Il Tap e il paradosso degli ulivi, foglie di fico contro un’infrastruttura in cantiere da 14 anni

Il governo punta sul gas come energia di transizione: verso dove, e quando?

[29 marzo 2017]

Commentando gli scontri avvenuti ieri tra polizia e manifestanti contro il gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline), il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha descritto le drammatiche notizie giunte da San Foca come «una situazione nella quale il Governo della Repubblica sta utilizzando le Forze dell’ordine per risolvere una questione politica che non ha mai voluto affrontare ascoltando le popolazioni residenti ed in particolare l’indicazione della Regione Puglia e dei Comuni, che avevano chiesto di localizzare l’approdo del gasdotto più a nord, nell’area del comune di Squinzano, che ha dato il suo consenso, evitando di impegnare una delle più belle spiagge dell’Adriatico pugliese».

Come principale motivo del contendere viene presentato lo spostamento di 231 ulivi, necessario per realizzare l’approdo dell’infrastruttura, già iniziato per i primi esemplari. «La Puglia – sostiene il governatore – non ha mai detto no al gasdotto Tap, ma anzi intendeva favorirne la realizzazione pacifica attraverso una sua diversa localizzazione». Perché dunque non spostarne l’approdo? Per Emiliano «si risponde sempre stancamente che questo spostamento non è possibile perché si perderebbe troppo tempo».

La quantità di tempo impiegata per elaborare e implementare il progetto Tap – un’infrastruttura internazionale il cui originario studio di pre-fattibilità è stato eseguito nel gennaio 2003, oltre 14 anni fa – sembra suggerire però qualche fallacia nel ragionamento. «La Commissione VIA, organismo di valutazione indipendente dal ministero e da ogni indirizzo politico – ha aggiunto ieri il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, commentando i fatti pugliesi – ha prima valutato per mesi con il massimo rigore scientifico e poi dato parere favorevole con prescrizioni al progetto Tap: ciò significa che questo, ottemperate le prescrizioni della VIA, rispetta in pieno le normative vigenti a tutela dell’ambiente. La nota del ministero, che legittimamente il Presidente Emiliano può provare a impugnare anche se non dice nulla di nuovo rispetto a quanto affermato in precedenza e mai impugnato, si limita a ribadire, peraltro sulla base di elementi forniti dalla stessa Regione, che la prescrizione A.44 che riguarda l’espianto degli ulivi è da considerarsi ottemperata dall’azienda e cioè che tutto sta avvenendo senza danno ambientale, nel rispetto delle fasi indicate dal parere della Commissione».

Il ministro ha poi aggiunto sulle pagine del Corriere della Sera: «Ho l’impressione che si voglia trascurare il fatto che sono stati valutati 14 scenari alternativi, prima di concludere che la soluzione corretta era stata individuata a Melendugno». Dopo 14 anni di progetti e «14 scenari alternativi», nel mentre inevitabilmente invecchiati, l’impressione è che le istituzioni ad ogni livello non siano riuscite a spiegare ai pugliesi il perché delle loro scelte. Presidente Emiliano compreso, che – come ricorda oggi il Sole 24 Ore – in linea di principio non pare avere niente in contrario con lo spostamento di ulivi, un simbolo di pace divenuto oggi manifesto di discordia: «Sei mesi fa – osserva il quotidiano di Confindustria – l’Acquedotto Pugliese completò un’opera colossale: posò in mezzo all’intero Salento la conduttura del Sinni, la meraviglia di 37,5 chilometri di tubo tra Salice Salentino e Seclì. Il diametro della condotta è 1 metro e 40 centimetri, un adolescente potrebbe camminarci a testa alta. La cerimonia avvenne a Seclì il 7 settembre e impugnando le forbici inaugurali il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, parlò entusiasta della grande tubazione. Per posare sotto il terreno quelle decine di chilometri di condotta, la società guidata da Nicola De Sanctis ha dovuto traslocare 2.500 olivi. In lettere: duemilacinquecento. Furono sradicati, depositati in un vivaio, e poi richiuso lo scavo ripiantati dov’erano. Ora il presidente della Regione ha sotterrato il nastro inaugurale e la forbice e invece ha dissotterrato l’ascia di guerra».

Possibile dunque che siano tutte concentrate negli ulivi le motivazioni contrarie alla realizzazione di un gasdotto che parte fin dall’Azerbaigian per portare il gas in Puglia, in Italia e in Europa? E quali sono invece le motivazioni a favore?

All’ultimo G7 dell’Energia il ministro Calenda ha spiegato che «il gas è per noi di particolare importanza ed è allo stesso tempo una fonte di transizione. Siamo di fronte a un problema di sicurezza molto rilevante perché noi oggi ci approvvigioniamo dal Nordafrica e sappiamo che questo tipo di contratti comincerà ad avere sempre meno peso. Abbiamo bisogno di disegnare una strategia di supply che sia molto bilanciata sia in termini di mercati di provenienza, sia in termini di flessibilità. Su questo noi abbiamo un elemento fisso fondamentale che è il Tap». Sulla stessa linea è intervenuto ieri il ministro dell’Ambiente Galletti: «La Tap – aggiunge Galletti – è un’opera strategica per il nostro Paese, indispensabile per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico: un’infrastruttura di sviluppo sostenibile che punta su quel gas che la stessa Regione Puglia è impegnata a promuovere come alternativa alle fonti tradizionali». Tradizionali come i combustibili fossili, dei quali il gas fa parte (pur rappresentando tra questi la scelta più pulita). Se le scelte di governo dessero finalmente l’impressione di saper delineare con rapidità e concretezza quel futuro rinnovabile cui il gas di transizione dovrebbe condurci, forse anche i difensori degli ulivi pugliesi avrebbero più chiaro il loro ruolo in questa vicenda ormai paradossale: il risultato finale è che mentre prosegue la guerra degli ulivi, nessuno si ricorda delle promesse di Renzi alle precedenti primarie del Pd di arrivare in pochissimo tempo al 50% di energia rinnovabile e sembrano essere state presto dimenticate anche le folgorazione energetiche californiane del Renzi pre-congresso nell’attuale Pd di governo.