Lo Yemen nel caos mentre l’Arabia Saudita perde il suo re

[23 gennaio 2015]

Il 91enne Abdallah ben Abbdelaziz al-Saud, re dell’Arabia Saudita, è morto oggi proprio mentre nel confinane Yemen accadeva una delle cose che più temeva: la possibile presa del potere da parte di milizie sciite, che l’integralismo wahabita del quale la monarchia assoluta saudita è l’alfiere considera degli apostati.  Il 79enne Salman ben Abbdelaziz al-Saud, è il nuovo re e custode dei luoghi santi della Mecca e  dovrà subito occuparsi della caotica situazione nello Yemen, che rischia di dar fuoco nuovamente alla rivolta (sacrosanta) della maggioranza sciita del Bahrain – già sedata dai carri armati sauditi – ed alle rivendicazioni delle minoranze sciite della penisola arabica.

Infatti ieri il premier yemenita Khaled Bahah ha presentato le dimissioni del suo governo al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, anche lui dimissionario ed in fuga di fronte alle milizie di Ansarullah, il braccio politico delle milizie sciite Huti che si sono impadronite della capitale Sana’a e di gran parte dello Yemen del nord e che hanno imposto la revisione della proposta di nuova Costituzione, con 2 regioni federali invece delle 6  previste. In molti pensano che questo si tradurrà in una nuova divisione del Paese più povero del mondo arabo e con la rinascita dello Yemen meridionale, dove è forte il movimento indipendentista e dove ha le sue basi Al Qaeda dello Yemen, il nemico giurato degli sciiti Huti.

Va detto che ieri in tarda serata il parlamento yemenita ha respinto le dimissioni del presidente della Repubblica e convocato per oggi una riunione di emergenza.  Abd Rabbo Mansur Hadi ieri sera, presetando le sue dimissioni, aveva ricordato: «Mi sono assunto la presidenza dal 25 febbraio 2012, ma dopo gli avvenimenti del 21 settembre 2014 che pesano sul processo di transizione politica, non sono più in grado di realizzare gli obiettivi per i quali sono stato eletto, a causa dell’abbandono di alcune parti che hanno rifiutato di rendersi le loro responsabilità insieme a noi per far uscire lo Yemen dalla crisi  politica in tutta sicurezza. Presento le mie scuse al parlamento ed al nostro popolo per essere arrivato a questo impasse».

La sconfitta per i sauditi e gli occidentali che avevano puntato tutto su una transizione “moderata” guidata dai sunniti è bruciante e il 21 gennaio gli sciiti avevano imposto al governo un accordo di pace che consegna di fatto lo Yemen settentrionale, il suo, petrolio (poco) e il controllo dell’accesso al Mar Rosso ed al Canale di Suez agli sciiti di Ansarullah, che non fanno mistero di ispirarsi ai libanesi di Hezbollah ed alla Repubblica islamica dell’Iran.

Già alla fine dell’estate 2014 gli Huti, una milizia formata dalla federazione delle tribù disciiti zaiditi, si erano progressivamente impadroniti – anche grazie al sostegno di forze sunnite anti-governative ed anti-Al Qaeda che fanno riferimento all’ex dittatore Ali Abdullah Saleh – di gran parte dello Yemen del nord. A settembre gli Huti controllavano gran parte di Sana’a, ma inizialmente non volevano abbattere il regime del presidente Hadi, ma costringerlo ad accettare le loro condizioni che prevedono una maggiore autonomia per gli sciiti ed il riconoscimento dei diritti degli zaidi, fino ad ora perseguitati ed emarginati dalla maggioranza sunnita.
La situazione è precipitata negli ultimi giorni quando gli hutisti hanno attaccato con successo la guardia presidenziale e una buona parte dell’esercito sembra essersi schierata con loro. Come spiega ad Irin Farea Al-Muslimi, un ricercatore del Carnegie Middle East Center, «La strategia degli Hutisti è di prendere progressivamente il controllo dello Yemen: attaccare e poi arretrare, attaccare e fermarsi».

