Che fine hanno fatto le accuse a Riyadh di finanziare il terrorismo islamico?

Trump: rivedere il programma nucleare iraniano. Ma tace su quelli di Arabia Saudita ed Emirati

Le monarchie del Golfo investono centinaia di miliardi di dollari nelle energie rinnovabili

[18 gennaio 2017]

Durante la campagna elettorale che lo ha portato alla presidenza degli Usa, Donald Trump è stato molto duro sull’accordo sul nucleare tra il G5+1 (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa e Germania) e Iran, ma ha scelto proprio il primo anniversario del  Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) per dire che l’accordo con l’Iran “deve confrontarsi con le alternative. Insomma va cambiato.

Il presidente Iraniano Hassan Rouhani ha risposto che «L’accordo storico sul programma nucleare iraniano e la sua attuazione smentisce le affermazioni circa un Paese alla ricerca di armi di distruzione di massa e ha dimostrato l’onestà e la sincerità della Repubblica islamica».

Con il Jcpoa l’Iran si è impegnato a limitare il suo programma nucleare in cambio della rimozione delle sanzioni nucleari imposte contro Teheran. L’International atomic energy agecy (iaea) ha confermato che l’Iran sta rispettando i suoi obblighi. Il portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, ha detto alla tv di Stato Irib che «L’acquisto di 130 tonnellate di uranio (naturale) è stato possibile grazie al via libera della Commissione d’ispezione  (Iaea) riunitasi a Vienna. L’Iran ha acquisito 220 tonnellate di uranio da quando l’accordo sul nucleare è stato approvato, ovvero una quantità insufficiente per aumentare il suo programma nucleare a livelli “industriali”».

Il viceministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha mandato a dire a Trump  ed ai falchi anti-iraniani del suo governo che «La Repubblica islamica dell’Iran non rinegozierà l’accordo sul nucleare siglato con le potenze mondiali all’indomani dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. La nuova amministrazione Usa non può lasciar cadere l’intesa. Se loro strappano l’accordo, noi lo bruceremo. A un anno dall’accordo sul nucleare la Repubblica islamica dell’Iran sta confermando i suoi impegni presi sul nucleare iraniano, tutto mentre non si può dire la stessa cosa riguardo agli altri membri del cosidetto 5+1 e in particolare degli Usa». L’Iran accusa gli Usa di «non aver rispettato gli accordi sulla revoca delle sanzioni e in particolare riguardo le relazioni bancarie e il rilascio dei visti». Secondo il capo del Consiglio strategico di Teheran per le relazioni internazionali, Kamal Jarrazi,«La parziale riapertura dei mercati interazionali è dovuta alle strette interazioni economiche fra l’Europa e gli Usa. I sistemi bancari europei sono fortemente influenzati da Washington e l’ascendente statunitense sulle banche europee sembra essere un primo ostacolo alla ripresa economica del Paese».

Nel Dicembre 2016 il Senato Usa ha approvato una proroga di 10 anni alle sanzioni contro l’Iran e l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today sottolinea che «La legge prevedeva la possibilità di imporre restrizioni economiche nel settore bancario ed energetico, qualora l’accordo non fosse rispettato. Nonostante l’ex-presidente degli Usa, Barak Obama, non abbia firmato la legge proposta dal Senato, il problema sembra riemergere con la recente elezione del neo-Presidente Donald Trump. Infatti il voto del Senato statunitense sull’estensione delle sanzioni all’Iran per altri dieci anni ha screditato Washington sulla scena internazionale. La ripresa economica iraniana rappresenti un’ulteriore minaccia per gli Stati Uniti. L’Iran è, infatti, un Paese geograficamente strategico e con un importante capacità energetica e petrolifera. La sua ascesa nel mercato internazionale, grazie all’interazione con le imprese estere, rappresenterebbe un considerevole sviluppo economico nazionale, che spaventa gli Usa. L’Iran si trasformerebbe, pertanto, in un nuovo e competitivo avversario degli Usa nel mercato internazionale».

A dire il vero, Obama ha celebrato il primo anniversario del Jcpoa affermando in un comunicato che l’accordo ha raggiunto «risultati significativi e concreti nel rendere gli Usa e il mondo un posto più sicuro», perché ha riportato indietro il programma nucleare iraniano e «impedisce all’Iran di ottenere un’arma nucleare». Ma all’ Iran non sfugge il diverso trattamento che gli americani riservano alle monarchie assolute del Golfo, che hanno sferrato una guerra nello Yemen – che secondo l’Onu ha già fatto centomila vittime, tra i quali migliaia di bambini  – e sono pesantemente coinvolti nel conflitto siriano e nel finanziamento a milizie jihadiste vicine ad Al Qaeda e dello stesso Stato Islamico/Daesh.

Infatti, il ministro dell’Energia saudita Khalid al-Falih, il 16 gennaio ha annunciato che il suo Paese nelle prossime settimane lancerà nelle prossime settimane un programma di energia rinnovabile che prevede investimenti tra i 30 e i 50 miliardi di miliardi di dollari entro il 2023. La prima fase di questo gigantesco investimento dovrebbe portare a produrre 10 gigawatt di energia elettrica.

