Un referendum per far uscire davvero la Svizzera dal nucleare

Tre dei più vecchi reattori del mondo. Le conseguenze di un incidente sarebbero inimmaginabili

[25 ottobre 2016]

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Il 27 novembre gli svizzeri voteranno sull’iniziativa “Per un’uscita pianificata dal nucleare”. «In sostanza – spiegano i Verdi del Ticino –  l’iniziativa pone un limite massimo all’età di esercizio delle centrali nucleari svizzere di 45 anni. Fissare una data limite è importante perché l’esperienza acquisita nel mondo insegna che dopo 40 anni di esercizio i problemi tecnici, e di conseguenza la pericolosità delle centrali, crescono in modo esponenziale».

Il testo del referendum per l’uscita programmata dal nucleare è stato depositato il 16 novembre 2012 alla Cancelleria federale, corredato da 108.000 firme. L’iniziativa è stata lanciata dai Verdi dopo l’incidente nucleare di Fukushima Daiichi nel 2011 e attualmente l’iniziativa è sostenuta da una vasta alleanza di oltre 40 organizzazioni che comprende diverse associazioni ambientaliste (Pro Natura, Greenpeace, Ate, Sses),  fiorze politiche (Partito socialista, Partito evangelico, Partito Cristiano Sociale, Gioventù socialista),  Ong antinucleari (ContreAtom, Sortir du nucléaire), sindacati (Uss, Unia, Ssp) e imprese come Jenni Energietechnik. A questo fronte si è aggiunto di recente anche l’altro partito ambientalista svizzero, i Verdi Liberali, e il presidente del Partito, Martin Bäumle, ha evidenziato che «Da sempre per i verdi liberali fa stato “la sicurezza innanzitutto”. Dopo la decisione irresponsabile, presa dal Parlamento, di respingere l’efficace piano di esercizio a lungo termine per l’energia nucleare, l’iniziativa per l’abbandono del nucleare è l’unico modo per salvaguardare questo principio».

L’iniziativa per l’uscita dal nucleare rivendica il divieto di sfruttare le centrali nucleari entro un massimo di 45 anni della durata della vita delle centrali esistenti, le quali devono essere chiuse al più presto se la loro sicurezza non è più assicurata. Inoltre, l’iniziativa chiede una svolta energetica basata sul risparmio e l’efficienza energetica e lo sviluppo di energie rinnovabili. A eccezione della durata massima  della durata di sfruttamento delle centrali esistenti, l’iniziativa è nel solco della strategia energetica 2050 approvata dal Consiglio federale svizzero, ma l’alleanza “Uscita programmata dal nucleare” sottolinea che il referendum del 27 novembre «Completa una mancanza grave della strategia energetica 2050 e permette di far veramente avanzare la transizione energetica». La presidente dei Verdi svizzeri, Regula Rytz, è fiduciosa: «I sondaggi mostrano che l’uscita dal nucleare non viene contestata da una gran parte della popolazione. Resta da sapere fino a quanto. E’ esattamente a questo che risponde l’iniziativa»

Le centrali nucleari svizzere hanno  problemi di invecchiamento, come dimostra il numero e la durata crescente delle messe fuori esercizio forzate.  I Verdi ticinesi evidenziano che «Appena rimesso in esercizio il reattore di Beznau 2 e già è annunciata un’interruzione forzata della centrale di Leibstadt per problemi di corrosione. Ma la più bella notizia – in caso di sì all’iniziativa – sarebbe la chiusura immediata della centrale di Beznau 1, la centrale più vecchia al mondo e fuori esercizio da ormai un anno per gravi problemi tecnici. Malgrado ciò, Axpo insiste per rimetterla in esercizio ad inizio 2017». L’alleanza “Uscita programmata dal nucleare”, aggiunge: «Sfortunatamente ci sono regolarmente dei gravi incidenti nucleari. E’ irresponsabile correre questo rischio. Le conseguenze di un incidente nucleare in Svizzera sarebbero inimmaginabili perché la regione intorno ai 5 reattori è densamente popolata. 13 capitali cantonali si trovano entro un raggio di 50 Km. Un incidente nucleare grave renderebbe necessaria l’evacuazione di tutti e numerose regioni del Paese sarebbero contaminate dalla radioattività. Ed è proprio in  Svizzera che si trovano 3 delle più vecchie, e quindi anche delle più fragili, centrali nucleari ancora in servizio sul pianeta.  Mentre altrove la durata media della vita operativa è di 29 anni, la Svizzera ospita Beznau 1, il più vecchio dei reattori nucleari. E’ entrato in servizio 47 anni fa e si trova attualmente fermo per dei problemi di sicurezza, ma gli operatori vogliono riavviarlo per totalizzare almeno 60 anni di funzionamento». La Rytz ribadisce che «Solo l’iniziativa per l’uscita programmata può mettere un termine a questo pericoloso esperimento in tempo reale sulla salute e la vita della popolazione».

Gli ambientalisti svizzeri sottolineano che «Il nostro parco nucleare è il più vetusto al mondo e sta diventando pericoloso e inaffidabile. Grazie all’iniziativa potremo scegliere tra una chiusura pianificata delle centrali entro il 2029 o un crescente numero di interruzioni non pianificabili e difficili da gestire. Inoltre, ai prezzi attuali della corrente elettrica, le centrali non si giustificano più neppure per motivi economici. Che cosa aspettiamo quindi a chiuderle?»