Il golpe sciita è avvenuto dopo il fallimento della National Dialogue Conference, un processo negoziale frutto della rivoluzione del 2011,  che in 10 mesi ha cercato inutilmente di trovare un consenso sull’avvenire dello Yemen e che invece ha acuito le sue divisioni regionali e settarie.

Secondo Al-Muslimi, la conquista dei palazzi del potere a Sana’a da parte di Ansarullah potrebbe innescare nuove violenze, anche perché  Al Qaeda nella penisola arabica (Aqpa), la fazione yemenita dei terroristi islamisti, ha già attuato nella capitale una serie di attentati suicidi contro gli Huti: «E’ peggio di un colpo di stato militare, perché questo non farà che aumentare il caos che già regna», ha detto il ricercatore della Carnegie.
In effetti lo Yemen sembra inesorabilmente sprofondare in un bagno di sangue ed ormai è un altro Stato fantasma: il governo e le tribù sue alleate da un decennio attaccano gli Huti nel nord; Aqpa nel sud attacca l’esercito, i separatisti ed i militari Usa di base ad Aden e viene attaccata regolarmente dai droni americani; il movimento indipendentista del Sud si sta rafforzando e la nostalgia del vecchio Yemen “socialista” e filosovietico è sempre più forte… insomma, anche  la primavera yemenita è affogata nel sangue e in una transizione instabile verso la democrazia che non è mai avvenuta. «Tutti sono armati. Si vedono armi dappertutto – dice uno yemenita ad Irin –  Come possiamo sentirci al sicuro? La violenza ha provocato la sfiducia anche tra vecchi amici»

Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’Onu (Ocha), nel 2015 circa 16 milioni di persone – più della metà della popolazione yemenita – avrà bisogno di un aiuto umanitario ed 8 milioni sono bambini. Gli sfollati interni a causa degli scontri tra le milizie sono 330.000.
Trond Jensen, responsabile dell’ufficio Ocha in Yemen, sottolinea che «Fino ad ora l’impatto umanitari è stato relativamente limitato.  Però siamo preoccupati per la protezione dei civili e per la salvaguardia delle infrastrutture civili, in particolare per  i potenziali danni causati dagli scontri agli ospedali ed alle scuole», In effetti già un ospedale è stato colpito e diverse scuole sono state trasformate in caserme delle milizioe o di quel che rimane dell’esercito regolare.

Intanto chi può fugge, in particolare i più ricchi, aggravando la povertà cronica dello Yemen che ha livelli di malnutrizione e di ritardo nella crescita tra i più alti del mondo e dove gli scontri armati che durano da anni hanno prodotto un’altra schiera di poverissimi, rendendo il lavoro delle associazioni umanitarie ancora più difficile. Se a questo poi si aggiunge l’incontrollato flusso di profughi e migranti che scappano dalle vicine Eritrea e Somalia per cercare fortuna in Arabia Saudita e nella altre monarchie del Golfo, lo Yemen si trasforma in una trappola di disperazione.

Adam Baron, un giornalista free-lance esperto di Yemen e che era stato inviato nel Paese, dal quale è stato espulso, dall’European Council on Foreign Relations, teme il peggio: «E’ difficile dire come potrebbero essere evitati  nuovi conflitti. La vera questione è quella di sapere se prevarrà il buon senso. Fino ad ora, sembra che la situazione sia in realtà sul punto si sfuggire ad ogni controllo»

Fino alla unificazione avvenuta nel 1990, il Paese era diviso tra la Repubblica araba dello Yemen . lo Yemen del Nord filo occidentale e giardino di casa dell’Arabia Saudita – e la Repubblica democratica popolare dello Yemen  – lo Yemen del Sud filo-sovietico – dove è nato Osama Bin Laden e dove probabilmente è cresciuto il suo odio verso i comunisti. In molti temono una nuova secessione del Sud, ma secondo Al-Muslimi, «Una rottura netta è impossibile», ma ammette che «E’ il miglior scenario possibile. Penso che sarà molto più caotico di questo. Siamo ad una svolta, ma, per il momento, valutiamo la situazione ora per ora». E la situazione peggiora di ora in ora, con la possibilità che l’esplosione dello Yemen possa dar fuoco alla penisola araba ed il già bollente Corno d’Africa.