Dietro la lotta per le materie prime

Già fallito l’intervento francese nella Repubblica Centrafricana

Chiesta la fine dell’operazione Sagaris. Verso una missione Onu?

[8 gennaio 2014]

A poco più di un mese dall’avvio dell’operazione Sangaris, iniziata con l’arrivo il 5 dicembre a Bangui delle truppe francesi a rinforzo della Mission internationale de soutien à la Centrafricaine (Misca), la Repubblica Centrafricana è ormai uno Stato fantasma devastato dalla violenza degli ammutinati musulmani della Séléka e dagli scontri etnico-religiosi con i cristiani. Le truppe francesi sembrano essersi infilate in una palude sanguinosa e se pensavano ad un intervento lampo e chirurgico come quello in Mali si stanno amaramente ricredendo.

Con l’operazione Sangaris l’ex potenza coloniale francese voleva farsi garante della fine del regime corrotto ed autoritario di François Bozizé ma si è trovata di fronte alle violenze degli ex ribelli della Séléka, al potere, alle quali risponde altrettanta violenza delle milizie “cristiane” anti-Balakas (anti-machete) tra le cui fila ci sono molti sostenitori di Bozizé. La Repubblica Centrafricana è diventata per i francesi quel “cuore di tenebra” che volevano evitare, dove i diritti dei suoi 5 milioni di cittadini non valgono nulla, come la vita di mille di loro, assassinati solo a dicembre dalle opposte milizie. In Centrafrica ci sono ormai un milione di profughi, 100.000 dei quali nei campi di fortuna che circondano l’aeroporto internazionale di Bangui M’Poko, sotto controllo dei soldati  francesi. Intanto gli anti-Balakas attaccano I soldati ciadiani della Misca accusati di complicità con gli ex-Séléka musulmani.

Michel Djotodia, il presidente golpista e di transizione, l’ex-capo delle milizie della Séléka che gli si sono rivoltate contro, vive barricato insieme allo stato maggiore dell’Esercito nazionale a camp de Roux, nella capitale Bangui, ed il suo potere conquistato armi alla mano ormai non vale praticamente nulla, ma in un’intervista telefonica all’agenzia cinese Xinhua, il colonnello Christian Narkoyo, ex-portavoce della Séléka, ora comandante della Gendarmerie mobile centrafricaine, ha detto che dal 16 dicembre i francesi hanno vietato la polizia  centrafricana di pattugliare le strade di Bangui perché accusata di provocare gli scontri con gli anti-Balaka, Narkoyo, un musulmano del nord del Paese come  Djotodia, accusa a sua volta i soldati francesi di aver complicato ulteriormente le cose con il disarmo forzato degli ex-Séléka, che sono così diventati il bersaglio delle vendette degli anti-Balakas. «E’ la Francia che sta avvelenando la situazione – dice  Narkoyo  –  Non so davvero come definire tutto questo. I Sangrais sono venuti per cacciare i musulmani da Bangui. Montano le popolazioni cristiane contro i musulmani, le armano, le finanziano. Nelle province dove non ci sono questi Sangaris, è calmo. La loro missione principale era quella di venire a proteggere la popolazione, senza eccezioni».

Il 6 gennaio il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha nuovamente espresso tutta la sua preoccupazione per l’aggravarsi della crisi centrafricana e per l’impotenza del regime golpista di Djotodia. La Francia ha detto che per uscire dal pantano bisogna che l’Onu cominci a pensare all’invio di una missione di pace. Djotodia e Narkoyo sono contrari all’invio dei caschi blu Onu, ma dicono anche che la missione Sangaris ha fallito e chiedono alla Francia di armare davvero ed aiutare  le forze africane. Il governo fantasma dice che con 18 miliardi di franchi Cfa la Misca riuscirebbe a risolvere la situazione senza Sangaris. Peccato che siano state proprio le truppe Misca a consegnare il Paese a  Djotodia ed alla Séléka e che siano stati proprio i Paesi Misca e il governo Djotodia a chiedere l’intervento francese.

Joseph Vincent Ntuda Ebodé, un camerunense a capo del Centre de recherches et d’études politiques et stratégiques (Creeps) dell’università di Yaoundé, è convinto che la missione Sangaris e Misca potrà aver successo solo se eliminerà sia i guerriglieri ex-Séléka che le milizie anti-Balakas, ma per far questo le due missioni devono passare sotto il controllo dell’Onu.  Anche l’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga chiede «La trasformazione della MIsca e di Sangaris in una forza Onu. In poche settimane ne abbiamo visto i limiti, perché i centrafricani non vi hanno aderito. D’altronde lo Stato è fallito» e per questo Nzapalainga dice che l’intervento francese è almeno servito a ad impedire il massacro inter-religioso a Bangui, «All’inizio  pensavamo che fosse una forza di parte. Con il tempo ci siamo resi conto che è una forza di interposizione. Niente si farà senza il contributo dei centrafricani, quelli che sono convinti soprattutto della pace, che si tolgono di dosso la violenza. E’ tempo di sotterrare le asce di guerra e di andare verso un accordo nazionale». In questa situazione di caos completo e sanguinoso è difficilissimo che i centrafricani riescano ad organizzare le elezioni presidenziali e legislative che il presidente francese  François Hollande ha detto che si dovrebbero tenere entro il 2014.

Alla luce di tutto questo si comprende anche meglio l’allarmato editoriale di Le Monde che, dopo aver ricordato la svolta impressa da Hollande alla strategia francese in Africa e il successo dell’operazione Serval in Mali, che incarnerebbe questa strategia “democratica”, sottolinea che l’intervento in Centrafrica mostra invece i limiti di questa nuova politica. Un affanno che si intravede anche nel vorticoso viaggio del ministro degli esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in Mali, Repubblica Centrafricana, Niger, Ciad, Gabon  e Congo alla ricerca del bandolo della matassa. Le Monde fa notare che lo stesso coinvolgimento di questi leader africani, non certo noti per il loro spirito democratico, dimostra quanto ancora venga utilizzato il sistema della Françafrique per trovare soluzioni militari regionali.

La realtà secondo Le Monde è nota: «La Francia ha bisogno di sostegno per rafforzare la sicurezza e la lotta contro il terrorismo in Africa e lo cerca dove può trovarlo. Parigi svolge oggi un ruolo estremamente rischioso in Centrafrica, la cui complessità è stata senza dubbio sottostimata. D’altronde, la ricerca di questi sostegni indispensabili non deve distogliere Hollande dai suoi lodevoli obiettivi che ha fissato per la Francia in Africa. Questo continente, i suoi legami con l’Europa, il suo potenziale economico sono troppo importanti perché ci rinunci. La capacità di distruzione delle organizzazioni terroriste che vi hanno proliferato glielo impone. Ma anche gli Stati Uniti, importanti fornitori di fondi dell’’Onu, e l’Unione europea devono comprendere che l’impegno di queste operazioni supera ampiamente la Francia. La Francia era meglio piazzata per intervenire in Centrafrica, non poteva non farlo. Ma non può riuscirci da sola. E’ urgente rafforzarla. Le conseguenze di un fallimento sarebbero disastrose. Per tutti».

Il quadro che ne emerge è terribile: la Francia prigioniera della rete clientelare di Françafrique e la comunità internazionale prigioniera a sua volta del neocolonialismo che produce Stati fantasma. Un quadro dipinto con il sangue che scorre nel Centrafrica e in altri Paesi africani, incorniciato nelle materie prime che, anche se Le Monde non lo dice esplicitamente, sono la vera ragione del contendere.