Ma lo stesso al-Falih ha annunciato, senza che nessuno alzasse nemmeno un sopracciglio, che Riyadh è nelle prime fasi dello studio di  fattibilità e di progettazione per realizzare  suoi primi due reattori nucleari commerciali da 2,8 gigawatt e ha aggiunto: «Ci saranno importanti investimenti nell’energia nucleare».

Eppure proprio Trump accusava i sauditi di essere i mandanti dell’attentato alle Torri Gemelle e accusava Hillary Clinton di essere amica e complice dei regnanti musulmani wahabiti finanziatori del terrorismo che hanno complottato con lei per rovesciare quel sant’uomo di Bashir al-Assad e infastidire il suo amico Vladimir Putin…. Tutto dimenticato: si torna ad attaccare l’Iran (alleato di Assad e Putin), che in confronto al fanatismo e alla misoginia dei regnanti sauditi sembra un esempio di democrazia,  libertà e diritti umani.

Lo stesso vale per gli Emirati Arabi Uniti (Eau), altro nemico giurato dell’Iran (con il quale hanno anche dispute territoriali/petrolifere) e che mentre si cercava di impedire a Theran di andare avanti con il suo programma nucleare civile cominciavano senza problemi a costruire reattori nucleari.

Qualche giorno fa, l’Emirates nuclear energy corporation (Enec) ha confermato che sta attualmente costruendo a  Barakah,4 reattori nucleari progettati dai sudcoreani, il primo dei quali entrerà in funzione entro la fine dell’anno. Alla fine la centrale nucleare di  Barakah  dovrebbe fornire fino a un quarto dell’energia elettrica degli Eau. Intervenendo all’Atlantic council global energy forum che si è tenuto ad Abu Dhabi, l’amministratore delegato Enec, Mohammed Al Hamma,ha detto che il progetto nucleare degli Emirati è completato al 75%  e che «E’ uno dei più grandi nuovi cantieri di costruzione del nucleare  in tutto il mondo. Lo sviluppo dell’energia nucleare pacifica negli Emirati arabi uniti ha già creato un solido valore in molti settori strategici negli Emirati arabi uniti e a livello internazionale».

Insomma quel che per Trump e i suoi falchi filo-israeliani non è possibile fare sulla sponda iraniana del Golfo, perché a Teheran ci sarebbe una dittatura islamica che finanzia il terrorismo e partecipa alla guerra in Siria e Iraq, diventa miracolosamente possibile – anzi innovativo ed economicamente interessante – sulla sponda araba del Golfo, dove le accuse elettorali ai Sauditi di finanziare il terrorismo islamista vengo fatte scomparire e dove la guerra contro lo Yemen e i finanziamenti e le armi ai jihadisti siriani e irakeni vengono dimenticati.

In uno scenario come questo, potrebbe sembrare strano che le petromonarchie di Arabia Saudita e Eau si occupino di energie rinnovabili. Ma i sauditi avevano già annunciato l’intenzione di produrre energia non-oil per produrre gran parte del loro ulteriore fabbisogno energetico futuro ed utilizzare così le esportazioni petrolifere e di gas per riempire le casse di valuta straniera. Falih ha detto che l’Arabia Saudita sta lavorando per collegare i suoi progetti di energia rinnovabile con lo Yemen, la Giordania e l’Egitto. «Ci connetteremo con l’Africa per lo scambio di fonti di energia non fossili», ha detto senza spiegare come farà.

Gli Emirati arabi uniti vogliono aumentare fino al 50% la quota di “energia pulita” nel loro mix energetico, entro il 2050. La nuova strategia energetica degli Eau, presentata il 10 gennaio dal vice presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, che è il primo ministro di Dubai, prevede che la metà dell’energia del Paese provenga da rinnovabili e il nucleare e la restante metà da combustibili fossili. Il mix energetico degli emirati farebbe storcere il naso a molti ambientalisti occidentali: il 44% dovrebbe provenire dalle rinnovabili, il 38% dal gas, il 12% dal carbone pulito e il 6% dal nucleare. La strategia punta anche a cambiare la cultura energivora degli emirati, tagliando del 40%.il consumo energetico residenziale»

Al Maktoum, ha detto che «gli Emirati Arabi Uniti si propongono e di investire 600 miliardi di Dirham (163 miliardi di dollari) entro il 2050 per soddisfare la crescente domanda e garantire la crescita sostenibile della loro economia. Il nostro nuovo piano energetico equilibra domanda e offerta e prende in considerazione i nostri impegni internazionali in termini di ambiente. Mira inoltre a garantire un ambiente favorevole per la crescita economica in tutti i settori. La nuova strategia prende in considerazione una crescita annua prevista del 6% e gli sforzi per aumentare il contributo dell’energia pulita nel mix energetico dal 25% al 50% entro il 2050, oltre alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica derivanti dalla produzione di energia del 70% nei prossimi tre decenni».

Lo sceicco Al Maktoum ha rivelato quale è la strategia energetica/economica delle monarchie sunnite del Golfo: «I paesi del Golfo sono simili nella loro struttura economica, e speriamo che ci sarà un giornoin cui avremo una strategia energetica unificata del Gcc [Gulf Cooperation Council chi unisce Arabia Saudita, Bahrein, Eau, Kuwait, Oman, Qatar], al fine di garantire una crescita sostenibile per il nostro popolo e l’influenza globale per le nostre economie».