“Water, wealth and whites” il potente mix anti-fratturazione idraulica

Il fracking sbarca in Sudafrica e minaccia aree protette: multimiliardario sfida le Big Oil

La strana coalizione Anc-Shell alla conquista dell’elettorato povero nero con la promessa di 700.000 posti di lavoro

[29 ottobre 2013]

Il governo sudafricano dominato dall’African National Congress (Anc) ha dato il via libera alle multinazionali energetiche per avviare la fratturazione idraulica, il famigerato fracking, alla ricerca di gas di scisti. Uno dei territori nei quali dovrebbero partire le attività di fracking è il Karoo, una splendida area semidesertica ai confini del Kalahari che attrae artisti cacciatori e dove vivono e lavorano anche agricoltori ai quali piacciono le sfide estreme.

L’Anc è convinta che i campi di shale gas  che saranno scoperti nel Karoo ed in altre aree (anche protette) del Sudafrica saranno il più grande game-changer dell’economia africana, ma come sta accadendo in Europa e un po’ in tutto il mondo, il governo di Pretoria/Tshwane  non ha fatto i conti con la forte opposizione che sta crescendo e che non sembra solo composta da ambientalisti.

Il fracking nel Karoo avverrebbe in pozzi profondi fino a 4 Km, quindi pompando grandi quantità di acqua e sostanze chimiche ad alta pressione per fratturare gli scisti, ma nell’area c’è pochissima acqua ed i progetti delle multinazionali non sembrano tener conto del suo ambiente fragile.

Il problema delle Big Oil è che di fronte non hanno solo i soliti ambientalisti ed i comitati “not in my back yard”, ma anche  l’uomo più ricco del Sud Africa, il miliardario Johann Rupert di Cartier, che ha scelto il Karoo per vivere e che annuncia una battaglia legale fino alla più alta corte se il governo va avanti con la concessione di licenze di esplorazione. Come scrive Ed Cropley, il corrispondente della Reuters in Sudafrica, Rupert ed il suo agguerrito e ben pagato team di legali accusano Pretoria/Tshwane di non aver adeguatamente consultato i proprietari terrieri e l’Anc di voler violare , anzi di averlo già fatto, i diritti di proprietà sanciti dalla Costituzione, inoltre «Si deve rispondere ad un certo numero di incognite significative sul fracking e la geologia del Karoo, prima che possa essere considerata giuridicamente corretta qualsiasi via libera».

Rupert, che ha un patrimonio personale stimato in 6,6 miliardi dollari, dopo che il ministro sudafricano Susan Shabangu, ha detto che intende dare il via libera al fracking, ha detto: «Abbiamo bisogno di elettricità. Non sono un troglodita. Vogliamo solo sapere se lo stanno facendo in modo sicuro. Se non rispettano la legge e dalla Costituzione poi saremo costretti a ricordar loro che abbiamo una Costituzione». I soldi di Rupert sembrano pesare di più dei bastoni e dei machete dei disperai minatori sudafricani che chiedono qualche centinaio di rand in più di salario ed anche i sostenitori del fracking, come Vuyisile Booysen, presidente della Karoo Shale Gas Forum Community, ammettono che «Dopo che sarà stata concessa la licenza, ci sarà una battaglia legale, dopo un’altra battaglia legale e dopo ancora battaglia legale».

La prima richiesta di prospezioni di gas shale nel Karoo l’ha avanzata nel 2008  la Bundu Oil and Gas, una  controllata dell’australiana Challenger Energy, ma lo shale gas ha conquistato i titoli dei giornali solo nel 2011, quando la Shell ha chiesto una licenza di esplorazione su più di 95.000 Km2, quasi il 25% dell’estensione del Karoo, dando la stura alle proteste di agricoltori e proprietari terrieri, tra i quali Rupert,  spingendo il governo a congelare tutte le concessioni nuove ed esistenti. Ma dopo aver valutato i rischi ed i benefici l’Anc alla fine si è schierata per il fracking e con la Shell facendo propria la tesi della multinazionale che le riserve di gas tecnicamente recuperabili, stimate dalla Energy Information Administration Usa in  390,000 miliardi di piedi cubici (Tcf), potrebbero trasformare l’economia sudafricana che è sempre stata una grande importatrice di petrolio e gas. Il Sudafrica a sarebbe all’ottavo posto per riserve di shale gas al mondo, con quasi due terzi dei depositi stimati negli Usa.