Il fronte del no alla chiusura del nucleare svizzero evoca insistentemente la paura di non avere delle alternative e di dover dipendere dall’importazione di energia dall’estero. Ad appoggiare l’iniziativa c’ anche il  comitato dell’economia che, come spiega SwissInfo, «riunisce oltre 75 imprenditori, accademici e personalità del mondo “borghese”» e che è convinto che «L’abbandono dell’atomo entro il 2029 non creerà le tanto temute lacune nell’approvvigionamento energetico, bensì rafforzerà il settore idroelettrico, attualmente sotto pressione a causa del basso costo della corrente». Il copresidente del comitato, il Consigliere nazionale dei verdi liberali bernesi Jürg Grossen, ha spiegato che «Lo spettro del black out agitato dai contrari e fatto proprio dal Consiglio federale è una menzogna. Per sostituire l’energia prodotta dalle centrali atomiche che verranno via via spente, vi è tempo a sufficienza per migliorare l’efficienza energetica, specie per quanto attiene ai consumi degli edifici, e investire nelle fonti rinnovabili. Il nostro immobile che ospita anche uffici, utilizza solo il 20% della corrente necessaria in media a un edificio equivalente».

Al fronte pro-nucleare rispondono anche i Verdi del Ticino: «Queste paure sono del tutto infondate sia perché abbiamo le alternative in casa, sia perché la dipendenza dall’estero in un mondo interconnesso è la regola. D’altronde la Svizzera dipende già fortemente dall’estero per soddisfare la sua fame di energia. Importiamo tutto l’uranio necessario al funzionamento delle centrali nucleari e tutto il petrolio e gas che hanno assicurato ben 118 TWh su 232 TWh dell’energia consumata nel 2015 in Svizzera. Proprio grazie alle nuove tecnologie che si stanno rapidamente imponendo ovunque, anche nel campo energetico, stiamo già riducendo la nostra dipendenza dall’estero. Ad esempio sempre meno abitazioni vengono riscaldate con l’olio combustibile, mentre i veicoli ibridi o elettrici riducono le importazioni di benzina e diesel. La tecnologia ci aiuta anche a ridurre i consumi, che negli ultimi cinque anni sono rimasti stabili, malgrado l’aumento della popolazione, delle termopompe e dell’elettromobilità. Importare, qualora si rilevasse necessario, una parte della corrente elettrica – purché sia corrente verde – non dovrebbe quindi preoccupare nessuno, soprattutto se parallelamente dipenderemo sempre meno da Russia e Paesi arabi per le forniture di gas e petrolio».

D’altronde le compagnie elettriche svizzere stanno da tempo investendo in impianti rinnovabili all’estero. L’energia prodotta già oggi da questi impianti (6.5 TWh) supera quella prodotta dalle tre centrali nucleari di Beznau 1 e 2 e Mühleberg! I Verdi spiegano che «Gli impianti in Svizzera del ‘nuovo rinnovabile’ finanziati con il fondo RIC e già realizzati o in via di costruzione garantiranno una produzione rinnovabile pari a quella della centrale di Gösgen. Sommando tutto, già oggi, disponiamo di sufficienti alternative pulite in Svizzera e all’estero per garantirci lo spegnimento di 4 centrali su 5. L’ultima centrale a dover chiudere sarebbe Leibstadt tra 13 anni (2029). Già i soli progetti in lista di attesa oggi per ricevere il finanziamento RIC basterebbero quasi per sostituire la centrale di Leibstadt, figuriamoci tra 13 anni alla velocità con la quale evolve la tecnologia solare. Basti pensare che oltre il 95% della potenza solare installata nel mondo è avvenuta dal 2010 a oggi, quindi in meno di 7 anni. Il settore solare ha costi sempre più competitivi e ha il vento in poppa perché piace alla gente, è energia pulita ed è sicuro. Fare chiarezza sui tempi d’uscita dal nucleare giova quindi a tutti, permette di pianificare un futuro energetico pulito e rende la Svizzera un paese più sicuro».

L’ex Consigliere nazionale Yves Christen (Plr – Les Libéraux-Radicaux Vaud), già presidente della Camera del Popolo, ha detto a SwissInfo che «Fissando una data limite per lo sfruttamento delle centrali atomiche attualmente in funzione si faciliterà il compito delle piccole e medie imprese che potranno finalmente pianificare al meglio gli investimenti nelle fonti rinnovabili e nel miglioramento dell’efficienza energetica». Christen ha fatto l’esempio dei 180.000 ascensori della Svizzera: «Consumano più energia stando fermi di quando si muovono. Ebbene, ora sono disponibili soluzioni tecniche che azzerano i consumi quando gli ascensori sono in attesa. Qualora simili apparecchi venissero installati dappertutto, sarebbe possibile risparmiare la metà della produzione di una centrale idroelettrica. Le energie rinnovabili sono mature per prendere il posto dell’atomo. Puntare su quest’ultime potrebbe generare migliaia di posti di lavoro. La Svizzera si è contraddistinta in passato per la sua politica industriale innovativa e orientata alla formazione, tutti elementi che ne hanno determinato il successo. L votazione di novembre è una “lotta” tra i fautori dell’economia del passato e i propugnatori dell’economia del futuro basata sull’innovazione. È giunta l’ora insomma di mandare i primi in pensione».