Repubblica democratica del Congo: promulgato il codice minerario. Le multinazionali temono per il cobalto

6.500 Km2 di foresta equatoriale a due operatori cinesi. Kabila continua a reprimere cattolici e opposizione

[12 marzo 2018]

Anche se il suo  mandato sarebbe scaduto da più di un anno il presidente della Repubblica democratica del Congo (Rdc), Joseph Kabila, ha promulgato quella che è probabilmente la legge più importante del suo enorme e poverissimo Paese che strabocca di ricchezze e sangue: il “code minier” (codice minerario) che prevede un forte aumento delle tasse sulle «sostanze strategiche» de cjede al governo di aprire delle «concertazioni»  per tener conto delle preoccupazioni delle imprese straniere.

Intanto nella Rdc prosegue la repressione delle proteste contro la permanenza di Kabila al potere e nell’Est e nel centro del Paese ci si continua a scannare proprio per il possesso, l’estrazione e il traffico di quelle risorse minerarie.

Ambienti della presidenza congolese hanno detto all’Afp che «Il codice è stato promulgato nella stessa forma in cui è stato adottato dal Parlamento. Questa  versione prevede un tasso di royalty minerarie che arriva fino al 10% per le “sostanze strategiche”».

Come scrive Jeune Afrique, le grandi multinazionali  installate nella RDc, come Glencore, China Molybdenum, CDM…  temono che questa tassa  riguardi il cobalto, ma non lo sapranno fino a che il premier di Kinshasa non avrà stilato la lista dei metalli strategici.  Infatti la Rdc, nonostante sia da anni un Paese in guerra civile e internazionale, nel 2017 ha assicurato i due terzi (80.800 tonnellate)  della produzione mondiale di questo minerale raro molto richiesto dai produttori di batterie di nuova generazione. Attualmente nella Rdc il cobalto è attualmente tassato al 2% come il rame del quale è un prodotto derivato. Naturalmente molto del cobalto sfugge al debole regime della Rdc asserragliato a Kinshasa, ma alla Borsa dei metalli di Londra il 9 marzo ha raggiunto un nuovo record, chiudendo a 84.000 dollari la tonnellata, più che raddoppiando il suo valore in un anno.

In un comunicato della presidenza della Rdc  si legge che il “code minier”  «apporterà allo Stato delle entrate sostanziose per il suo sviluppo economico e sociale, colmando le lacune e le debolezze» del precedente codice del 2002, giudicato da tutti troppo favorevole agli investitori stranieri.

Il governo di Kinshasa dice che, durante un incontro tenutosi il 7 marzo, il presidente Kabila «ha preso nota delle preoccupazioni» dei professionisti dell’industria mineraria e che «Le loro preoccupazioni saranno tenute di conto attraverso un dialogo costruttivo con il governo riguardo a delle misure di applicazione» della nuova legge.

Kabila non solo se ne frega di essere un presidente in proroga ma chiede al suo governo di «aprire le suddette concertazioni nel minor tempo possibile».

Il nuovo codice minerario della Rdc prevede anche una tassa del 50% su superprofitti (ricavi guadagnati attraverso un livello di prezzo superiore del 25% rispetto agli studi di fattibilità bancaria) e le compagnie minerarie sono preoccupate anche per la soppressione di una clausola che assicurava la stabilità dei contratti per un periodo di 10 anni.

Intanto, a proposito di risorse, il ministero dell’ambiente della Rdc ha deciso di riattribuire 6.500 Km2  di foresta equatoriale a due operatori cinesi, violando così la moratoria sulle licenze forestali adottata dallo stesso ministero nel 2002.  Anche per questo, il principale donatore di fondi nel settore forestale, l’Initiative pour la forêt d’Afrique centrale presieduta dalla Francia, ha deciso di congelare i suoi finanziamenti fino a che la Rdc non rivedrà la sua decisione. il 9 marzo, 50 associazioni ambientaliste hanno chiesto il mantenimento della moratoria entrata in vigore perché l’imndustria forestale congolese era nel caos e lo stesso governo di Kinshasa era convinto che bisognasse fernare il taglio industriale delle foreste e non dare più nessuna nuova concessione fino a che  il settore forestale non si fosse modernizzato e non fosse migliorata la governante, Cosa che non è ancora avvenuta.

Chi non  crede più da tempo alle promesse di Kabila è la Chiesa Cattolica e una commissione d’inchiesta mista governo/società civile ha confermato che la repressione delle marce di protesta cattoliche avvenute tra il 31 dicembre e il 21 gennaio hanno fatto 14 morti: 7 il 31 dicembre e 7 il 21 gennaio.

Il rapporto, presentato il 10 marzo dalla ministro per i diritti umani Marie-Ange Mushobekwa e da un portavoce della società civile conferma le denunce della Chiesa e smentisce il governo che fino ad ora non aveva riconosciuto nessuna vittima causata dalla feroce repressione della manifestazione del 31 dicembre, a base di pallottole e lacrimogeni sparati sui manifestanti, mentre aveva ammesso due morti per la manifestazione del 21 gennaio. L’Onu e l’episcopato di Kinshasa parlano di 15 morti e due persone sono morte nella repressione di una terza marcia cattolica il 25 febbraio.

Il rappoprto raccomanda a Kabila de « di togliere il divieto generale di riunione e di manifestazioni pubbliche e pacifiche a qualche mese dalle elezioni».

Nella Rdc le manifestazioni sono vietate dal settembre 2016, quando l’opposizione e la società civile scesero in piazza per chiedere che Kabila se ne andasse alla fine del suo secondo e ultimo mandato presidenziale  che sarebbe dovuto scadere il 20 dicembre 2016. Il fregime rispose favcendo decine di morti. Un accordo politico tra maggioranza e opposizione, siglato il 31 dicembre 2016 sotto l’egida dell’episcopato cattolico, prevedeva nuove elezioni al più tardi entro il dicembre 2017 e misure per mitigare lo scontro politoco. Ma Kabila ha nuovamente rinviato le elezioni al dicembre 2018 e le manifestazioni sono ancora vietate e represse.

Gli organizzatori delle marce cattoliche, un collettivo di intellettuali appoggiato dall’episcopato,  chiede a Kabila di dichiarare pubblicamente che non si ripresenterà alle elezioni  e che prenderà delle misure per ristabilire la libertà di espressione, il diritto a manifestare e che libererà tutti i prigionieri politici.

Il 10 marzo i movimenti di opposizione della Rdc hanno avviato a Johannesburg, in Sudafrica, dei colloqui con Moïse Katumbi, ex governatore del Katanga ed ex alleato di Kabila, candidatosi dall’esilio alla presidenza della Repubblica democratica del Congo, per costituire un fronte unito in vista delle elezioni di dicembre che finalmente dovrebbero designare il successore di Kabila.

Di fronte a un centinaio di partecipanti, Katumbi ha detto: «Quel che ci riunisce qui è prima di tutto il no alla dittatura che si è installata nel nostro bel Paese e la volontà di costruire un mondo migliore per i nostri compatrioti». Ma il capo dell’opposizione della Rdc ha sottolineato che  «Le condizioni che permettono di pensare a delle elezioni giuste e oneste sono lontane dall’essere rispettate». La maggior parte dei movimenti di opposizione a Kabila starebbero con Katumbi, un ricchissimo uomo d’affari congolese esiliato in Belgio dal maggio 2016, ufficialmente per farsi curare. In realtà Katumbi è ricercato dalla giustizia della Rdc e rischia l’arresto non appena rimetterà piede a Kinshasa.