Termovalorizzatore, traffico, industrie: lo studio del Cnr sull’inquinamento a Pisa

Bianchi (Cnr): «I fattori di rischio sono tanti. Sicuramente rischia di più chi fuma due pacchetti ed è lontano dall’inceneritore da chi non fuma ed è vicino all’inceneritore»

[24 gennaio 2018]

I risultati dell’Indagine sulla salute dei residenti nel comune di Pisa, condotta dall’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr, sono stati presentati nei giorni scorsi alla cittadinanza nel corso di un incontro – presente il coordinatore della ricerca Fabrizio Bianchi, oltre all’assessore all’Urbanistica Ylenia Zambito e il responsabile dell’ufficio Ambiente Marco Redini – aperto alla cittadinanza, che ha visto la partecipazione di circa 50 persone. La coorte in studio è costituita da tutte le 132.293 persone residenti per almeno un anno tra il 1 gennaio 2001 ed il 31 dicembre 2014 nel comune di Pisa con gli indirizzi di residenza georeferenziati, considerando come inquinante tracciante l’ossido di azoto (NOx) per indagare gli impatti sulla salute prodotti dalle emissioni derivanti dai principali impianti industriali presenti sul territorio, dal termovalorizzatore di Ospedaletto e dal traffico veicolare.

«Conoscendo le emissioni delle diverse sorgenti e le direzioni dei venti dominanti, il territorio comunale – dettaglia oggi in una nota stampa Legambiente Pisa – è stato diviso in zone diversamente esposte agli agenti inquinanti per confrontare la salute dei residenti nelle aree più esposte con quella delle aree meno esposte. Sono stati considerati i dati relativi a mortalità, ricoveri ospedalieri e problemi relativi alle nascite. I risultati dell’indagine mostrano alcuni eccessi di mortalità e morbosità considerando il complesso delle fonti industriali ma in particolare considerando l’inceneritore».

Nel dettaglio, spiegano dal Comune di Pisa, per «l’esposizione all’inceneritore si osservano, tra gli uomini, un aumento del 9% della mortalità generale, in particolare per le cause naturali (+10%), un aumento di mortalità del 79% per tumore del sistema linfoemopoietico ed un aumento del 21% della mortalità per le malattie del sistema circolatorio. Tra le donne si osserva un aumento del 152% della mortalità per le malattie respiratorie acute. Inoltre un aumento di ricoveri per il tumore del sistema linfoemopoietico (+41% uomini, +21% donne), leucemie (+75% uomini, +35% donne), linfoma non Hodgkin (+85% uomini, +54% donne); per il tumore di trachea-bronchipolmone (+34%) tra le donne. Non risultano aumenti di nascite pretermine, malformazioni congenite e neonati di basso peso nelle aree più vicine alle fonti di inquinamento».

Lo studio ha evidenziato alcuni limiti e suggerito la necessità di ulteriori approfondimenti, oltre a incrociare dati socio-economici che meriterebbero forse di essere indagati in modo più approfondito per quanto riguarda i legami con i dati sanitari: per quanto riguarda ad esempio il capitolo “esiti avversi alla nascita e malformazioni congenite”, il Cnr nota che «le madri residenti nelle vicinanze dell’inceneritore risultano, rispetto alla media cittadina, tendenzialmente più giovani, con un livello di istruzione più basso e uno stato socio-economico inferiore». In ogni caso, le evidenze finora emerse sono risultate sufficientemente robuste e dunque presentate alla cittadinanza.

Come interpretare dunque questi dati? È innanzitutto necessario ricordare che “l’impatto zero” non esiste, e dunque «tenere presente – spiega Bianchi – che i fattori di rischio sono tanti. Sicuramente rischia di più chi fuma due pacchetti ed è lontano dall’inceneritore da chi non fuma ed è vicino all’inceneritore». Ciò non toglie che gli impatti legati alle emissioni dell’impianto debbano essere noti e contestualizzati; la stessa Geofor aggiorna periodicamente i valori medi giornalieri delle emissioni.

L’impianto, di proprietà pubblica, è gestito da Geofor Spa: come documenta l’Ispra, nel corso del 2016 vi sono stati conferiti in totale 45.213 tonnellate di rifiuti urbani – rispetto alle 241.944,4 totali prodotte nell’intera Provincia di Pisa (dove la raccolta differenziata è arrivata al 59,7%) durante lo stesso anno –, bruciando i quali sono stati ottenuti 17.419 MWh di elettricità. Una pratica comune soprattutto in nord Europa (e nord Italia), dove nel 2014 sono state complessivamente avviate a termovalorizzazione 64,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, considerando il recupero energetico da rifiuti un’opzione secondaria rispetto al recupero di materia – come l’Ue insegna – ma preferibile allo smaltimento in discarica, e comunque funzionale alla gestione del ciclo integrato dei rifiuti. È infatti necessario ricordare che non tutti i rifiuti sono ad oggi riciclabili, e che il riciclo stesso comporta la produzione di nuovi rifiuti che è poi necessario poter gestire. Quale sarebbe stato dunque l’impatto ambientale e sanitario dei rifiuti bruciati a Ospedaletto, se fossero stati allocati altrove? E se i 17.419 MWh di elettricità poi consumati dai cittadini fossero derivati da fonti fossili, anziché dalla combustione della spazzatura? Lo studio del Cnr a questi interrogativi non può (ancora?) rispondere.