Trivelle, oltre le dimissioni della Guidi. Ecco le inchieste nel settore dell’estrazione di idrocarburi in Italia

Legambiente presenta le inchieste italiane più eclatanti

[1 aprile 2016]

Trivelle Baslicata

Dopo lo scandalo e le dimissioni della ministro dello sviluppo economico Federica Guidi, Legambiente fa il punto sulla corruzione legata al petrolio e ricorda che secondo l’associazione contro la corruzione Transparency, «Il settore delle estrazioni di petrolio e gas è in assoluto tra i più a rischio corruzione, con un tasso del 25% di corruzione percepita. Secondo l’ong Global Witness (che riprende dati Ocse di dicembre 2014) petrolio, gas e risorse minerarie costituiscono tuttora i settori a maggior rischio corruzione del mondo. In un campione di 427 casi di corruzione registrati tra il 1999 e la fine del 2014, quelli riguardanti i settori citati rappresenterebbero da soli il 19% del totale».

Il Cigno Verde sottolinea che l’Italia non è certo immune e presenta qualche esempio delle diverse inchieste nazionali nel settore dell’estrazione di idrocarburi, cominciando proprio dall’ormai famoso  Centro Oli di Viggiano, «di proprietà dell’Eni, già nello scorso mese di dicembre aveva portato la Dda di Potenza a emettere ben 37 avvisi di garanzia per un presunto traffico organizzato di rifiuti disastro ambientale. L’inchiesta sul Centro Oli era venuta alla luce a febbraio 2014 con un primo “blitz” dell’Antimafia. Da allora l’ipotesi di reato indicata resta quella del “traffico di rifiuti” ma i filoni d’indagine si sono moltiplicati. Sul tavolo degli inquirenti c’è il tema della corretta qualificazione dei reflui, che sono il prodotto della componente acquosa separata dal greggio destinato alla raffineria, più tutte le sostanze utilizzate per estrarlo e prepararlo all’immissione nell’oleodotto in direzione Taranto».

Gli ambientalisti evidenziano che «C’è poi l’annosa questione della piattaforma Vega A (va avanti dal 1989), al largo delle coste siciliane di Pozzallo, di proprietà della Edison, dove si è aperto un procedimento giudiziario (oggi a serio rischio di prescrizione) sulla miscele di sostanze altamente inquinanti che sarebbero stata immessa nel pozzo Vega 6, causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Si parla nel dettaglio di “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE”. Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi”. Secondo il dossier curato da Antonio Condorelli (pubblicato sul mensile S) “in 19 anni l’impianto di proprietà della Edison ha prodotto circa cinquecentomila metri cubi di acque contaminate da rifiuti anche pericolosi, che sono state smaltite poi con modalità assolutamente non conformi alle disposizioni normative”. L’Ispra ha valutato il costo di smaltimento dell’intero quantitativo di rifiuti al centro dell’inchiesta, tenendo conto che “la natura particolare delle matrici ambientali danneggiate” non potrà essere riportata “alle condizioni originali”. Il danno quindi dovrà essere risarcito per “equivalente patrimoniale”. Secondo il calcolo del settimanale questo ammonterebbe a circa 70 milioni di euro».

Legambiente torna indietro al 2008 quando «uno scossone giudiziario ha coinvolto il gruppo Total, che ha visto agli arresti l’allora amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l’estrazione del petrolio in Basilicata, dove è stato coinvolto anche un parlamentare nazionale. In quello stesso procedimento sono finiti in carcere anche l’allora responsabile Total del progetto “Tempa Rossa”, insieme al responsabile dell’ufficio di rappresentanza lucana e a un suo collaboratore, e il sindaco di Gorgoglione (Ma). I reati contestati, diversi da persona a persona, sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta, corruzione e concussione. Il giudice ha inoltre disposto varie perquisizioni e il sequestro di numerose società».

E’ finito nel mirino degli inquirenti diverse volte anche lo stoccaggio dei rifiuti prodotti dalle attività estrattive: «L’ultima delle quali risale allo scorso mese di dicembre – conclude Legambiente –  quando un’indagine della Dda di Napoli ha portato al sequestro preventivo di beni per 239,7 milioni di euro nei confronti della società Kuwait Petroleum Italia. Un ammontare pari, secondo l’accusa della procura partenopea, al profitto ottenuto mediante lo smaltimento illecito di rifiuti di lavorazione pericolosi. Otto le persone indagate ai quali è stato contestato lo stoccaggio di ingenti volumi di rifiuti pericolosi (42mila metri cubi di acque oleose) nei serbatoi installati nel deposito fiscale Kuwait di Napoli, e il loro successivo smaltimento illecito al fine di non sostenere le spese per il corretto trattamento delle sostanze. Accuse comunque respinte dall’azienda in una nota ufficiale».