Tasse sui pannelli solari cinesi, nuovo capolavoro di Trump: a rimetterci sarà l’industria Usa

Il protezionismo di Trump gli si ritorce contro: i più colpiti saranno i red State repubblicani

[24 gennaio 2018]

Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato che metterà una tassa del 30% su celle e pannelli solari importati, come conseguenza de rapporto del 2017 dall’US International Trade Commission (dominata dai repubblicani) che la Cina avrebbe danneggiato l’industria del solare statunitense con politiche aggressive per conquistare il mercato globale. Un annuncio che ha fatto subito arrabbiare cinesi e indiani ma anche la Solar Energy Industries Association (Seia) cioè l’associazione dell’industria solare statunitense – quella che Trump voleva “difendere” – che è stata la prima ad esprimere «delusione per la decisione del presidente Trump di imporre tariffe del 30% su celle e pannelli solari importati.  La decisione causerà quest’anno in realtà la perdita di circa 23.000 posti di lavoro americani, compresi molti nella produzione, e comporterà il ritardo o la cancellazione di miliardi di dollari in investimenti solari».

La presidente della Seia, fa notare che «Mentre le tariffe in questo caso non creeranno un’adeguata produzione di celle o moduli per soddisfare la domanda degli Stati Uniti, o per mantenere a galla Suniva e SolarWorld di proprietà straniera, creeranno una crisi in una parte della nostra economia che era fiorente, il che alla fine costerà il posto a decine di migliaia di blue-collar americani che lavorano».

Secondo Seia, l’impatto della decisione nazionalista/isolazionista e propagandista di Trump  «sarà di vasta portata in tutti i settori dell’economia solare». E Tony Clifford, chief development officer di Standard Solar, aggiunge: «Mi infastidisce il fatto che questo presidente – qualsiasi presidente, in realtà – scelga volontariamente di danneggiare uno dei segmenti della nostra economia in più rapida crescita. Questa decisione è fuorviante e nega la realtà che le compagnie straniere in bancarotta saranno le beneficiarie di un piano di salvataggio dei contribuenti americani».

La Seia prevede che «Una tariffa a questo livello eliminerà, e non aumenterà, i posti di lavoro negli Stati Uniti«. Alla fine del 2016  erano  38.000 nella produzione di energia solare e tutti, tranne 2.000, producevano qualcosa di diverso dalle celle e dai pannelli, oggetto della tassazione di Trump. Infatti, qei 36.000 lavoratori americani fabbricarono infrastrutture metalliche, invertitori high-tech, dispositivi per seguire la luce del sole e altri prodotti elettrici.
Bill Vietas, presidente della RBI Solar di Cincinnati, conferma: «Non c’è dubbio che questa decisione danneggerà la produzione statunitense, non la aiuterà, Il settore manifatturiero del solare negli Stati Uniti è cresciuto mentre negli ultimi cinque anni cresceva il nostro settore. Le tariffe governative aumentano il costo del solare e deprimono la domanda, il che ridurrà gli ordini che avremo e costerà il lavoro ai lavoratori della produzione».

Per  Costa Nicolaou, presidente e CEO di PanelClaw, una racking company Usa, «Eì un brutto giorno per gli Stati Uniti, La cosa più deludente è che il presidente si sia schierato con due società di proprietà straniera e non abbia ascoltato gli americani di tutto il Paese e di tutto lo spettro politico che hanno compreso le tariffe provocheranno un grosso guaio economico per così tante famiglie dell’industria solare».
Se la decisione di Trump avrà indubbiamente effetti negativi sull’industria, la Seia fa notare che la tassa sui pannelli solari non  si avvicina affatto alle richieste avanzate da Suniva e SolarWorld e chiede che le parti interessate vengano ascoltate sui dazi antidumping e compensativi.

Hopper conclude: «Mentre crediamo che la decisione sarà significativamente dannosa per il nostro settore e per l’economia, apprezziamo che il presidente e l’amministrazione abbiano ascoltato i nostri argomenti. Il nostro settore ne verrà fuori. L’energia solare è troppo forte per essere tenuto a lungo sotto pressione, ma i gravi impatti a breve termine di queste tariffe sono sfavorevoli ed evitabili».

