Referendum trivelle, Renzi attacca i “finti” ambientalisti. Quelli “veri” non ci stanno

Greenpeace: «È dalla parte delle lobby fossili, non inganni gli italiani». Wwf: «Il presidente del Consiglio evidentemente è in difficoltà»

[30 marzo 2016]

greenpeace trivelle

Mentre nel lontano in Nevada il premier Renzi tesseva ieri le (meritate) lodi del know-how italiano in fatto di rinnovabili, non sono mancate le stilettati verso tutti coloro che si esprimeranno con un Sì al referendum sulle trivellazioni petrolifere offshore, in programma il prossimo 17 aprile: si tratta di «finti» ambientalisti, secondo il presidente del Consiglio. Un parere probabilmente diffuso anche nel resto del governo, dato che già il ministro dell’Ambiente Galletti a inizio anno ha voluto dissociarsi da quella che definisce la «casta» degli ambientalisti, puntualizzando: «Io non ne faccio parte».

Ma gli ambientalisti, quelli veri, non ci stanno. «Il presidente del Consiglio Matteo Renzi – ha dichiarato il vice presidente del Wwf Italia, Dante Caserta – evidentemente è in difficoltà per la crescente consapevolezza che sta favorendo il fronte del Sì al referendum del prossimo 17 aprile e cerca di ridimensionare le responsabilità del governo sulla modifica normativa sottoposta a referendum. Altro che ‘inutile’ consultazione referendaria – continua Caserta – il governo non solo non convince gli italiani ma non ha convinto né l’Ufficio centrale per i referendum, né la Corte  Costituzionale che hanno ritenuto più che ‘utile’ la consultazione referendaria per abrogare la furbesca norma proposta dal governo e approvata dalla maggioranza in Parlamento che vuole tentare di eludere il termine trentennale delle concessioni, stabilito dalle norme europee. Una forzatura intollerabile del nostro ordinamento e delle regole comunitarie: è singolare che il premier e l’intero governo facciano finta di ignorare il vero oggetto del contendere».

Al premier risponde anche Greenpeace, che con i suoi attivisti ha affisso stamani 250 metri quadrati di striscioni dove si legge “Stop trivelle” e “17 aprile vota Sì” sulla piattaforma Agostino B, al largo di Marina di Ravenna, definita come «una delle e più inquinanti tra quelle di cui siamo riusciti a ottenere i dati dal ministero dell’Ambiente. Le circa 90 piattaforme interessate dal referendum del 17 aprile sono strutture vecchie e improduttive, che versano spiccioli nelle casse pubbliche, impiegano pochissimi lavoratori (70 stando al ministro Galletti) e per contro spesso inquinano». E proprio da Greenpeace è partito oggi in 30 procure della Repubblica un esposto contro le “trivelle fuorilegge”, a seguito dell’omonimo rapporto in cui sono stati «resi pubblici per la prima volta i piani di monitoraggio di 34 impianti di proprietà di Eni».

«Renzi ha una gran faccia tosta a parlare di rinnovabili – ha rincarato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace – Mentre invita gli italiani a disertare un referendum nazionale, schierandosi dalla parte dei petrolieri, non manca di vantarsi dei traguardi di un settore che il suo governo sta invece mettendo in ginocchio. Nel 2012 in Italia erano entrati in esercizio quasi 150 mila nuovi impianti fotovoltaici: nel primo anno dell’era Renzi sono stati appena 722. L’anno scorso nel solo settore eolico si sono persi 4000 posti di lavoro». Come ricorda Greenpeace (e come conferma l’Unep) il governo Renzi ha ostacolato le energie rinnovabili in tutti i modi: cambiando in corsa contratti già sottoscritti con lo “Spalma incentivi”, modificando la tariffa elettrica per frenare il risparmio energetico e finendo per causare un aumento delle nostre bollette, bloccando i piccoli impianti domestici, specialmente quelli fotovoltaici.

«Renzi è chiaramente dalla parte delle lobby fossili – conclude Boraschi –, non inganni gli italiani. È insopportabile che si faccia vanto persino dei nostri primati sulle rinnovabili, quando ci sono migliaia e migliaia di lavoratori del settore che hanno perso l’impiego a causa delle sue politiche anti-rinnovabili. La verità è che a Renzi le rinnovabili piacciono solo quando si fanno all’estero: in Italia disturbano gli interessi delle lobby fossili».