico, ma tutti i mari italiani. Dove, a seconda delle zone, vi sono situazioni diversissime. C’è un fattore che riguarda invece specificamente l’Adriatico, che chi ha scritto questo testo furbescamente non ricorda: la subsidenza. Ovvero, l’abbassamento dei territori costieri. Nella letteratura scientifica internazionale la correlazione tra le attività di estrazione di idrocarburi e la subsidenza è acclarata. Tanto che la zona più settentrionale dell’Adriatico è stata sino ad oggi interdetta alle attività offshore proprio per questo motivo: per non accelerare l’inabissamento di Venezia, di gran parte dei territori costieri veneti, del Delta del Po. La legge Sblocca Italia del governo Renzi, dopo oltre un ventennio, riapre invece la possibilità di operare anche in quei mari, in via “sperimentale”. E come sia fatta una trivella “sperimentale” ovviamente non lo sa nessuno, neppure il legislatore.

8 – Un esito positivo del referendum avrebbe impatto devastante sull’economia di alcune regioni, nella sola Emilia Romagna 6.000 persone perderebbero il lavoro in 2 anni.

Falsità – Che per estrarre circa l’1% del consumo annuo nazionale di gas possano essere impiegate 6.000 persone è semplicemente INCREDIBILE. L’Arabia Saudita ne impiega, nella sua compagnia di stato, circa 50.000: per gestire un potenziale petrolifero che equivale a 7 volte il fabbisogno annuo dell’Italia e un potenziale gasiero che è una volta e mezza i nostri consumi annui. Per proporzione, stando solo al gas, dovrebbero impiegare circa 900.000 addetti.

9 – Tutti vogliamo un mondo più pulito, le rinnovabili sono il futuro, non ancora il presente, occorre un congruo periodo di transizione perché affondare il sistema gas oggi senza avere ancora una valida alternativa non è intelligente né da un punto di vista economico né per la tutela dell’ambiente.

Non classificato – Et voilà: rivendicare che tutti siamo ambientalisti, nei documenti e nei discorsi dei sostenitori delle fonti fossili, ci sta sempre bene. Ma squarciamo questo velo di ipocrisia. Le rinnovabili sono il presente, eccome se lo sono. Perché in Italia fanno già oggi il 40% della nostra elettricità, perché dal 2011 a oggi, su scala globale, si investe più su quelle che sulle fonti sporche. E dovrebbe investirci più convintamente anche l’Italia, invece di scegliere opzioni e tecnologie vecchie e senza futuro.  Le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di due mesi dei consumi nazionali; quelle di gas a circa sei mesi. Ma queste risorse, per quanto misere, non verrebbero estratte in un sol colpo: si parla di concessioni che durerebbero almeno un trentennio. Altresì, gas e petrolio non sarebbero “italiani”, ma risorsa privata delle compagnie che li estrarrebbero pagando royalties tra le più basse al mondo e godendo di franchigie altrove inspiegabili. Il gettito per le casse pubbliche sarebbe quindi esiguo mentre, a detta degli stessi esperti del settore petrolifero, si creerebbero pochissimi posti di lavoro. La nostra dipendenza energetica dall’estero, infine, non si ridurrebbe se non di qualche decimale di punto. Il solo fine di questa politica è il profitto per le compagnie fossili.

IL 17 APRILE 2016, PER FERMARE LE TRIVELLE, VOTA SI!

L’ITALIA NON SI TRIVELLA

http://bit.ly/Fb6StopTrivelle

 

Andrea Boraschi

responsabile campagna energia e clima Greenpeace Italia