Nel 2014 Mosca aumenta del 4% le esportazioni di gas

Le sanzioni occidentali fanno bene al gas russo?

La Russia cerca nuovi fornitori di generi alimentari (e li trova) e la Cina è pronta ad investire nell’eolico russo

[5 settembre 2014]

Secondo il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen il summit Nato di Newport, in Galles, con all’ordine del giorno la guerra in Ucraina e in Iraq/Siria,  è «Il più importante della storia», ma in Galles più che dei tagliagole islamisti dello Stato Islamico si è parlato della nuova minaccia che viene da Est e della revisione dei rapporti con lo stato-mercato della Russia  non più comunista.

Oggi Rossiiskaia gazeta  scrive che «Il summit della Nato che si è aperto giovedì in Galles è il più ostile alla Russia di questi ultimi 20 anni», ma quel che la stampa russa tace è che anche la terza presidenza di Vladimr Putin è la più ostile alla Nato degli ultimi 20 anni.

La guerra fredda soffia sia dal Galles che da Mosca  e la Nato ha confermato un aiuto da 15 milioni di euro all’Ucraina e di voler ampliare le consultazioni strategiche nel quadro della Commissione Nato-Ucraina. Ma quello che fa più irritare i russi è probabilmente l’annuncio, dato dagli americani al termine di un incontro tra Barack Obama, David Cameron, Angela Merkel, Matteo Renzi e il presidente ucraino Piotr Porshenko, che gli Usa ed i loro alleati della Nato intendono inasprire le sanzioni contro la Russia.

A questa minaccia di nuove ritorsioni economiche oggi risponde quasi irridente il  Servizio federale russo delle dogane (Fts): «Le esportazioni russe di gas al di fuori dell’ex Urss sono aumentate del 2,3% nel corso dei primi 7 mesi del 2014, in rapporto allo stesso periodo del  2013, per raggiungere i 79,9 miliardi di m3».

Anche le esportazioni di gas verso i Paesi membri della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi, i Paesi dell’ex Urss rimasti nell’orbita economica e politica di Mosca) sono aumentate del 14%, fino a  32,6 miliardi di m3.

Insomma, la crisi Ucraina ha fatto bene al gas russo  e il Fts dice che «In totale, da gennaio a luglio 2014, la Russia ha esportato 112,5 miliardi di m3 di gas per 37,5 miliardi di dollari, contro 106,8 miliardi di m3 per 36,8 miliardi di dollari nel corso dei 7 primi mesi del 2013».

A questo va aggiunto  che «La Russia ha inoltre esportato 12,1 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto per 2,9 miliardi di dollari da gennaio a luglio 2014».

Secondo il Dipartimento di controllo centrale del settore energetico russo, «La produzione di gas russo è diminuita dell’1,7% nel gennaio-luglio 2014, a 374,688 miliardi di m3 e le esportazioni di gas si sono accresciute del 4,4%, a 117,003 miliardi di m3 in rapporto allo stesso periodo del 2013».

Insomma, la Russia produce meno gas e ne esporta di più e le vie di rifornimento verso i Paesi dell’Asia orientale si sono rivelate più facilmente praticabili di quanto profetizzavano gli esperti occidentali.  Potrebbero diventare autostrade energetiche se, come ha detto il 3 settembre il presidente mongolo Tsakhiagiyn Elbegdorj a Putin la Russia scegliesse il “vantaggioso” percorso attraverso la Mongolia per il nuovo gigantesco gasdotto che collegherà la Siberia alla Cina. Elbegdorj, un pupillo dell’occidente, quando si tratta di affari non ne vuol sapere di sanzioni anti-russe che sarebbero insostenibili per il suo Paese circondato interamente dai due potenti Paesi ormai alleati politicamente ed economicamente: Russia e Cina.

Intanto la Russia, che probabilmente inasprirà il suo boicottaggio alle importazioni di prodotti alimentari europei (un bel po’ italiani) come reazione alle nuove sanzioni Nato,  sta cercando  nel suo giardino di casa, anche in orti che potrebbero essere leggermente radioattivi, come in Bielorussia, tornata ad essere il più fedele alleato di Mosca, che ha annunciato che nel 2014  aumenterà di ben 300 milioni di dollari le sue esportazioni alimentari verso la Russia. Una boccata di ossigeno per l’ultima dittatura europea che è anche uno dei Paesi più poveri del Continente.

Da Minsk Roman Brodov, responsabile del ministero dell’economia della Bielorussia, spiega: «Pensiamo di riorientare il flusso di merci e di rivedere le nostre offerte in vista di registrare maggiori entrate un divisa estera (…). Sono persuaso che i produttori bielorussi resteranno sul mercato russo dopo l’annullamento dell’embargo alimentare ed il ritorno dei fornitori europei. Abbiamo una posizione abbastanza stabile sul mercato russo».

Il 7 agosto la Russia ha pubblicato la lista dei prodotti di cui è vietata l’importazione da Ue (Italia  compresa), Usa, Australia, Canada e Norvegia, un elenco che comprende carne di manzo e maiale,  pollame, pesci, formaggi, latte e prodotti lattieri, legumi, verdure e frutta. Mosca sta cercando altri fornitori che, dall’America Latina all’Iran, dalla Cina ai Paesi africani, sono ben felici di partecipare all’affare.

Quanto alla Cina, dopo l’inaugurazione del primo gasdotto Russia-Cina di qualche giorno fa,  si è detta addirittura pronta ad investire nelle energie alternative in Russia, occupando così un’altra casella lasciata libera dagli occidentali. I Cinesi vogliono costruire in Russia diverse centrali eoliche e il secondo più grande produttore di turbine eoliche del mondo, la cinese Goldwind, sembra pronta ad investire ed ha già avviato colloqui con la grande società di ingegneria russa Grouppa E4, che rappresenta il 20% del mercato russo degli impianti energetici. La portavoce di  E4, Elena Gurianova ha detto all’Izvestia che i cinesi sono pronti a fornire le tecnologie ed il finanziamento del progetto. La holding russa farà gli studi per realizzare  il progetto ed effettuerà i lavori.