Yemen nel caos totale: i separatisti del sud conquistavano Aden, appoggiati dagli Emirati arabi uniti

Fugge il premier filo-saudita. Yemen allo stremo: 10.000 morti, un milione di bambini a rischio colera

[31 gennaio 2018]

Ad aden è ritornata a sventolare la  bandiera panaraba sormontata dal triangolo azzurro e dalla stella rossa della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, l’unico Stato “comunista” arabo, alleato dell’Unione sovietica, che ha cessato di esistere nel 1990, con l’unificazione con lo Yemen del nord. Ma dietro i guerriglieri indipendentisti del Southern transitional council (Stc) questa volta  non ci sono Mosca, Pechino o L’Avana ma gli Emirati Arabi Uniti (Eau) che li hanno armati e addestrati per sferrare un attacco contro il governo installato ad Aden dalla coalizione anti-sciita a guida saudita di cui gli Eau fanno parte.

Nella capitale provvisoria dello Yemen non occupato dal governo di Sana’a a guida Houthi, il 28 gennaio sono scoppiati violenti combattimenti, con decine di morti e feriti, dopo che i militari fedeli al presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi (che vive in Arabia Saudita)  hanno tentato di impedire l’ingresso nella città portuale strategica –  da dove si controlla l’ingresso delle petroliere nel Mar Rosso e verso il Canale di Suez e l’Europa –  ai separatisti, sostenuti dagli Emirati arabi. Gli scontri si sono intensificati nella notte tra il 29 e 30 gennaio, dopo che le due parti hanno usato carri armati e artiglieria pesante, ma i miliziani del Stc hanno occupato senza troppe difficoltà diversi edifici governativi. E il premier Ahmed bin Dagher – che sarebbe scappato anche lui in Arabia Saudita –  li accusa di aver dato il via all’ennesimo colpo di Stato. A quanto pare i separatisti sud-yemeniti si sono scontrati con le forze sostenute dall’Arabia Saudita nelle regioni meridionali dello Yemen de  hanno circondato il palazzo presidenziale ad Aden, dove sono asserragliate truppe saudite e ministri del governo di Mansour Hadi. Tutta la provincia di Aden sarebbe nelle mani del Stc.

I separatisti del  Southern transitional council erano alleati del governo filosaudita, ma la situazione è precipitata nell’aprile  2017 quando il presidente Mansour Hadi ha licenziato il governatore di Aden, Aidarous Al-Zoubaidi, che a maggio ha formato il Stc, un’autorità parallela che riunisce i separatisti e alcune tribù. Il Stc aveva dato al governo filosaudita un ultimatum, esigendo le dimissioni del primo ministro ben Dagher e «cambiamenti nel governo», accusato di «corruzione dilagante e appropriazione indebita».

Un funzionario yemenita ha detto all’agenzia stampa cinese  Xinhua che i ribelli indipendentisti hanno ormai il controllo  di tutte le basi militari delle banche e del governo di Aden e che «Il primo ministro Ahmed Obeid ben Dagher è fuggito in un posto sicuro sotto la protezione della coalizione guidata dai sauditi. Le forze antigovernative si sono avvicinate dal cancello principale del palazzo presidenziale e hanno cercato di assaltarlo, ma i soldati sauditi sono intervenuti e hanno protetto il complesso. Dopo la sconfitta delle forze governative ad Aden e aver perso la battaglia, il primo ministro potrebbe lasciare Aden con un aereo diretto in Arabia Saudita». Testimoni hanno riferito a Xinhua che le forze dell’Stc hanno anche circondato e preso d’assalto il 4  campo della Guardia presidenziale nella parte orientale di Aden e che hanno arrestato centinaia di soldati e alti ufficiali alleati dell presidente dello Yemen Hadi.

Ieri i miliziani dell’Stc hanno dichiarato la vittoria e hanno innalzato le bandiere dello Yemen del Sud con la stella rossa sui palazzi delle istituzioni governative e all’università di Aden. I combattenti separatisti si sono praticamente impadroniti di tutte le posizioni chiave di Aden. Il ministero dell’Interno ha inviato un appello urgente alla coalizione sunnita a guida saudita chiedendo un  intervento per fermare gli attacchi delle forze Stc e la coalizione, che sta bombardando incessantemente lo Yemen dal 2015, ha chiesto un cessate il fuoco immediato ad Ade E’ la seconda volta in una settimana che i sauditi avvertono che prenderanno tutte le misure necessarie per ripristinare la sicurezza e la stabilità ad Aden, ma senza specificare misure concrete o se intraprenderanno un’azione militare contro i loro ex alleati nella capitale provvisoria dello Yemen. Quello che denunciano in molti è che i sauditi sul terreno si stanno avvalendo non dei propri soldati ma di mercenari reclutati un po’ in tutto il mondo, a cominciare dall’America Latina.

