La Shell vuole una proroga di 5 anni per continuare a trivellare il Mare Artico

[31 ottobre 2014]

La Royal Dutch Shell torna alla carica nell’ Artico e chiede all’amministrazione Usa permessi  per continuare a trivellare con piattaforme offshore per altri 5 anni. Già a luglio la multinazionale petrolifera aveva inviato una lettera al Dipartimento degli Interni Usa ed al suo e il suo Bureau of Safety and Environmental Enforcement (Bsee), chiedendo che le concessioni, che scadrebbero nel  2017, siano sospese con effetto retroattivo e che  siano prorogate per 5 anni, mentre il gigante petrolifero rimette insieme la sua strategia di trivellazione nell’Artico mandata in frantumi da incidenti e difficoltà operative.

La lettera è però finita nelle mani di Oceana, che l’ha ottenuta facendo ricorso al Freedom of Information Act,  e l’associazione ambientalista l’ha resa nota mettendo in imbarazzo Shell e governo Usa. Secondo Oceana, la  lettera, datata 14 luglio 2014, giustifica la richiesta sulla base di due problemi: 1) la company  ha speso un sacco di soldi, molti dei quali non possono essere recuperati; 2) i problemi incontrati da Shell erano imprevisti e non sono colpa sua. In realtà La Shell ha già speso   8 anni e  6 miliardi di dollari per trivellare i mari di Beaufort e dei Chukchi, a nord dell’Alaska, senza riuscire a produrre petrolio.

Nella lettera, la Shell identifica  i “fattori” che gli hanno impedito di avere successo nelle trivellazioni esplorative e tra questi ci mette gli accomodamenti  con i cacciatori di balene indigeni, le difficoltà per le cause vinte dal governo  del governo ed i ricorsi delle agenzie governative, le nuove norme sulla sicurezza proposte.  Le lamentele espresse dalla Shell  nella lettera sulle difficoltà di operare nella regione artica sono in linea con le lamentele già avanzate dalle multinazionali petrolifere alla White House Office of Management and Budget per i regolamenti e le norme di sicurezza e prevenzione “Arctic-specific”, ritenuti inutili e troppo costosi.

La vicepresidente di Oceana Pacific, Susan Murray, ha detto: «Anche se questa lettera è abbastanza scioccante per il suo tono e le sue richieste, purtroppo non possiamo più sorprenderci sia per gli  sforzi della  Shell per violare le regole, sia dell’incapacità della company di riconoscere il proprio ruolo nel non riuscire a completare le attività di esplorazione pianificate nelle acque dell’Artico . Shell ha speso miliardi di dollari avendo iena conoscenza dei rischi per gli investimenti e il governo non dovrebbe piegare le regole per consentire alla company di continuare con il business as usual. Shell non merita un trattamento speciale e, al contrario, ha un track record di scelte irresponsabili che merita un attento esame e  standard più elevati».

Nella lettera, il vice Presidente di Shell Alaska Peter Slaiby cita «Circostanze al di fuori del controllo di Shell», per giustificare la richiesta di proroga. Tra queste ci sono una causa intentata dalle associazioni ambientaliste al 9th Circuit Court of Appeals, che a gennaio a sentenziato che l’analisi del governo sul petrolio economicamente recuperabile nella regione è stata «arbitraria e capricciosa», la Shell ha dovuto correre ai ripari con ulteriori ritardi. La Big Oil cita tra i motivi dei suoi ritardi anche una revisione in corso da parte del governo Usa delle norme di sicurezza sulla trivellazione nel l’Artico, difficoltà a rispettare gli obblighi di legge nei confronti delle comunità native che cacciano i cetacei, impossibilità di rispettare le norme sulla qualità dell’aria, «tempi insolitamente lunghi necessari per mobilitare le attività in Alaska»,  lo scarso finanziamento degli impianti di trivellazione “arctic-viable”. Poi c’è la stagione di trivellazione  nella regione artica, limitata a soli tre o quattro mesi, a causa delle durissime condizioni atmosferiche e del freddo intenso.

La lettera non cita però la sfilza tragicomica degli incidenti  e dei disastri causati dalla stessa Shell che nel  luglio del 2012  ha lasciato andare alla deriva una delle sue piattaforme,  e poi non è riuscita a ottenere una corretta certificazione della Guardia Costiera. Nel settembre successivo grossi iceberg alla deriva costrinsero  la Shell ad interrompere le trivellazioni esplorative. A dicembre, il test della cupola di contenimento che Shell intendeva usare per evitare fuoriuscite di petrolio si è trasformato in un  disastro. Ma il peggior incidente è arrivato sempre nel dicembre 2012, quando una seconda piattaforma Shell, la  Kulluk, si è arenata sulla costa dell’Alaska. La multinazionale ha inoltre ricevuto una serie di avvertimenti da agenzie governative, altre compagnie petrolifere e grandi banche e gli investitori sui  rischi delle trivellazioni nell’Artico. Alla fine la Shell ha ceduto e nel 2013 ha sospeso le sue attività nell’Artico, confermando la pausa nei lavori anche nel 2014, in seguito alla vicenda giudiziaria alla 9th Circuit Court of Appeals

Secondo la Murray, « Le giustificazioni che la  Shell porta per la sua richiesta sono incomplete e, nella migliore delle ipotesi, in malafede. La company, ovviamente, sapeva, o avrebbe dovuto sapere in modo chiaro, quali sono i suoi obblighi di legge per proteggere la caccia di sussistenza, le condizioni difficili nell’Artico, e i potenziali problemi con le analisi del governo. Inoltre, la Shell non riesce del tutto a riconoscere la sua fallimentare stagione  di trivellazione 2012 e la gestione e altri problemi che sono venuti alla luce dopo il naufragio della Kulluk».

Dopo le rivelazioni di Oceana il portavoce del Bsee, Nicholas Pardi, si è limitato a dire che «Il ministero dell’interno ha ricevuto la richiesta della Shell, che è attualmente allo studio». Il governo Usa stina che, nonostante le proibitive condizioni meteorologiche ed ambientali,  nei fondali dell’Artico statunitense al largo dell’Alaska ci siano 23 miliardi di barili di greggio tecnicamente recuperabili e la multinazionale Shell fa notare he estrarre questo petrolio «E’ chiaramente interesse nazionale»

La Murray ribatte: «Anche se il governo ha una parte di responsabilità nel dare le concessioni ed autorizzare le trivellazioni senza accurate analisi di impatto, Shell ha investito molto, nonostante la carente analisi del governo carente e nonostante l’alto rischio e l’incertezza di operare nelle remote acque dell’Alaska con ghiaccio marino, mare mosso, vento forte e densa nebbia. Shell sta parlando a bocca aperta delle difficoltà di operare nelle acque dell’Alaska. La company si basa sulla logistica difficile e sulla mancanza di infrastrutture per cercare di giustificare una deroga alle normali regole per le concessioni, intanto sostiene che le norme Arctic-specific della Casa Bianca per la sicurezza e la prevenzione sono inutili e troppo coste. Le contraddizioni e lo spostamento di colpa  della Shell sono una ulteriore indicazione del fatto che la company non può e non vuole fare ciò che è necessario per operare in sicurezza nel Mar Glaciale Artico. Il governo dovrebbe respingere la richiesta della Shell e non dovrebbe prendere in considerazione l’estensione dei contratti di concessione fino a quando ed a meno che non si adoperi per garantire che le companies possano operare in modo sicuro e responsabile».