Come se non bastasse, ThinkProgress rivela un altro paradosso dell’ennesima scelta ideologica mal ponderata di Trump e del suo staff di neoliberisti/protezionisti: secondo le analisi fornite al giornale da GTM Research «I nuovi mercati emergenti e emergenti sono colpiti in modo sproporzionato [dalla nuova tariffa], con gli Stati del sud come Texas, Florida, Georgia e South Carolina tra i più colpiti dalle tariffe» e si tratta di “red State” cioè stati repubblicani che hanno votato in massa per Trump. Insomma, The Donald ha sparato sui pannelli cinesi e ha colpito il suo elettorato. Inoltre, i contribuenti americani – quelli ai quali ha promesso la Flat Tax copiata da Berlusconi – finiranno per pagare metà della tariffa anticinese.

MJ Shiao, a capo dell’ of Americas Research di GTM, ha spiegato in un’intervista che gli Stati che saranno colpiti maggiormente dalla nuova tassa sui pannelli solari sono «mercati caldi che stanno per diventare economici per il solare, o che sono diventati economici grazie al costante e rapido calo dei prezzi delle  celle e pannelli solari. Questi stati sono si trovano in maniera sproporzionata nel sud e nel sud-est», cioè nel bacino elettorale più irriducibile di Trump e dei repubblicani.

Gli esperti dicono che, oltre a punire i mercati emergenti in diversi red state, la nuova tariffa si ritorcerà contro tutti i contribuenti statunitensi. Hugh Bromley, un analista di Bloomberg New Energy Finance (Bnef) che si occupa di solare, è convinto che «Il governo federale americano finirà per pagare parte del conto per la decisione di Trump. a metà di qualsiasi aumento dei costi di sistema sarà compensata attraverso il tax code tramite il credito d’imposta sugli investimenti e il deprezzamento». In breve, i contribuenti statunitensi finiranno per pagare metà del conto della guerra ai pannelli solari cinesi. La pensa così anche Amy Grace, responsabile North American research del Bnef: «Il credito d’imposta sugli investimenti per il solare è il 30% degli investimenti in conto capitale, quindi il 30% di ogni aumento tariffario viene rimborsato attraverso il tax code. E il deprezzamento accelerato del tax code per le nuove attrezzature significa che un’altra quota di qualsiasi aumento dei prezzi basato sulla tariffa sarà, in ultima analisi, rimborsata dai contribuenti statunitensi».

Bromley conferma i timori dell’industria solare Usa: «Chiunque si aspetti un rinascimento manifatturiero negli Stati Uniti come risultato di queste tariffe è destinato a rimanere deluso. E’improbabile che una tariffa della durata di soli quattro anni e il un ribasso rapido attirino investimenti produttivi che comunque non si verificheranno».

Ma gli elettori dei red State e i contribuenti statunitensi potranno almeno consolarsi sapendo che la Cina subirà un danno da questa decisione?  Anche qui la risposta è no: «I produttori cinesi hanno già in atto piani ggressivi di riduzione dei costi  – dice Shiao – e gli Stati Uniti rappresentano solo il 10% del mercato globale. Ma la ricerca di GTM rileva che le tariffe ridurranno le installazioni statunitensi del 10% circa nei prossimi cinque anni. Pertanto, qualsiasi impatto globale sulla produzione e sulle vendite solari cinesi sarà piuttosto modesto».

Insomma, la nuova tassa di Trump sulle importazioni dei pannelli solari avrà un impatto molto limitato sui produttori cinesi (che comunque non l’hanno presa per niente bene), ma gli Stati repubblicani Usa prenderanno molte entrate e posti di lavoro a causa della diminuzione dell’installazione di pannelli solari e i contribuenti finiranno per pagare gran parte del conto di questa nuova imposizione ideologica della neodestra Usa molto scimmiottata e citata da SAlvini e Berlusconi.

»Questo, purtroppo, è il tipo di  impatto controproducente che ci si deve aspettare  dalle politiche energetiche di Trump», conclude sconsolato Joe Romm su ThinkProgress.