Trump: «Il carbone durerà mille anni. Carbone pulito»

Ma il serial killer del carbone Usa non è Hillary Clinton, è il fracking del gas

[10 ottobre 2016]

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Negli Usa si discute chi abbia vinto il secondo dibattito di stanotte tra Hillary Clinton e Donald Trump e in molti dicono che è stato il repubblicano a farlo solo perché non ha subito il tracollo annunciato, sorvolando sul fatto che Trump ha annunciato che, se diventerà presidente, farà arrestare la Clinton – roba da dittatura sudamericana dei tempi di Pinochet e Videla – che ha ammesso è vero che ha utilizzato un trucco fiscale per non pagare le tasse e che ha continuato a mentire spudoratamente di fronte a video che dimostrano tutta la sua misoginia sessista.

Forse anche per come era strutturato il dibattito, Il cambiamento climatico ha fatto capolino nello scontro tra la Clinton e Trump solo perché in candidato repubblicano ha detto che gli Usa devono utilizzare tutte le loro risorse di combustibili fossili. Di fronte ad una solitaria domanda sull’energia, Trum ha ammesso che «Abbiamo bisogno di più eolico e solare», ma ha accusato la Clinton di voler mettere i  minatori fuori dal mercato e poi ha rilanciato quello che sta ormai diventando un mantra del Partito repubblicano: «C’è una cosa chiamata carbone pulito. Il carbone durerà per mille anni in questo Paese».

Anche se il carbone pulito sembra più un ossimoro che la realtà e se tutti i tentativi di realizzarlo si sono rivelati fallimentari o troppo costosi/rischiosi (solo nel Mississippi un progetto di questo tipo ha sprecato miliardi di dollari), anche se gli ambientalisti americani e del resto del mondo dicono che puntare  soldi e impegno politico sul “carbone pulito” sarebbe catastrofico per il clima e per l’Accordo di Parigi, il “Clean coal” è uno dei punti principali della piattaforma elettorale repubblicana e Trump ci si tiene aggrappato per non perdere l’unica base elettorale certa che sembra avere: la classe operaia bianca impoverita.

Trump ha fatto una delle sue roboanti promesse: «Io riporterò indietro le nostre compagnie energetiche e saranno in grado di competere e fare i soldi e pagare il debito e il deficit di bilancio nazionali, che sono enormi. Ora abbiamo il gas naturale e tante altre cose … li abbiamo trovati negli ultimi sette anni, abbiamo trovato un enorme ricchezza sotto i nostri piedi». Quel che non dice Trump è che – grazie ai repubblicani – le tasse pagate dalle compagnie dei combustibili fossili sono irrisorie e che è stato proprio il fracking del gas e del petrolio, appoggiato dai democratici ma addirittura osannato dai repubblicani, a dare il colpo di grazia a una industria carbonifera già in crisi e contestatissima per i danni all’ambiente, al clima e alla salute umana che sta provocando.

La Clinton si è limitata a rispondere «Beh, è stato molto interessante». Poi ha sottolineato che «Il cambiamento climatico è un problema serio» e ha aggiunto che «Investire nelle energie rinnovabili rappresenta una grande opportunità per il Paese». Ma la candidata democratica ha anche difeso la sua posizione  – che coincide con quella di Barack Obama – sulle comunità di carbone e ha ricordato di aver proposto milioni di dollari di investimenti federali nelle infrastrutture , compreso l’accesso a internet ad alta velocità, per favorire la transizione delle aree carbonifere verso un’economia pulita. «Voglio essere sicura che non lasciamo indietro le persone alle spalle. Quei minatori e dei loro padri e dei loro nonni … hanno acceso le luci e hanno alimentato le nostre fabbriche».

Ma la verità è che ormai i democratici danno per perso da tempo il voto dei minatori: già nel 2000 furono probabilmente loro (insieme alla truffa elettorale in Florida) a far perdere Al Gore, troppo ambientalista, consegnando  la  West Virginia, fino ad allora feudo democratico, a George W. Bush. E da allora le aree carbonifere, ormai immemori delle politiche del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, sono saldamente in mano ai repubblicani, che non sono comunque riusciti ad evitare la crisi verticale del carbone e un disastro sociale ed economico, anche perché, mentre attizzavano la rabbia operaia bianca contro il presidente nero di Washington, facevano di tutto per favorire il boom dello shale gas, che è il vero serial killer delle miniere di carbone, mettendole definitivamente fuori mercato.