Secondo uno studio commissionato dalla Shell ad Econometrix, l’estrazione di 50 Tcf,  il 12,8% delle riserve potenziali di shale gas, dovrebbe valere 20 miliardi dollari cioè  0,5% in più di Pil, per 25 anni di fila, e  creare addirittura 700.000 posti di lavoro, una cifra mirabolante che l’Anc  a 6 mesi dalle elezioni sventola davanti a milioni di cittafdini neri poveri sempre più tentati di votare per i movimenti a sinistra dell’Anc e  per i quali la vita è cambiata poco nei 20 anni dopo l’apartheid.

La Shabangu ha annunciato che per consentire il fracking verrà presto sottoposta al Parlamento ancora dominato dall’Anc la modifica delle leggi minerarie: «Intraprendendo questo procedimento rappresentato dalla fratturazione idraulica per la produzione di gas di scisto, facciamo fare un passo avanti verso il raggiungimento dei nostri obiettivi».

Questa strana alleanza tra l’ex coalizione rivoluzionaria al potere, della quale fa parte il Partito comunista sudafricano, e la multinazionale petrolifera, persuade sempre di più la presidente della Shell Sudafrica, Bonang Mohale, che l’offensiva “fascino”: «Avremo la licenza. Guardate il lavoro frenetico che sta facendo il governo. Perché dovrebbero lavorare tanto se l’intento non fosse quello di regolamentare correttamente la fratturazione idraulica?», il problema è che la regolamentazione della Shell non è certamente quella che punta alla massima tutela ambientale. Infatti nel Karoo,  in particolare per quanto riguarda le risorse idriche, l’opposizione è molto forte e non solo tra i ricchi, ma anche tra le comunità locali che spesso dipendono da una sorgente o da un pozzo.

Ma le promesse di nuovi posti di lavoro nel fracking stanno portando parte del sottoproletariato nero a  rispolverare l’antico sospetto contro la minoranza bianca che controlla ancora la maggioranza dei terreni agricoli del Sudafrica. Le furbizie elettoralistiche dell’Anc e le promesse irrealizzabili della Shell potrebbero trasformare la battaglia sul fracking in uno scontro razziale e perfino i ministri della chiesa anglicana che si schierano contro il contro fracking vengono accusati di mettersi dalla parte dei  bianchi ricchi.

La lobby pro-fracking sta sfruttando queste storiche divisioni ed accusa i proprietari terrieri bianchi di non voler cedere po’ della loro terra per il bene  comune più grande, ma insistono che non hanno nulla da temere. Booysen ha detto alla Reuters: «Le persone contro questo progetto sono pochi ricchi abitanti bianchi che temono di perdere qualcosa. Ma questo non è lo Zimbabwe, dove si prendono le aziende agricole senza indennizzo. E siamo anche preoccupati per l’ambiente. Anche io abito qui, sai».

La Shell  non è riuscita ad entrare nella rivoluzione dello shale gas Usa e quindi punta sul Sudafrica e sul  Karoo, posizionandosi in Africa per tentare di agganciare il boom dello shale gas che si annuncia in Cina, dove ci sono riserve stimate in 1.115 Tcf, la maggior parte in remote regioni semi-desertiche simili al Karoo. Una tecnologia del fracking sviluppata qui sarebbe molto ben vendibile a Pechino.

Secondo gli analisti la Shell è probabilmente in grado di vincere la sfida tecnologica del fracking nel Karoo, ma in molti dubitano che ci possa fare i soldi e realizzare i posti di lavoro che promette.

Per ridurre al minimo l’impatto visivo e l’ingombro fisico la sta cercando di costruire in Sudafrica meno pozzi e più efficienti rispetto alla media del fracking Usa ed assicura che non ci saranno problemi per l’acqua nel Karoo, visyto che attingerà alle falde acquifere salmastre che si trovano a 4 Km sottoterra. Ma gli anti-fraking fanno notare che questo pompaggio e la necessaria depurazione dell’acqua salmastra ha costi significativi, non solo dal punto di vista ambientale, ed anche gli analisti sottolineano che le prospettive per i prossimi 10 anni per i prezzi del gas a livello mondiale non sono favorevoli e questa tecnica della Shell alla fine potrebbe risultare troppo costosa. Come dice ala Reuters Philip Verleger, un analista energetico indipendente statunitense, «Una delle cose principali dello shale è che si tratta di un processo produttivo. Non è un processo di esplorazione e produzione. Non funziona se si devono spendere ingenti somme di denaro per trovare acqua, sabbia o altro materiale».

Se la coalizione delle tre W, Water, wealth and whites (acqua, ricchezza e bianchi), terrà duro, probabilmente dopo le elezioni sarà difficile per l’Anc e la Shell mantenere le troppe promesse sul fracking.