Petrolio e gas, mozione parlamentare contro nuove trivellazioni entro le 12 miglia

No-Triv: Niente Imu, Ici e Tasi per chi trivella gas e petrolio nel mare italiano

[20 aprile 2017]

Conferenza stampa alla  Camera dei deputati per presentare la mozione parlamentare, proposta dal Coordinamento Nazionale No Triv assieme ad A Sud e a Green Italia,  per evitare che nelle acque territoriali  ci  siano nuove trivellazioni petrolifere, cosa che, nonostante le smentite del governo, sarebbe  resa possibile, eludendo la normativa esistente, in base al recente Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 7 dicembre 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 78 del 3 aprile 2017.

La bozza della proposta di modifica all’art. 38 d.l. 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164 prevede: «All’articolo 38 aggiungere il seguente comma: comma 1-bis: “La Conferenza Stato Regioni, su proposta del Ministero dello Sviluppo Economico sentito il Ministero dell’Ambiente, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano di cui al primo periodo è adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”».

L’iniziativa hanno aderito, firmando e presentando la mozione, parlamentari di diversi schieramenti: Sinistra Italiana, Alternativa Libera, Articolo 1 – Mdp, Possibile, alcuni parlamentari del PD e (separatamente) il Movimento 5 stelle), prende spunto  dall’”Appello per il ripristino del piano delle aree”  sottoscritto  da oltre 130  associazioni ambientaliste, organizzazioni nazionali e comitati locali e da più di 120 personalità che, anticipando la revisione della Strategia energetica nazionale (Sn), preannunciata dal ministro Calenda, ritengono necessario riportare il Piano delle Aree al centro del dibattito e dell’iniziativa politica a livello nazionale.

Nell’appello  per la  “Proposta di Legge avente ad oggetto il ripristino del Piano delle Aree”, si legge: «Il responso delle urne del 4 Dicembre è stato netto. Il tempo fin qui trascorso ed i fatti intervenuti all’indomani della consultazione referendaria sono tali da indurci a passare da una prima fase di doverosa riflessione a quella di un’azione responsabile e conseguente. Di che fatti e riflessioni trattasi? In primis, dell’insediamento di un nuovo Esecutivo nel cui programma non si colgono elementi di discontinuità rispetto a quello precedente anche con riferimento alle politiche energetiche malgrado, sul piano della governance dell’energia, gli elettori abbiano chiaramente bocciato la proposta di riforma costituzionale, lasciando in capo alle Regioni la potestà legislativa concorrente, in questa come in altre importanti materie. In seconda battuta, si tratta del procedere senza requie, da parte delle compagnie dell’Oil&Gas, delle azioni finalizzate all’ottenimento di titoli per la ricerca, l’estrazione in mare e su terraferma, il trasporto e lo stoccaggio di gas e petrolio. Le cronache delle ultime settimane danno ulteriore conferma del fatto che nessuna delle aree del Paese tra quelle indicate nella Strategia energetica nazionale 2013 è risparmiata da questa irrefrenabile corsa alle fonti fossili: dal Canale di Sicilia fino alla Val Padana, transitando per la dorsale appenninica – zone terremotate incluse -. Non vi è palmo del territorio della Repubblica che si possa ritenere al riparo dall’insediamento di nuove trivelle o di nuove grandi opere inutili, dispendiose ed impattanti».

I promotori dell’appello sono convinti che «Con il voto del 4 Dicembre tuttavia è stato messo un punto fermo: quasi 19 milioni e mezzo di italiane e di italiani si sono espressi chiaramente contro l’estromissione delle comunità locali e delle Regioni dalle decisioni che riguardano i progetti “petroliferi” e le infrastrutture energetiche. Il Governo, le forze politiche rappresentate in Parlamento e le Regioni, destinatarie e beneficiare dirette di questa rinnovata fiducia, hanno il dovere di tenerne conto e di conformare la loro azione legislativa all’esito referendario, che impone alle Regioni di recitare un ruolo di primo piano nelle scelte di politica energetica del Paese».

