Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi europei, per greenreport.it

Accoglienza dei migranti in Europa? Da una parte le parole, dall’altra le risorse

Bilancio Ue tagliato del 16% per integrazione e asilo, ma dal 2000 spesi 11 miliardi di euro per i rimpatri

[3 settembre 2015]

migranti immigrazione

La riunione del Consiglio straordinario Giustizia e affari interni del 14 settembre prossimo appare come la riunione di tutti i pericoli, ma potrebbe anche essere l’occasione di un chiarimento salutare fra i governi europei, con l’attiva partecipazione della Commissione Juncker e la pressione del Parlamento europeo, che la prossima settimana a Bruxelles voterà sul piano proposto dalla Commissione per la riallocazione dei rifugiati.

Soprattutto se, da parte di quel settore dell’opinione pubblica e dei media che si sta mobilitando contro la vergogna delle morti, dei muri, dell’indifferenza e delle false soluzioni dei populisti di tutte le latitudini si riuscirà a incidere sul dibattito pubblico per ora ancora dominato dalle loro logiche di paura e di chiusura e dalla paura insensata di molti governi di combatterla davvero per timore di perdere consenso. Che comunque perdono perché, come ha detto Jean Marie Le Pen, “mai fidarsi delle imitazioni, meglio scegliere l’originale”.

È un fatto che se si continua a inseguire Salvini e Le Pen, sposandone la logica ma mantenendo un po’ più prudente il linguaggio, alla fine non si fa che rafforzarne l’influenza, senza neanche bisogno che vincano le elezioni. Una bella litigata magari fra Merkel, Juncker e Orban o fra Renzi, Tsipras e Rajoy, dove emerga chiaramente chi sta da quale parte, potrebbe alla fine rivelarsi molto più utile che il solito bla-bla di conclusioni falsamente unanimi e incapaci di portare ad alcuna decisione veramente utile.

Certo, in questa partita non esistono innocenti: ci sono ambiguità e contraddizioni molto forti, che rendono difficile dividere davvero i buoni dai cattivi. Anche Angela Merkel, che si è finalmente decisa a rispondere in modo forte, reagendo come sempre con ritardo, ma in modo inequivoco alla minaccia di un’estrema destra nazionalista che in Germania fa più paura che altrove, ha in testa di premere molto sui rimpatri di coloro che secondo lei non hanno diritto di stare in Germania – kosovari e bosniaci per esempio – e sulla netta separazione fra migranti e rifugiati e fra i siriani e tutti gli altri perseguitati, afgani e irakeni in testa; peraltro, la situazione di grande disparità di trattamento delle domande di asilo fra i diversi stati Ue non fa presagire nulla di buono rispetto alla lista dei paesi cosiddetti “sicuri” cha la Commissione Ue sta stilando: la conclusione più probabile, infatti, sarà una complessiva restrizione delle possibilità di ottenere l’asilo, prendendo ogni volta i criteri più duri per ogni paese come criterio base.

Altro tema caldo resta naturalmente il destino delle regole sulla libera circolazione, il sistema detto Schengen. Il valore simbolico oltre che pratico che la libera circolazione dei cittadini Ue ricopre farà probabilmente desistere i più dal toccarlo direttamente. Prova ne sia il fatto che i recenti controlli alla frontiera non sono considerati dai vari governi, incluso il nostro, come una sospensione di Schengen. Il problema però è che più di un paese vorrebbe decidere per conto suo quando sospenderlo, e secondo quali criteri. È evidente che se diventasse questa la regola, non ci sarebbe più libera circolazione degna di questo nome.

Inoltre, il discorso resta ambiguo e rischioso rispetto al rapporto fra sicurezza, obbligo di protezione internazionale, qualità dell’accoglienza ed equilibro fra le risorse da devolvere da parte della Ue per aiutare i rifugiati e l’integrazione dei migranti e quelle da dare per rafforzare le frontiere esterne e i rimpatri. Tutti hanno notato che la Commissione va in giro distribuendo milioni di euro qua e là e soprattutto ai suoi membri più influenti, ma non è chiaro se questi denari possano essere usati solo per l’accoglienza o anche (e soprattutto) per i respingimenti e rimpatri. Dal 2000, Ue e stati membri hanno speso la somma astronomica di 11 miliardi di euro per rimpatriare persone riconosciute come “clandestine” (anche se le cifre non sono sicurissime, l’Italia pare abbia speso nel 2014 ben 17 milioni di euro per 5.310 rimpatri, cioè più di 3000 euro a persona, certo molto meno che degli 11.500 euro spesi dalla Francia per rispedire al mittente 19.525 persone, dati Migration.files).

Se pensiamo che il piccolo bilancio europeo 2014-2020 (meno dell’1% del Pil europeo, 960 miliardi di euro per 7 anni) è stato tagliato del 16% per le politiche di integrazione e asilo del 17% per le politiche di cooperazione internazionale, vediamo molto bene che tra le ragioni dell’inadeguatezza e delle condizioni penose nelle quali si trovano rifugiati e richiedenti asilo non solo in Grecia e Italia, ma anche in Austria o nei paesi dell’Est.

Sta il fatto che la priorità assoluta di tutti gli stati membri è stata quella di limitare al massimo la presenza di migranti e rifugiati, decidendo di non dare alcuna precedenza alle spese sociali in questo settore. Il punto non è, dunque – come ripete invece la propaganda ossessiva di Salvini&co. – che non c’è più posto nei nostri paesi. Siamo più di 500 milioni e stiamo parlando ad oggi dell’arrivo di 340.000 persone nel 2015, quando in Libano 1 cittadino su quattro è un profugo siriano, in Giordania ce ne sono più di un milione e in Turchia due milioni, per non parlare dei 51 milioni di rifugiati nel mondo censiti dalle Nazioni unite.  Il punto vero è che finora si è lasciata la situazione  degenerare perché era ed è un tabu dire chiaramente che le persone continueranno ad arrivare e che le ricette della Lega o della Le Pen sono semplicemente inapplicabili e foriere di enormi e inutili sofferenze.

Non sarebbe meglio invece semplicemente organizzarsi, investire nell’accoglienza senza permettere il degrado, senza portare cittadini già in difficoltà a sentirsi in competizione con i nuovi arrivati abbandonati a sé stessi o alla solidarietà che pur esiste e si auto-organizza? Possibile? Certo. Basta farne una vera priorità e magari smettere di spendere preziose risorse pubbliche in opere inutili (per esempio i 360 milioni dati alla BreBeMi, davvero indigeribili) e affrontando a muso duro e con un piano chiaro e fortemente alternativo le balle e le insulsaggini, per dirla con il cardinale Galantino, ripetute continuamente e a reti unificate da parte di piazzisti politici vari.

Insomma, non usciremo da questa situazione senza un piano chiaro, molto coraggio, molti soldi ridiretti da altre voci di bilancio  e anche una forte mobilitazione sociale e politica che riesca a ribaltare nelle coscienze e nei cuori di molti cittadini europei la diffidenza, l’indifferenza, la paura che rende questa fortezza Europa al contempo senza cuore e imbelle.

Ecco un bel “cantiere” da organizzare subito per federalisti, libertari, sinistra, ecologisti e tutti coloro che sperano che ci sia ancora spazio per un’alternativa positiva in Europa.

di Monica Frassoni, co-presidente Partito verde europeo