Trivellazioni petrolifere, dal Mdp proposta di legge per reintrodurre il Piano delle Aree

Raccoglie l'appello di 148 associazioni ambientaliste e comitato nazionale No Triv

[5 aprile 2017]

Dodici deputati di Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista (primo firmatario l’abruzzese Gianni Melilla), hanno presentato una proposta di legge per reintrodurre il Piano delle Aree per l’esercizio delle attività petrolifere che prevede la «Modifica all’articolo 38 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, in materia di pianificazione delle aree per lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e di deposito sotterraneo di gas naturale».

Melilla spiega che  «La proposta raccoglie l’appello lanciato alcune settimane fa da 148 associazioni ambientaliste e dal comitato nazionale No Triv, per reintrodurre nella legislazione italiana il Piano d’Area per l’esercizio delle attività “petrolifere” ridando cosi un ruolo importante alle Regioni e alle comunità locali. Si tratta di una scelta molto significativa in materia di acquisizione dei titoli minerari, ricerca, estrazione a fini produttivi, stoccaggio e trasporto di gas e petrolio. Il piano delle aree era stato introdotto dalla legge n.164 del 2014, cosiddetta “Sblocca Italia” su richiesta dell’Anci e delle Regioni italiane con l’obiettivo di condividere con lo Stato un ragionevole punto di equilibrio e di ricomposizione degli interessi economici nazionali e territoriali. Quel Piano delle Aree fu poi soppresso 2 anni fa dalla maggioranza che sosteneva il Governo Renzi con la legge di stabilità 2016. La questione è stata anche affrontata con uno dei sei quesiti referendari, ma non fu possibile votare per la modifica legislativa strumentale fatta dal Governo Renzi».

I deputati del Mdp  ricordano che la proposta riprende  e fa proprio l’appello No triv e di 135 personalità della cultura, della politica e delle scienze e che la sua finalità è quella di «stabilire quali aree del territorio nazionale debbano essere escluse dall’esercizio delle attività “petrolifere”, prevedendo che a decidere siano anche le Regioni e le comunità locali interessate. E’ infatti questo, un ambito nel quale è indispensabile garantire alle Regioni un ruolo centrale nelle scelte di politica energetica del Paese e nelle decisioni che riguardano il loro territorio. E questo vale ancora di più nel caso di attività di ricerca, coltivazione e estrazione di idrocarburi in Italia, attività che mettono a rischio il mare e interi territori. Sotto questo aspetto, uno degli strumenti di primaria importanza per la condivisione delle scelte, è appunto il cosiddetto “Piano delle Aree”, inopinatamente abrogato dalla Legge di Stabilità 2016»

L’appello e la proposta di modifica legislativa promossi da No Tap e ambientalisti ricordano che «La reintroduzione del Piano delle Aree e la necessità di far partecipare attivamente, e con pari diritto, le Regioni alla redazione dello strumento, non è solo atto costituzionalmente dovuto in quanto la materia “governo del territorio” è di competenza concorrente, unitamente a quella energetica – dicono i deputati Mdp – Peraltro è tutta la politica energetica nazionale ed europea, che deve essere urgentemente e radicalmente rivista, e questo anche in attuazione degli accordi della Cop 21 di Parigi. Non è pensabile che gli obiettivi della Strategia Energetica Nazionale 2013 restino invariati. Un primo passo, è quello avviare da subito in tal senso la revisione della normativa riguardante l’acquisizione dei titoli minerari, la ricerca, l’estrazione a fini produttivi, lo stoccaggio ed il trasporto di gas e di petrolio».

Per Articolo 1 – Mdp «Non è ulteriormente rinviabile il fatto che il Paese si doti di uno strumento di pianificazione in grado di identificare quali aree del territorio e del mare debbano essere definitivamente e stabilmente sottratte alla disponibilità delle compagnie petrolifere. Ricordiamo che il “Piano delle Aree” era stato introdotto dalla legge di conversione del decreto legge 133/20147, c.d. “Sblocca Italia”, su richiesta dell’Anci e delle Regioni. Nelle intenzioni dei proponenti e del legislatore, il “Piano delle Aree” avrebbe dovuto rappresentare un indispensabile strumento di ricerca di un ragionevole punto di equilibrio e di ricomposizione di interessi territoriali ed economici, in cui, oltre a garantire la salvaguardia di legittime prerogative costituzionali, avrebbero dovuto essere messe in gioco le migliori capacità di definizione di criteri scientifici e di procedure metodologiche con valore “erga omnes”, garantendo al contempo i necessari processi di coinvolgimento e partecipazione democratica, come sanciti dalla Convenzione di Aahrus. Il Piano delle aree fu poi abrogato, come detto, in sede di approvazione della Legge di Stabilità 2016, malgrado l’opposizione delle Regioni promotrici del Referendum “No Triv” che avrebbero invece voluto mantenerlo e rafforzarlo, estendendone la sfera di applicazione anche alle aree marine poste entro le 12 miglia dalle linee di costa. La questione fu al centro di uno dei sei quesiti referendari No Triv su cui non fu possibile votare a causa della soppressione del Piano ed anche oggetto di un acceso dibattito alla Camera e di uno specifico emendamento alla Legge di Stabilità 2016, che, posto ai voti, non fu accolto tuttavia dall’Aula».

La proposta di reintroduce la predisposizione obbligatoria di un piano delle aree con un solo articolo: «1. All’articolo 38 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, dopo il comma 1, aggiungere il seguente: “1-bis. Con decreto da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, previa intesa in sede di Conferenza Unificata, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1”».