Secondo le 130 associazioni, «Uno degli strumenti di primaria importanza, in questo senso, è il cosiddetto “Piano delle Aree”, inopinatamente abrogato dalla Legge di Stabilità 2016. E’ bene rammentare che il “Piano delle Aree” era stato introdotto dalla legge di conversione del decreto “Sblocca Italia”, su richiesta dell’AnciI e delle Regioni. Nelle intenzioni dei proponenti e del Legislatore, il “Piano delle Aree” avrebbe dovuto rappresentare un indispensabile strumento di ricerca di un ragionevole punto di equilibrio e di ricomposizione di interessi territoriali ed economici, in cui, oltre a garantire la salvaguardia di legittime prerogative costituzionali, avrebbero dovuto essere messe in gioco le migliori capacità di definizione di criteri scientifici e di procedure metodologiche con valore “erga omnes”, garantendo al contempo i necessari processi di coinvolgimento e partecipazione democratica, come sanciti dalla Convenzione di Aahrus. Lo strumento fu poi abrogato, come detto, in sede di approvazione della Legge di Stabilità 2016, malgrado l’opposizione delle Regioni promotrici del Referendum No Triv che avrebbero invece voluto mantenerlo e rafforzarlo, estendendone la sfera di applicazione anche alle aree marine poste entro le 12 miglia dalle linee di costa. La questione fu al centro di uno dei sei quesiti referendari No Triv su cui non fu possibile votare a causa della soppressione del Piano ed anche oggetto di un acceso dibattito alla Camera e di uno specifico emendamento alla Legge di Stabilità 2016, che, posto ai voti, non fu accolto tuttavia dall’Aula».

I sottoscrittori dell’appello tornano a porre la questione alle Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative Regionali ed alla Conferenza dei Presidenti delle Regioni «in quanto rappresentative della volontà a suo tempo espressa dalle Regioni referendarie che vollero fortemente quel Piano e che tentarono di preservarlo. Quanto sopra assume ancor più rilevanza all’indomani del Referendum sulla revisione costituzionale: la reintroduzione del Piano delle Aree e, quindi, la necessità di far partecipare attivamente le Regioni alla redazione dello strumento, non è solo atto politicamente ma anche costituzionalmente dovuto in quanto la materia “governo del territorio” è rimasta di competenza concorrente, unitamente a quella energetica».

Inoltre, entrando nel merito della questione energetica, l’Appello sottolinea che «Alla luce dell’urgente necessità di una radicale revisione della politica energetica nazionale ed europea in applicazione degli accordi della Cop 21 di Parigi, non è accettabile che gli obiettivi della Strategia Energetica Nazionale 2013 restino invariati! Occorre avviare da subito in tal senso la revisione della normativa riguardante l’acquisizione dei titoli minerari, la ricerca, l’estrazione a fini produttivi, lo stoccaggio ed il trasporto di gas e di petrolio. Non è ulteriormente rinviabile il fatto che il Paese si doti di uno strumento di pianificazione in grado di identificare quali aree del territorio e del mare debbano essere definitivamente e stabilmente sottratte alla disponibilità delle compagnie petrolifere».

Intanto il Coordinamento nazionale  NO-Triv denuncia che «Niente Imu, Ici e Tasi  per le costruzioni ubicate nel mare territoriale: le società petrolifere ringraziano. A questo punto, perché non regalare direttamente le risorse energetiche nazionali presenti nei fondali marini e nel sottosuolo del nostro Paese? Potrebbe essere un’idea meno ipocrita». I no Trivi si riferiscono allo schema di decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia finanziaria e per il contenimento della spesa pubblica e l’articolo incriminato è il 35 (costruzioni ubicate nel mare territoriale) che recita: «1. Le disposizioni di cui al decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, quelle di cui all’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nonché quelle di cui all’articolo 1 comma 639 e seguenti della legge 27 dicembre 2013, n. 147, si interpretano ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n.212, nel senso che non rientrano nel presupposto impositivo dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), le costruzioni ubicate nel mare territoriale, in quanto non costituiscono fabbricati iscritti o iscrivibili nel catasto fabbricati».