Petrolio: repubblicani dello Utah all’assalto delle terre federali, ma è bagarre

[17 gennaio 2014]

Gas e petrolio stanno infiammando la politica nello Utah, con i repubblicani e le Big Oil  che si lamentano perché lo sfruttamento delle potenzialmente ricche risorse di shale gas e di petrolio delle sabbie bituminose avviene  ad un ritmo terribilmente lento e inefficace, e gli ambientalisti e il fronte progressista che dicono che invece i progetti di sfruttamento sono avventati e confusi e che provocheranno grandi danni ambientali.

Deseret News scrive che «Il governatore repubblicano Gary Herbert, il suo consigliere per l’energia Cody Stewart e uno stuolo di politici conservatori ritengono che il controllo di quelle risorse che si trovano sulle terre federali potrebbe aiutarli a finanziare l’affaticato  sistema di istruzione dello Stato e un’intera lista di altre pressanti necessità». La terra promessa a cui guardano i repubblicani dell’Utah è il North Dakota, salito al primo posto del Pil degli Stati Usa grazie al boom del petrolio di Bakken e per questo sostengono che le politiche federali di gestione del territorio stanno soffocando la potenziale ricchezza dell’Utah.

Due anni fa Herbert, per cercare di impossessarsi delle terre federali, ha fatto approvare dal parlamento statale dell’Utah una legge, il Public Lands Act, che richiede al governo federale di cedere allo Stato alcuni territori entro il 31 dicembre 2014. Si tratta di un movimento politico “petrolifero” ammantato di autonomismo che sta prendendo piede anche in altri Stati del West Usa e che dice che la gestione delle terre federali è «Penosamente inefficiente». Una delle maggiori rappresentanti di questo movimento è Kathleen Sgamma, che rappresenta gli Independent oil and gas producers del West e si lamenta «Nell’Utah abbiamo 11 progetti proposti che si trovano nella fase di analisi ambientale al  Bureau of Land Management. Se diamo al governo il beneficio del dubbio, dovrebbero volerci circa tre anni per superare la fase di analisi ambientale. Abbiamo progetti che sono andati oltre il limite dei tre anni. Come risultato, l’industria sta indirizzando la sua attenzione verso le terre demaniali o private, spostandosi fuori dall’Utah. Se non possiamo andare avanti sulle terre federali nell’Utah, metteremo le nostre risorse in North Dakota dove non ci sono federal lands».

La base teorica a questo movimento politico, con forti connotazioni anti-ambientaliste e che si vuole impadronire delle terre pubbliche è data da  think tank conservatori come il Sutherland Instutute che nel 2013 ha pubblicato un rapporto secondo il quale le politiche federali di gestione del territorio e di protezione dell’ambiente costerebbero al West Usa milioni di dollari in mancati introiti e impedirebbero di realizzare più di 83.000 posti di lavoro

Ma anche nell’Utah l’opposizione a questa deriva affaristica-neoconservatrice è forte e, come  spiega a Deseret News Tim Wagner, responsabile della Our Wild America Campaign di Sierra Club nell’Utah, «La linea di fondo è che se si tratta di dollari, pubblici o privati, ogni dollaro speso per qualsiasi tipo di sviluppo dei combustibili fossili è un dollaro che non è investito in un futuro ad energia pulita L’Utah sta facendo un errore enorme nel portare lo Stato verso una politica che continua la sua dipendenza dai combustibili fossili La campagna public lands  di Sierra Club ha lo scopo di mantenere sottoterra  l’energia sporca. In termini di dove si dovrebbe andare, è un errore enorme per l’Utah e il Paese. A un certo punto tutto questo finirà per esaurirsi».

Sierra Club, la più grande e diffusa associazione ambientalista americana, è in prima fila nell’opposizione allo sfruttamento delle sabbie bituminose dello Utah e le sue risorse di petrolio di scisto. I più grandi giacimenti di sabbie bituminose si trovano nell’Utah orientale e l’Utah Geological Survey stima che lo Stato nasconda 77 miliardi di barili di petrolio recuperabili nella formazione di Green River a cavallo col confine con il Colorado. Queste risorse non convenzionali di idrocarburi potrebbero l’Utah ad un boom stile North e Dakota, ma la maggior parte di queste risorse sono proprio nelle terre federali o statali, il che ha dato origine a contenziosi legali promossi da ambientalisti e comunità locali che impediranno l’estrazione per anni o la renderanno del tutto impossibile. Una cosa che deprime uno come Stewart: «I ritardi sono dannosi ma efficace. Si prosciuga il capitale e si rinsecchisce l’interesse».

Jeff Hartley, un lobbista dell’industria petrolifera non ha certo peli sulla lingua: «I signori di Washington non sono amichevoli con l’estrazione nell’Utah. Non hanno motivi politici per esserlo e ci sono un sacco di ragioni politiche perché siano poco cordiali. La realtà è che Obama ha vinto e controlla il ramo esecutivo. Se lo Stato fosse responsabile di risorse come le sabbie bituminose e gli scisti bituminosi, il futuro avrebbe un aspetto diverso per lo Utah. Se gli sforzi del Transfer of Public Lands Act  avessero successo, ci sarebbero ancora queste leggi ambientali che dovrebbero essere applicate, come il Clean Air Act e il Clean Water Act, ma quel che si avrebbe è anche è una agenzia dello Stato che consentirebbe al business di agire come un partner, in contrasto con le agenzie federali che si comportano come il  nostro antagonista, resistendo a dare un permesso».

Steve Bloch, un avvocato del  gruppo ambientalista Southern Utah Wilderness Alliance,  risponde alla sfacciata provocazione del lobbysta ricordando che «Gli ambientalisti e le agenzie federali sono spesso l’unica barriera sulla strada dello sviluppo dell’energia che si preoccupa poco per la protezione ambientale. Non vede nulla di sbagliato in un procedimento che è stato progettato per aiutare il Bureau of Land Management (Blm) a sorvegliare la metodica di un tale ambiente. Potrebbe essere più veloce? Probabilmente. Ma cosa perderemmo cercando di renderlo più veloce? Respingo l’idea che il sistema federale di concessioni di licenze per il petrolio e il gas debba essere fissato per favorire l’industria. Ci sono centinaia di milioni di acri in concessione ma non in fase di sviluppo e centinaia di permessi di trivellazione che il Blm e  lo Stato approvano su base annua e sui quali non si è mai fatto niente. Ma conviene dire che il sistema federale è in panne  e che il cielo ci sta cadendo sulla testa».