A chi interessa il dramma della Repubblica Centrafricana?

L’inferno in terra dopo il golpe delle milizie Séléka

[12 giugno 2013]

Nel cuore dell’Africa da qualche mese si è aperto un buco nero del quale non sembra interessarsi quasi nessuno; eppure, nel pozzo di una terribile situazione umanitaria e della sicurezza è precipitato un intero Paese, la Repubblica Centrafricana (Rca) con i suoi 4,6 milioni di abitanti, con decine di migliaia di persone che hanno bisogno urgentemente di un rifugio, di cure sanitarie e di cibo.

Come spiega Alex Vines, responsabile dl programma Africa del think tank Chatham House all’Irin, l’agenzia stampa umanitaria dell’Onu, «La Repubblica Centrafricana continua a soffrire per l’indifferenza internazionale. La crisi del Paese è percepita come una crisi nazionale con qualche debordamento regionale, ma tuttavia meno grave per la pace e la sicurezza internazionale della Somalia, del Sahel o dell’est della Repubblica democratica del Congo. Ogni difficoltà sembra consistere nel mettere insieme le condizioni per tenere elezioni credibili, mentre le istituzioni solide sono carenti ed i donatori internazionali sono in maggioranza indifferenti, perché sono presi da più grandi priorità altrove».  Il 4 giugno l’Office for the coordination of humanitarian affairs (Ocha) dell’Onu ha dichiarato che il finanziamento degli aiuti umanitari per la  Rca resta basso, malgrado i bisogni crescenti del Paese e che l’appello umanitario per 139 milioni di dollari ne ha in realtà racimolato solo il 31%.

Da decenni la poverissima Rca, ricchissima di risorse naturali, è segnata dall’instabilità politica e sopravvive grazie all’aiuto umanitario internazionale. Ma negli ultimi mesi la situazione è precipitata a livelli che non si ricordavano dai tempi dell’autoproclamatosi imperatore Bokassa. Il governo del presidente golpista François Bozizé, al potere dal 2003, il 24 marzo scorso è stato definitivamente rovesciato da un colpo di Stato dei ribelli della Séléka, una eterogenea coalizione di bande armate e di ammutinati dell’esercito. Il golpe ha provocato  206.000 profughi interni, mentre altre migliaia di centrafricani sono fuggiti in Camerun, Ciad e Congo Rdc.  Vines sottolinea che «L’insicurezza resta drammatica. Le forze della Séléka se sono rivelate indisciplinate, distruttive e costituiscono la principale fonte di instabilità».

Un rapporto del 10 maggio di Human Rights Watch ha rivelato gli abusi commessi dai miliziani della Séléka tra il dicembre 2012 e l’aprile 2013. «Quando la Séléka ha preso il controllo della capital Bangui, I ribelli si sono dati al saccheggio, hanno ucciso civili, violentato donne ed hanno regolato brutalmente i conti in sospeso con le Forces armées centrafricaines (Faca). Numerose esecuzioni sono avvenute per strada, in pieno giorno. Secondo Human Rights Watch, le dichiarazioni di testimoni  tendono a provare  che i ribelli hanno obbedito, a livello locale, ai loro comandanti diretti».  Il direttore della sezione Africa di Hrw, Daniel Bekele, ha chiesto al governo della Séléka di «Controllare i ribelli che lo hanno messo al potere, di evitare gli abusi e punire quelli che li commettono».

L’analisi “Central African Republic conflict, food insecurity, insecurity” realizzata dalla coalizione di Ong  Assessment Capacities Project  conferma che «Dei membri della Séléka occupano con la forza delle residenze, in particolare quelle appartenenti a persone considerate come vicine al governo di Bozizé.  Sempre più segni mostrano che il popolo si mobilita contro i crimini e le violazioni dei diritti umani perpetrati dai membri della Séléka, e le tensioni tra la Séléka e la popolazione montano. Le fratture si sono aggravate all’interno della coalizione, impedendo al comando della Séléka di controllare le proprie truppe.  Un tentativo di colpo di Stato è stato segnalato il 14 maggio dando la misura che le tensioni si fanno più vive tra i due principali gruppi che si disputano il controllo».

Il Centrafrica sembra precipitato in un’anarchia militaresca fatta di abusi e crimini impuniti, ma già ad aprile il Consigli di sicurezza dell’Onu  si era detto preoccupato per il degradarsi della situazione ed aveva sottolineato che «I responsabili di tali atti ed attentati al diritto umanitario internazionale ed al diritto internazionale dei diritti dell’uomo, in particolare le violenze contro i civili, le torture e le esecuzioni sommarie, le violenze sessuali e sessiste, il reclutamento e lo sfruttamento di bambini nel conflitto armato (…) devono rispondere dei loro atti», ma tutto è rimasto come prima e peggio di prima e gli assassini ed i violentatori discutono con i ministri a Bangui o sono addirittura i ministri stessi.