Da Riyadh, il presidente yemenita Hadi – più bravo a fuggire che a governare –  ha denunciato «Un colpo di stato contro la legittimità» e ha esortato i suoi uomini «a contrastare in modo deciso qualsiasi insurrezione in Aden e a schiacciare le milizie separatiste».

Quello che è certo è che il governo di Hadi ha perso il controllo sulla metà meridionale dello Yemen – parte della quale è in mano ad Al Qaeda –  e  su Aden, considerata la capitale temporanea dello Yemen, dove i sauditi lo avevano re insediato con la forza nel 2015, dopo che Hadi si era dimesso fuggendo da Sana’a dopo la presa del potere da parte della milizie sciite Houthi appoggiate dall’Iran.

Da allora la Coalizione sunnita a guida saudita ha iniziato una tragioca guerra – combattuta anche con bombe ed armi made in Italy – per ricacciare indietro gli Houthi e ridare il potere al pavido Hadi e al suo governo fantoccio. La coalizione ha imposto anche il blocco aereo e marittimo dello Yemen del nord per impedire che l’Iran rifornisca di armi gli  Houthi, ma questo si è trasformato in una tragedia umanitaria di enormi dimensioni: è stato stimato che tre quarti degli yemeniti, quasi 13 milioni di persone, ha urgente bisogno di assistenza. Gli aiuti salvavita che dovrebbero essere messi in campo ammontano a 2.96 miliardi di dollari. Purtroppo sono i bambini a subire le conseguenze più pesanti. L’ufficio Onu per il coordinamento umanitario dice che sono quasi 2 milioni i minori che non vanno a scuola, e 1,8 milioni di piccoli sotto i 5 anni risultano gravemente malnutriti. Francesco Rocca, presidente  della Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e direttore della Croce Rossa italiana si è detto preoccupato per le drammatica situazione in Yemen causata dalla guerra e dall’embargo imposto allo Yemen dal regime saudita. Secondo Rocca. «L’epidemia di colera è una catastrofe umanitaria prevedibile e artificiale. E’la diretta conseguenza di un conflitto che ha devastato le infrastrutture civili e messo in ginocchio l’intero sistema sanitario. Con meno del 45% delle strutture sanitarie operative – e altre solo parzialmente in funzione – il sistema sanitario non riesce ad aiutare tutti coloro che hanno bisogno».

Intanto gli Houthi  non hanno perso un palmo del terreno che avevano conquistato e, secondo la loro agenzia di stampa Saba,  hanno lanciato un missile balistico a lungo raggio verso l’aeroporto internazionale King Khaled a nord della capitale saudita Riyadh. E’ il secondo attacco missilistico balistico rivendicato dai ribelli Houthi sull’aeroporto saudita in meno di tre mesi. Nel novembre 2017 le difese aeree saudite avevano abbattuto un altro missile balistico lanciato dagli Houthi sull’aeroporto e l’attacco missilistico aveva innescato un blocco totale da parte della coalizione militare guidata dai sauditi su tutti i porti yemeniti del trasporto aereo, marittimo e terrestre, con il blocco di tutti gli aiuti dello Yemen, del carburante e delle importazioni di cibo. All’inizio di dicembre, la coalizione ha allentato l’assedio, consentendo solo alcuni aiuti attraverso i porti dello Yemen del nord controllati dagli Houthi, ma le agenzie Onu hanno chiesto alla coalizione di consentire più importazioni di generi alimentari.

Il 19 dicembre, gli Houthi hanno annunciato di aver lanciato un missile balistico sul palazzo reale di Riyadh, ma i media sauditi hanno detto che è stato intercettato senza causare vittime.

Alla fine di dicembre gli Stati Uniti hanno rivelato prove che dimostrerebbero che l’Iran fornisce tecnologia missilistica ai ribelli Houthi, accuse ribadite anche in occasione dell’ultimo lancio contro l’aeroporto di Riyadh, ma ieri il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha risposto che l’Iran non mette il marchio “Islamic Republic of Iran” sui suoi missili (al contrario di quanto sostenuto dagli Usa), invitando gli americani a fare un lavoro migliore quando vogliono fabbricare fake news. In un messaggio pubblicato sul suo profilo twitter, Zarif si beffa delle accuse statunitensi: «Isiri (Islamic Republic of Iran) è’ un simbolo di qualità per i consumatori di merci iraniane. Ma sfortunatamente per Trump e compagnia, noi non mettiamo questo marchio sui pezzi dei missili. Per qualcuno è giunto il momento di fare un lavoro migliore per fabbricare (notizie)».

Intanto la guerra (o meglio le guerre) continua e gli incessanti bombardamenti sauditi hanno già causato la morte di oltre 10.000 persone e  40.000 feriti, mentre più di 3 milioni di yemeniti sono profughi interni. Mentre gli uomini combattono, donne, bambini e anziani muoiono di fame, sete, colera ed altre malattie e secondo Save The Children solo l’epidemia di colera minaccia la vita di un milione di bambini.

Intanto cadono le bombe made in Italy e sventolano vecchie e nuove bandiere.