Il “trucco” con il quale sono riusciti a far questo è proprio il “carbone pulito” tirato fuori dal cilindro da Trump nell’ultimo dibattito elettorale e questo nonostante il fatto che già dagli anni ’70 sia i democratici che i repubblicani promettano che il carbon capture storage (Ccs) o le tecnologie “Clean Coal” sarebbero state la bacchetta magica che avrebbe aiutato l’industria del carbone a sopravvivere alle preoccupazioni climatiche.

“Carbone pulito” è uno slogan che era già risuonato nelle elezioni del 2008 e la Balanced energy choices (Abec), una coalizione di imprese che vantava un bilancio annuale 40 milioni di dollari in gran parte spesi in propaganda per appoggiare i politici che sostenevano il carbone e la Ccs. Sia Barack Obama che e il suo avversario repubblicano, John McCain,  promisero di lavorare per il “carbone pulito”. Ma la tecnologia non era matura ed era troppo costosa e i progetti pilota avviati negli Usa si sono rivelati fallimentari e quello inaugurato da George W. Bush nel 2003 è stato chiuso nel 2015. La stessa fine hanno fatto progetti privati e l’Abec è in crisi nera perché i suoi sponsor sono fuggiti.

Ma la guerra del carbone non è stata dichiarata dai democratici: l’offensiva è partita nel  dalle compagnie del fracking  che tra il 2007 e il 2010 hanno addirittura finanziato quelli che sarebbero diventati presto i loro peggiori nemici: gli ambientalisti . La più grande e diffusa associazione ambientalista Usa, Sierra Club, da sempre vicina al Partito democratico, accettò 25 milioni dall’industria del fracking per finanziare la sua campagna “Beyond Coal”. Allora, molti leader ambientalisti, tra  cui  Carl Pope, l’ex direttore esecutivo di Sierra Club, vedevano il gas come il “combustibile ponte” meno inquinante per ridurre le emissioni di carbonio. Ma poi i timori per l’impatto del fracking sono cresciuti e Sierra Club ha chiuso l’accordo con  l’industria dello shale gas, respingendo l’offerta di altri 30 milioni di dollari di finanziamenti. Ma due anni più tardi l’industria del fracking, ormai nel mirino degli ambientalisti, ha eciso di vendicarsi rendendo tutto pubblico creando un forte imbarazzo a Sierra Club, che intanto aveva cambiato la sua leadership, ma rivelando la vera posta in gioco economica nella “guerra al carbone”. Infatti, il fracking ha continuato ad erodere l’industria dl carbone e nel 2015 l’Energy information agency Usa ha annunciato il sorpasso del gas sul carbone come primo produttore di energia elettrica: il carbone era ormai al 33%, nel 1997 rappresentava il 53%  della produzione elettrica Usa.

E’ per questo – per il famoso mercato che finanzia munificamente i repubblicani – che è iniziata la catena di chiusure delle centrali a carbone Usa e di fallimenti delle Big Coal che sembravano eterne e che hanno rimosso intere montagne, inquinato falde e fiumi e avvelenato intere comunità. La Clinton e Obama hanno cercato solo di “mitigare” l’inevitabile, ma i loro ex elettori si sono comunque sentiti abbandonati e si sono gettati nelle demagogiche, reazionarie e populistiche braccia di Donald Trump e del Partito repubblicano, che li ha già traditi e che li tradirebbe ancora nel nome della competitività americana, perché tra tutte le «risorse di combustibili fossili» da utilizzare evocate da Trump il carbone è diventata quella meno utilizzabile e più problematica insieme al nucleare.

Per questo ha probabilmente ragione Michael Brune, il direttore esecutivo di Sierra Club che ha impresso alla grande associazione ambientalista la svola No-Coal, a sottolineare dopo il dibattito televisivo tra Trump e Clinton che «Le elezioni sono una questione di scelte. Con ogni risposta, Hillary Clinton ha dimostrato che ha pensato alle sfide che ha di fronte il nostro paese, ha sviluppato soluzioni per affrontarle e – come ha ammesso anche Donald Trump – lei non molla mai nel lottare per il popolo americano. Al contrario, c’è un motivo per cui le persone sono in fuga a frotte da Donald Trump. Né il suo temperamento, né le sue idee sono in corrispondenza per quello che ha bisogno il paese. La scelta che abbiamo di fronte l’8 novembre è essenziale, il che è il motivo per cui sosteniamo pienamente Hillary Clinton, una campionessa che sappiamo che ha un piano per proteggere le nostre famiglie e le nostre comunità».