Irin scrive che «Il dispiegamento supplementare di truppe per il mantenimento della pace nella Rca fa parte delle misure che permetteranno, come sperano i responsabili, di migliorare la sicurezza». A maggio Margaret Vogt, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per la Rca, ha annunciato il dispiegamento di truppe pe «Gestire lo stato attuale di caos» e per costringere i ribelli a rispettare l’accordo di pace Libreville che prevedeva la smobilitazione de la selezione dei ribelli per reintegrarli nell’esercito regolare riformato. Peccato che le truppe internazionali corse in aiuto dell’ex presidente Bozizé non sono riuscite né ad impedire l’avanzata dei ribelli su Bangui né il golpe che ha dato al potere la Séléka.

Thibaud Lesueur, un analista dell’International Crisis Group che si occupa della Rca, «La Force multinationale d’Afrique centrale (Fomac) sta per essere rafforzata, ma se inviano delle truppe suppplementari per aiutare a proteggere Bangui, il resto del Paese resterà tuttavia incontrollabile. Il ritorno ad un livello di sicurezza minima nel Paese implica tre tappe: garantire la sicurezza a Bangui, avviare il Ddr [disarmo, smobilitazione e reintegro] e riformare il settore della sicurezza. La prima tappa comporta una decompressione della sicurezza nella capitale; una prima operazione mirante a rispostare alcune truppe della Séléka all’esterno di Bangui è stata avviata a metà maggio. 200 ex ribelli sono stati scortati fino a Bria, ma questo è insufficiente. In un secondo tempo, deve essere intrapreso un vero processo di smobilitazione, di disarmo e di reintegro degli ex soldati e devono essere proposte delle offerte di reinserimento civile attraenti. Infine, solo un numero limitato di combattenti della Séléka devono essere reintegrati nell’esercito. In effetti, un reintegro massiccio dei membri della Séléka nell’esercito nazionale sarebbe certamente nefasto per la stabilità a lungo termine della Rca». Il problema sarà come dire al governo in mano ai capi della Séléka che non è possibile fare tutto questo, che è esattamente quel che hanno promesso ai loro miliziani che li hanno portati al potere.

Mentre i golpisti sembrano disinteressarsi del benessere e della sicurezza della popolazione che dovrebbero governare e proteggere, il  4 giugno il Central Emergency Response Fund dell’Onu ha allocato 7,1 milioni di dollari per aiutare più di un milione di centrafricani, tra le quali 595.000 bambini di meno di 5 anni e la coordinatrice dell’azione umanitaria nella Rca, Kaarina Immonen, ha sottolineato: «Forniremo un aiuto alimentare e medico, un accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienici, un sostegno psicologico alle vittime della violenze sessiste, un aiuto alla gestione dei rifiuti e delle cure per la salute riproduttiva», il tutto con 7 dollari a testa…

Dopo un’epidemia di morbillo, dal 22 al 24 maggio l’UNicef ed I sui partner hanno vaccinato 122.869  bambini di meno di 5 anni in 8 quartieri di Bangu. Circa 56 ragazzini tra I 12 ed i 17 anni sono stati liberati dai gruppi armati.

Secondo Abdoulaye Sawadogo, direttore aggiunto dell’ufficio Ocha a Bangui, «Le principali inquietudini per la sicurezza riguardano i diritti umani, la violenza sessista e la smobilitazione dei bambini arruolati nei gruppi armati. Anche l’insicurezza alimentare è un problema, a causa dell’aumento dei prezzi e dell’indebolimento delle risorse alimentari. C’è penuria di attrezzature e sementi. Anche la mancanza di medicine e di forniture mediche nella maggioranza dei centri sanitari all’esterno di Bangui è problematica, perché la popolazione non ha che un accesso limitato, a volte inesistente, ai centri di cura. L’acceso umanitario è sempre ineguale. L’accesso resta difficile in alcune regioni del Paese, principalmente per ragioni di sicurezza, il che impedisce alle organizzazioni umanitarie di riprendere le loro operazioni . I negoziati per l’accesso con le autorità della Séléka sul posto sino assicurati dall’Ocha e dal Département de la sureté et de la sécurité delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni hanno ripreso le loro operazioni sul terreno e, quando le condizioni lo permettono, dispiegano loro équipes sul posto».

Vines conclude: «La sicurezza è un elemento essenziale per risolvere la situazione umanitaria veramente allarmante nella Rca, ma quanto a sapere se la Fomac è in grado di assicurare la sicurezza, questo resta da dimostrare». E fino ad ora, con la  Séléka che ha preso il potere irridendo i soldati dalle “forze di pace” straniere e guardando l’inferno in terra instaurato dai signori della guerra, non sembrerebbe proprio.