L’esempio di “giustizia energetica” di Navajo e Sioux

Ripensare l’energia e la giustizia nell’era di Donald Trump

Volete aiutare i minatori di carbone? Fategli autoprodurre energia da fonti rinnovabili

[11 novembre 2016]

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Le stesse comunità che sono state perdenti con  l’economia dei combustibili fossile, come i centri carboniferi della West Virginia e le inner cities avvelenate dalle raffinerie, si sono prese una rivincita eleggendo a presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e beffando le grandi città che hanno dato una maggioranza solo numerica, ma non di grandi elettori statali, a Hillary Clinton.

Se si pensa che Trump è un fan di Margaret Thatcher, che inaugurò il neoliberismo chiudendo le miniere di carbone britanniche e massacrando i minatori, si capisce quanta strada e quanta trasformazione camaleontica sia in grado di fare il neoliberismo. Se si pensa che gran parte della classe operaia inglese ha votato per la Brexit si capisce dove ha portato quella strada inaugurata dalla Thatcher e da Donald Reagan, tenuta sgombra da un Partito laburista blairiano e da un Partito democratico clintoniano, e perché alla fine di quella strada sia comparso un altro Donald: The Trump.

Come scrive Brian Bienkowski  su The Daily Climate,    «Lo sviluppo delle energie rinnovabili è stato a lungo presentato come chiave per rallentare il cambiamento climatico. Ma c’è un altro modo di vedere le cose: è la migliore leva per sollevare il pesante fardello dellinquinamento che i combustibili fossili impongono alle comunità, spesso fortemente minoritarie, nell’energy country».

Nonostante le promesse di Trump, le miniere di carbone non riapriranno e le raffinerie continueranno a presentare il conto dell’inquinamento. E’ quanto hanno ribadito dal meeting di un gruppo di esperti di energia e di giustizia sociale che si trovano ad affrontare il tema della “giustizia energetica” in un clima politico improvvisamente trasformato. Proprio come la giustizia sociale, la produzione di energia  aiuta i ricchi e danneggiare i meno abbienti.

Miya Yoshitani, direttrice esecutiva dell’Asian pacific environmental network (Apen) di Oakland, evidenzia ce i posti dove si producono combustibili fossili e dove li si trasformano in energia sporca sono «sovraccarichi di  inquinamento, sono stati esclusi dai benefici economici e sono sul fondo della crescente disuguaglianza nel nostro Paese. Questo livello di disuguaglianza non è un bene per nessuno».

Ospitato dal think tank Post Carbon Institute, un gruppo dedicato alla comunità sostenibili e resilienti,  il meeting sulla “giustizia energetica” è stato oscurato dalla paura per i tagli alla US Environmental protection agency, al Clean power plan di  Obama e gli altri sforzi per ridurre le emissioni e i combustibili fossili che potrebbero essere le pericolose conseguenze della vittoria di Trump. Ma Timothy DenHerder Thomas, general manager della Cooperative Energy Futures di Minneapolis ha fatto notare che l’elezione di Trump «A lungo termine non cambia la strada sulla quale dobbiamo andare. Dobbiamo ricostruire la nostra economia intorno all’energia pulita … chi vinto e chi ha perso, deve riportare nuovamente queste decisioni all’interno delle comunità».

Anche secondo la Yoshitani, «La leadership locale, basata sulla comunità, è necessaria ora più che mai per costruire la prossima economy-one che non inquini le persone povere e indirizzi il denaro dei ricchi altrove. Scavando i combustibili fossili dal sottosuolo, st trasformandoli e raffinandoli e bruciandoli, ogni parte di quelle comunità a basso reddito, delle comunità di colore, subisce il peso dell’inquinamento».

Uno degli esempi di ingiustizia energetica che assume aspetti razziali è quello  della raffineria della Chevron di Richmond, in California. Un impianto che risale a 115 anni fa e che incombe su una comunità storicamente nera che ospita anche una popolazione laotiana e altri immigrati. «Il tasso di asma infantile a Richmond è più del doppio della media nazionale» e nel 2013 un incendio nella  raffineria ha fatto finire negli ospedali della California ben 15.000. Ma non è solo un problema di salute: Richmond è povera e prigioniera di una mono-economia fossile,  Come ha detto Yoshitani: «L’economia locale è bloccata dalla dipendenza dalla grande raffineria, che ha anche impedito altre opportunità economiche più sostenibili, per quella comunità».

Secondo Thomas «Il primo passo per rompere questo ciclo è un ripensamento di quello che significa effettivamente progresso economico. Per decenni ha significato fare ogni cosa sempre più grande – è così che si ha l’efficacia dei costi … le centrali elettriche, così come le autostrade, le corporations. Parte di  questo pensiero è presente nel panorama attuale delle energie rinnovabili. Oggi, molto dello sviluppo delle energie rinnovabili oggi avviene attraverso proprietà delle corporations di grandi dimensioni e centralizzate. Così si  spreca una gran parte del potenziale della transizione. Per esempio, le politiche federali e statali favoriscono lo sviluppo delle energie rinnovabili in gran parte tramite crediti di imposta a vantaggio soprattutto di grandi investitori con grandi redditi».

Ma Thomas e Yoshitani dicono che «Piccoli progetti energetici focalizzati sulle comunità – solar gardens, cooperative, microret- offrono un modo migliore per progredire, ma non possono ottenere crediti importanti.

Con la proprietà comunitaria, l’energia non è più questa strada a senso unico, l’energia viene pompata dentro, il denaro viene pompato fuori. La reale efficacia dei costi ci sarà quando ogni comunità costruirà infrastrutture e progetti per l’energia pulita. Mentre ogni progetto può essere piccolo, insieme l’impatto può essere “massivo”».

Gli esempi di movimenti di base locali abbondano: ormai più di un decennio fa,  le tribù di pellerossa dell’Arizona hanno formato la Black Mesa Water Coalition per impedire che venissero realizzate delle miniere di carbone nelle Black Mesa Mountains. I Navajo sono i leader di una ONG che chiede che la Peabody Energy chiuda una centrale a carbone e ora stanno ora organizzando un’impresa comunitaria che produce energia solare e stanno studiando come riutilizzare vecchia infrastruttura del carbone. A breve termine stanno puntando su un progetto da uno a cinque megawatt sulla Black Mesa. Alcuni di questi i Navajo non hanno mai avuto l’elettricità.

La Yoshitani è affascinata dalla “giustizia energetica” che muove le tribù pellerossa statunitensi e spiega che: «Inoltre, la scala è tale che tutti possono dare una mano nella costruzione di una nuova economia energetica».

Per questo lei e il gruppo di esperti sostengono le lotte dove le comunità entrano in conflitto con il sistema estrattivo e dei combustibili fossili, in particolare i Sioux che continuano a battersi contro l’oleodotto Dakota Access: «Sostenere Standing Rock e i protettori dell’acqua è sostenere la loro visione», conclude la Yoshitani.