Transizione energetica, perché bisognerebbe seguire l’esempio dei Paesi scandinavi

Cosa Trump (e l’Italia) potrebbe imparare dalle politiche nordiche per le energie rinnovabili

[30 gennaio 2017]

energie rinnovabili nord

Benjamin K. Sovacoo  del Dipartimento business, sviluppo e tecnologia dell’univesrsità danese di Aarhus, che lavora anche per la School of business, management and economics dll’università britannica del  Sussex, ha pubblicato su Energy Policy lo studio  “Contestation, contingency, and justice in the Nordic low-carbon energy transition” che farebbero  bene a leggere  sia Donald Trump che molti governanti europei, a cominciare da quelli italiani.

Sovacoo parte dall’attualità e ricorda che il “First energy plan” di Donald Trump critica i regolamenti “pesanti” per il settore energetico e mira ad eliminare  «Politiche dannose e inutili, come il Climate Action Plan», che è stato introdotto dal presidente Barack Obama. Ha anche cancellato tutti i riferimenti dei cambiamenti climatici e il riscaldamento globale dal sito web della Casa Bianca.

Il ricercatore danese sottolinea che: «Dato il vuoto di leadership americana su energia e cambiamento climatico, i pianificatori nazionali e locali che cercano di realizzare le transizioni energetiche dovranno guardare altrove» e scondo lui 5 Paesi nordici,  Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, possono avere le risposte su come attuare la transizione verso una scietà energeticamente efficiente che produca energia con le rinnovabili.

Lo studio evidenzia che nei Paesi nordici circa l’83% della produzione di elettricità è low- carbon e che di questo il  63% proviene interamente da fonti rinnovabili. I Paesi nordici stanno anche facilitando  transizioni low-carbon in altri settori, compreso il riscaldamento, gli edifici, l’industria e i trasporti.

Sovacoo è convinto che questa transizione possa essere replicata altrove, anche perché, se si tiene conto dei costi dell’inquinamento atmosferico, si ripaga da sola. «Il costo totale stimato della transizione energetica Nordica è di circa 357 miliardi di dollari  in più rispetto al business as usual  – spiegano all’università di Aarhus .  che arriva a un totale di meno dell’1% del Pil cumulativo tra oggi e il 2050. Quasi tutti questi costi saranno compensati da risparmi di carburante. Anche i costi esterni connessi al solo impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute da solo nei Paesi nordici (circa da 9 a 14 miliardi di dollari all’anno) sono pari a circa l’investimento aggiuntivo necessario per raggiungere uno scenario carbon neutral».

Per i Paesi nordici  il commercio e l’interconnessione con l’Europa sono strumentali per raggiungere i loro obiettivi energetici e di riduzione delle emissioni di carbonio. Secondo Sovacool «Il commercio nordico di energia elettrica deve espandersi considerevolmente, sottolineando di pari passo la necessità di i uno sviluppo coordinato della rete e delle interconnessioni con Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. E’ sia una sfida di governance regionale che europea così come una priorità nazionale per i singoli Paesi nordici».

Come sta succedendo nell’America di Trump, anche nei Paesi nordici a prendere l’iniziativa sono speso città e comuni, o “attori subnazionali” che hanno decarbonizzato industrie, produzine di elettricità e calore e puntato sull’efficienza energetica, dei trasporti e, dato che i tassi di urbanizzazione in tutta la regione nordica dovrebbero raddoppiare, le città devono investire in nuovi edifici, disinquinamento, veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica, e ottimizzare le reti di distribuzione del calore.

Anche per i Paesi nordici, che sono relativamente ricchi, piccoli e  innovativi, ci vorranno almeno altri tre o quattro decenni per terminare la transizione energetica, il cui successo si basa su una serie di contingenze tecnologiche o scoperte interessanti, ognuna delle  quali richiederà tempo.

A far storcere il naso degli ambientalisti nordici c’è il fatto che queste innovazioni comprendono anche una fase durante la quale si continuerà ad utilizzare l’energia nucleare (Svezia e Finlandia), ma si prevede anche un rapido aumento dell’energia eolica onshore e offshore, una spettacolare diffusione dei veicoli elettrici, un massiccio aumento della produzione di bioenergia e, altra cosa che non piace a nessuna associazione ambientalista esclusa Bellona, l’estensione a livello commerciale della carbon capture and storage.

Poi ci sono le famiglie, consumatori e industrie  che devono imparare ad adottare migliori sistemi gestione dell’energia.

Certo, la transizione Nordica è molto legata ad un ambiente particolare: «Tutti i paesi nordici sono dotati di abbondanti combustibili fossili che possono esportare per produrre  reddito che riversano nel processo di decarbonizzazione nazionale – dice Sovacool – insieme ad una storia di forte pianificazione energetica, climatica e dei carburanti e dei prezzi dell’energia elettrica».

Ma se la transizione low-carbon dei Paesi nordici ha generalmente avuto successo a beneficio delle loro d società, lo studio  individua anche i perdenti nella transizione, compresi quelli dove diminuirà il lavoro quando i combustibili fossili verranno utilizzati sempre meno. Altri potenziali ostacoli da superare sono la mancanza di comprensione tra alcuni cittadini su temi dell’energia e del clima e l’outsourcing delle emissioni di carbonio all’estero.